Al volante indossando l'abaya: le donne saudite ora possono finalmente guidare

In Arabia Saudita cade il divieto di guida per le donne: celebriamo la loro prima patente e il loro favoloso street style con Marriam Mossalli, che ha pubblicato il libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia".

Under the Abaya
Lina Mohamad/Under the Abaya

Gedda, 24 giugno 2018. Marriam Mossalli, 32 anni, tira fuori l’auto dal garage e la guida per la prima volta nelle strade della città perché finalmente è caduto il divieto di guida per le donne in Arabia Saudita. «L’ho appena ritirata», racconta al telefono qualche settimana prima, «l’ho voluta abbastanza grande da sentirmi al sicuro, ma non troppo da non saperla controllare», ride.
Marriam, metà saudita, metà californiana, sprigiona ottimismo riguardo le riforme per le donne introdotte dall’erede al trono Mohammed bin Salman con il programma Saudi Vision 2030. Ancora troppo superficiali secondo molti osservatori e diverse organizzazioni internazionali, finora le riforme stabiliscono la possibilità di partecipare a concerti ed eventi sportivi, di aprire un’attività imprenditoriale più facilmente, e da poco di guidare.

Marriam Mossalli, ideatrice del libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia".
Lina Mohammed/Under the Abaya

Ultimo Paese con il divieto di guida per le donne, l’Arabia Saudita vive un momento di grande evoluzione, con il 70% della popolazione che ha meno di 30 anni. La missione di Marriam, fondatrice dell’agenzia di marketing di lusso Niche Arabia, è cambiare la visione verso le sue connazionali con «una foto alla volta». Ha infatti pubblicato il libro Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia, andato sold out, e sta lavorando alla seconda edizione che sarà lanciata a settembre con l’apertura della mostra Contemporary Muslim Fashions al de Young Museum di San Francisco. Il ricavato del libro sostiene tra l'altro borse di studio universitarie per ragazze. Ma Marriam non ha mandato un fotografo in cerca delle più belle del reame: ha chiesto direttamente alle donne di inviare le foto. E indossare l’abaya, il lungo indumento nazionale che copre il corpo, era facoltativo.

Lina Qummosani a Gedda, Arabia Saudita. Foto tratta dal libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia".
Lina Qummosani/Under the Abaya

Perché questa scelta?
La moda è un pretesto, volevo raccontare le loro storie e ribaltare l’immagine della saudita vestita di nero e silenziosa che cammina dietro un uomo oppure è una ricchissima principessa. Ho postato la richiesta sui miei social e in una settimana mi hanno mandato un migliaio di foto. Due anni fa, quando ho parlato per la prima volta del progetto, nessuna voleva mostrare il viso, mentre oggi chiedono di aggiungere il loro account Instagram. Nel libro trovate architette, medici, insegnanti di yoga, studentesse, stiliste... Tante, diverse, ma tutte saudite.

Lina Mohammed. Foto tratta dal libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia".
Lina Mohammed/Under the Abaya

L’abaya è ancora parte del dress code?
Sì, ma credo che lentamente diventeremo come Dubai, dove lo si mette per scelta. Il principe ereditario ha da poco dichiarato in un’intervista alla Cbs che lascia a noi il giudizio su cosa sia “decoroso” indossare. Per le saudite l’abaya è simbolo di orgoglio nazionale, ma si vedono ormai diverse sfumature rispetto al tradizionale nero: chi lo sceglie colorato, decorato, leggero e confortevole, o griffato. Ora aspetto che la moglie del principe si mostri senza abaya, questo sarebbe efficace.

Abrar Hassan. Foto tratta dal libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia".
Abrar Hassan/Under the Abaya

Alle giovani saudite servono modelli a cui ispirarsi?
Ci sono. Come la principessa Reema Bint Bandar Al Saud, a capo della federazione sportiva. Ha parlato all'ultimo forum di Davos con grande sicurezza. Ma anche le tante blogger di moda saudite o la runner olimpica Sarah Attar. Vedendo queste donne, le ragazze capiscono che possono effettivamente diventare quello che vogliono. Mi piacerebbe, però, che ora la notizia non fosse più "la prima donna saudita a fare qualcosa", ma che diventassimo le migliori, non solo le prime.

Quante lezioni di guida ha preso?
In realtà avevo già la patente americana, ma è fantastico vedere mia nipote di 16 anni così esaltata dal fatto di poterla prendere. Anche se non sono sicura di voler rinunciare all’autista: è così comodo lavorare dall’auto! Ma è questione di scelta e finalmente ce l’abbiamo.

Hanan Fai Alshehri. Foto tratta dal libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia".
Hanan Fai Alshehri/Under the Abaya

Quanto influisce su cambiamenti in corso il fatto che l'Arabia Saudita abbia una popolazione così giovane?
Moltissimo. A volte scherzo dicendo che il nostro principe ragiona a una velocità da millennial. All'inizio persino io ho pensato che forse stesse andando un po' troppo velocemente e che rischiavamo una reazione conservatrice a tutte le riforme. Ma la maggior parte della popolazione ragiona alla sua stessa velocità. I sauditi, come ogni società, si dividono tra conservatori e progressisti e ci sarà sempre qualcuno che preferisce lo status quo.

I social media giocano un ruolo importante di apertura verso il mondo?
Ho visto una statistica secondo la quale i sauditi passano 8 ore al giorno sui social. Quando l'ho letta ho pensato di vietare lo smartphone ai miei dipendenti (ride)! Siamo il pubblico principale di YouTube e forse questo dipende dal fatto che non avevamo i cinema, ma anche Snapchat e instagram sono diffusissimi. Sono un modo per ragazzi e ragazze di interagire a distanza.

Manal Alkholidan. Foto tratta dal libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia".
Manal Alkholidan/Under the Abaya

Uno degli obiettivi del programma di riforme Saudi Vision 2030 è aumentare il tasso di occupazione femminile, ma tu hai sempre lavorato. Sei un'eccezione?
Credo di essere stata una pioniera. Quando ho iniziato a lavorare come giornalista per Arab News c'era solo un'altra donna. Più grande di me, mi disse subito di andare da lei per qualsiasi problema e di non sentirmi mai esclusa dal team. Di certo ho dovuto lottare per crearmi il mio spazio. Tante donne in Arabia Saudita non hanno necessità economica di lavorare, questo è vero, ma le cose stanno cambiando. Oggi la vera rivoluzione è pensare di poter lavorare e contemporaneamente avere una famiglia.

Da chi ha ereditato questo spirito indipendente?
Da mio padre. Ha trattato me e mio fratello allo stesso modo, dicendomi che potevo diventare tutto ciò che volevo. Quando ho fondato la mia società nel 2011 ho dovuto chiedere a lui di consegnare i documenti, oggi potrei andare da sola.

Nasiba Hafiz. Foto tratta dal libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia".
Nasiba Hafiz/Under the Abaya

In termini di libertà femminile, ci sono differenze a seconda del ceto sociale?
Sicuramente, sia per quanto riguarda il contesto socio-economico che la provenienza. La capitale Riad è storicamente più conservatrice di Gedda.

Perché alla fine non hai scelto di vivere negli Stati Uniti?
Quando mi sono trasferita in Arabia Saudita dagli Usa, dove ho studiato, tutti mi dicevano "tu sei una newyorkese, scapperai subito". Invece sono rimasta e sono felice di essere testimone di quanto sta cambiando. Sei anni fa i genitori delle ragazze in stage nella mia agenzia mi chiamavano per sapere se ci fossero uomini in ufficio e io dovevo rassicurarli che mi sarei presa cura delle loro figlie, perché certo che avrebbero avuto a che fare con degli uomini! Oggi quelle telefonate non le ricevo più.

Il libro "Under the Abaya - Street Style from Saudi Arabia" è una raccolta di autoscatti di donne saudite. La seconda edizione uscirà a settembre.
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