Perché abbiamo paura del diverso (ne abbiamo)?

Tutta colpa dell’amigdala (ma non c’entrano solo i processi biochimici, su).

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Photo by Wade Austin Ellis on Unsplash

Generalizzazione spicciola: il mondo ci vuole contrapposti e polarizzati. Divisi radicalmente, in contrasto, in scontro oppositivo. Paura del diverso. È una forma mentis di organizzazione della società in celle diverse, etichette razionali che cercano di inscrivere le differenze e le somiglianze in gruppi sempre più ristretti di sottoinsiemi. La classificazione binaria propria della scienza (la biologia, ad esempio) permette di distinguere gli esseri umani dalle altre specie e via via opponendo le differenze. Che nella società multiculturale contemporanea si sgretolano, diventano più morbide, accolgono variazioni sempre più infinitesimali. Ma si aprono come pesche mature, spaccando la narrazione tradizionale che vive da sempre di contrapposizione: noi e loro. Identità e alterità. Il noi che identifica un certo gruppo di persone sotto un certo gruppo di valori, il loro che “alterizza” la differenza, lavora per esclusione di appartenenza.

Banale? In realtà la prima identificazione col mondo sin da bambini si basa sulle valutazioni irrazionali delle differenze e sul rapporto con l’Alterità, che diventa autocoscienza individuale e collettiva. La questione dell’Altro è costitutiva dell’Io stesso, la frontiera tra i due è una forma primordiale di organizzazione del mondo. È puro concetto di istinto e razionalità: l’istinto può segnalarci pericolo, diffidenza e paura. I bambini sono puro istinto, si lanciano a bomba negli eventi. Gli adulti no, sono in bilico tra istinto e razionalità, anche se tendono a riconoscersi nelle somiglianze con gli altri, nell’essere uguali su questo o quel pensiero. Questo modo di pensare viene definito su PopSciencereward”, vale a dire riconoscersi nelle somiglianze e sentirsi premiati per questo pensiero “comune”. Il senso di appartenenza a un gruppo, però, tende sempre più a passare per sensazioni inquinate da un certo tipo di narrazione massmediatica dell'Altro, per tenerci stretti i termini mutuati dall’antropologia e dalle scienze sociali.

La narrazione tossica istiga la psicologia della paura del diverso. È binaria e divisiva, nella semplificazione generalista per arrivare a chiarire, pedagogicamente, concetti difficili alle cosiddette “masse” i media si macchiano di una colpa facilitatoria. Ma la realtà è sempre più complessa di come venga tendenzialmente descritta dalle firme contemporanee. È facile, molto più facile affidarsi alla cultura dello stereotipo o del pregiudizio anziché cercare di crearsi una coscienza che potremmo definire “contrappuntistica”, in grado di accogliere le contraddizioni insite senza polarizzare le differenze a tutti i costi, schierarsi da questa o quella parte. È la varietà delle molteplicità, anche nelle narrazioni: ascoltare una sola campana significa avere una visione parziale delle storie e delle differenze. Lo scrittore nigeriano Chinua Achebe, citato da Chimamanda Ngozi Adichie in un suo celebre TEdTalk del 2009, sostiene che serva "un equilibrio delle storie” che può essere mantenuto con una revisione continua e intelligente, ragionata, razionale delle fonti di partenza. La stessa Adichie sostiene infatti che gli stereotipi non sono solo incompleti, ma non sono nemmeno veri. "Rendono una storia l’unica storia" sostiene la scrittrice nigeriana. La reductio ad stereotipum significa che ciò che per pregiudizio consideriamo negativo o che non ci piace diventa automaticamente quel difetto. Una sineddoche: la parte per il tutto. La pelle nera come problema. L'origine nordafricana, sudamericana, orientale, una questione da risolvere.

Hannah Busing/Unsplash

Lo stereotipo dell’altro è comune ancora oggi, affonda in un passato coloniale dove si imponeva la forza della cultura dell’invasore, distruggendo l’altra senza comprenderla affatto. Non c'era valore storico, non c'era valorizzazione: solo supremazia. E quello che le fonti storiografiche scritte raccoglievano era nient’altro che il racconto di chi invadeva, che descriveva le nuove realtà secondo i propri canoni mentali di condottiero, invasore, marinaio, religioso chiamato ad evangelizzare un territorio. L’altro era l’indigeno analfabeta, secondo la definizione più comune esportata nelle cronache, racconta sempre la Adichie. "Quando lasciai la Nigeria per andare all'università negli Stati Uniti avevo 19 anni. La mia coinquilina americana fu scioccata da me, mi chiese dove avevo imparato così bene l'inglese e andò in confusione quando le dissi che in Nigeria l'inglese era una lingua ufficiale. Mi chiese se poteva ascoltare quella che lei chiamava la mia "musica tribale" e fu quindi molto delusa quando le mostrai la mia cassetta di Mariah Carey". L'immagine evocata da Adichie è ancora oggi la convinzione che l’Africa sia ancora retrograda e poverissima, resiste in molti storytelling che approcciano il continente africano senza comprenderne la complessità. Come la coinquilina americana della scrittrice nigeriana promulgava una storia unica dell’Africa, fatta di catastrofi e pietà, così le narrazioni contemporanee raccontano un’Africa o un’Asia, sono mondi lontani parziali. E gli esseri umani che popolano queste gigantesche porzioni di mondo diventano una massa informe di “bisognosi” pronti ad attaccare le terre del benessere dell’Occidente, secondo un’altra narrazione pregiudiziale molto forte tra Vecchio Continente e Stati Uniti, alimentando le paure istintive della “nuova invasione”. Che non esiste se non nella voce di una irrazionalità che ci governa.

Al contrario, quello che esiste è il valore della diversità di prospettive, che non è soltanto una questione culturale ma anche economica. Scott Page, studioso di scienze sociali, nel libro The Difference sottolinea tramite modelli matematici (scientifici) che riporre fiducia nelle differenze significa aumentare la produttività. Le differenze sono il motore delle varie abilità, che esulano dal discorso competitivo per diventare un valore unico e al tempo stesso arricchito dalle varie molteplicità. L’Harvard Business Review ne aveva fatto uno studio approfondito su 1700 aziende di varia grandezza in otto paesi (USA, Francia, Germania, Cina, Brasile, India, Svizzera e Austria), e prendendo in esame le diversità nelle posizioni apicali con parametri di genere, età, origini, percorso di carriera, background dell’azienda e percorso di formazione. Il risultato era il massimo dell’inclusività delle diversità bellissime: “Abbiamo scoperto che le aziende con maggiori peculiarità e differenze erano le più innovative, stando ai dati medi delle loro revenue. Le aziende ricche di differenze nella media delle 6 dimensioni della diversità, avevano sia il 19% in più di punteggi sia il 9% di margine di profitto, sempre in media”. Diversità come ricchezza, insomma, in ogni sua sfaccettatura semantica.

Riuscire a superare il preconcetto istintivo di paura predatoria migliora in primis la società di tutti, non intesa come nostra/loro. Non è con la paura, la stigmatizzazione delle differenze e l’appiattimento delle storie (che sono sempre parziali, va ricordato) che si progredisce, ma con la valorizzazione delle unicità, senza stereotipi e pregiudizi. Che vanno presi per quello che sono: un modo per aprire il pensiero, sostiene Chimamanda Ngozi Adichie. “Quando respingiamo la storia unica, quando ci rendiamo conto che non c'è mai una storia unica riguardo a nessun posto, riconquistiamo una sorta di paradiso”.

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