Assegno divorzile il colpo di scena, ma alla fine le donne non vincono mai

Tenore di vita sì o no? Dopo le sentenze che assicuravano al coniuge debole la sola sopravvivenza, la Cassazione ha ribaltato tutto, ma le cose non quadrano mai (comunque).

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Cambio di rotta sull’assegno divorzio (che è più corretto chiamare assegno divorzile). Ancora una novità. È tornato in gioco il fattore del tenore di vita, associato al concetto di dignità perché una coppia che si separa non diventa un duo di estranei che non hanno mai condiviso nulla. E adesso che succede? Facciamo una ricapitolazione per sapere a cosa andare incontro. Ricordate quella sentenza di divorzio che nel 2017 suscitò molto scalpore ma anche, in egual misura, una valanga di preoccupazioni in metà dei divorziandi (quasi tutte donne) e una sfilza di brindisi nell’altra metà (quasi tutti uomini)? Era quella sul divorzio fra l’ex ministro Vittorio Grilli e Lisa Caryl Lowenstein che stabilì, per la prima volta in Italia, che il coniuge più ricco di una coppia sposata (che al momento è nella maggioranza dei casi l’uomo) doveva solo versare alimenti che garantissero l'autosufficienza economica all’altro, e non più il mantenimento del tenore di vita a cui era abituato. Ci fu pure chi esultò paragonando gli assegni divorzili al famigerato vitalizio dei parlamentari. Nello stesso periodo, poco dopo (grazie al precedente che si era creato) monopolizzò l’attenzione anche la vicenda Veronica Lario Silvio Berlusconi, quando la Corte d’Appello stabilì che l’assegno versato dal magnate dell’informazione era troppo alto (ammontava a 1,4 milioni al mese) e che l’ex moglie doveva restituirgli 60 milioni. Apriti cielo. Altra sventagliata di post e tweet pro-lei, pro-lui sui social, con il necessario intervento finale degli esperti divorzisti che hanno smorzato l’entusiasmo della gente comune, spiegando che quel tipo di sentenze riguarda soprattutto coppie in cui il giro di denaro in discussione è ingente. Per la maggioranza degli altri, infatti, sono calcolate sempre su tentativi più modesti di non far mancare a nessuno dei due il minimo indispensabile, ma soprattutto ai figli. Niente a che vedere con le battaglie a colpi di milioni in quello giudicato il divorzio del secolo tra il magnate russo Farkad Akhmedov e l’ex moglie Tatiana, con cui ha avuto due figli. Alla signora Akhmedova spettavano 600 milioni di dollari, il 41,5 per cento del patrimonio dell’uomo con cui si era sposata nel 1989, ma siccome lui continuava a svicolare si è visto sottrarre lo yacht da 500 milioni di dollari. Severo ma giusto?

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In Italia da quando è stato approvato nel 1970, e dopo il referendum abrogazione del divorzio del 1974 con cui si è tentato inutilmente di cancellarlo - tenendo banco su tv e giornali per settimane - forse questo è diventato l’istituto giuridico con più ribaltamenti, più tentativi di abrogazione (ogni tanto c'è chi ripresenta le proposte) ed effetti collaterali della storia, o almeno uno di quelli più strapazzati. Una delle novità più importanti, fra quelle recenti, è stata l’approvazione del divorzio breve, a partire dal 2015, che ha snellito la procedura e accorciato i tempi di tentativo di riconciliazione. Ma con questa nuova sentenza della Corte di Cassazione, che ha stabilito una volta per tutte i parametri per calcolare una cifra, è probabile che i tempi per sciogliere il vincolo si allunghino di nuovo perché le indagini per giudicare a quanto ammonti il “tenore di vita” da mantenere, le reali possibilità del coniuge più forte di garantirlo, saranno più accurate, ma anche più lunghe. Una vittoria per le donne, o comunque per il partner più debole? Sì e no.

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Di sicuro questa decisione della Cassazione è nata anche dall’evidenza che in questo ultimo anno, dopo i due precedenti famosi, costringere l’ex coniuge debole a un cambio repentino di vita è risultato umiliante e spesso ha generato danni economici importanti e ingiusti. Ma “pacchia” non è mai stato un termine da associare al divorzio, né per l’uno, né per l’altro coniuge. Il divorzio ha sempre fatto male a entrambi, chiaro, ma percentuale alla mano ha lasciato tracce pesanti soprattutto tra le donne. Nonostante sia un reato punibile anche col carcere (art.570 del cp), i casi di ex coniugi che non versano gli assegni o li versano in forte ritardo (anche quando le possibilità economiche ci sono, anche quando ci sono di mezzo i figli da mantenere), sono ancora troppi. I ricorsi del coniuge debole che si trascinano in tribunali intasati hanno creato le situazioni che Maria Laura Rodotà riassunse a perfezione in un famoso articolo del 2012 nel blog del Corriere della Sera 27esima ora, in cui si spiegava, nero su bianco, che le donne separate con un destino di povertà sono il 15,4 percento contro l’1,6 percento degli uomini (dati Istat). E che dei separati che chiedono aiuto alla Caritas il 66,5 percento sono donne e il 33,5 sono uomini. Insomma, non è un quadro che corrisponde esattamente ai meme dei social che ironizzano sugli ex mariti spennati e le mogli in crociera...

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