Terremoto Centro Italia: le storie straordinarie di chi è rimasto

C'è chi alleva pecore, chi inventa salse a base di fave, chi coltiva zafferano: a due anni dal sisma di Umbria e Lazio abbiamo incontrato chi ha deciso di restare. Per far rinascere la propria azienda.

I 30 cavalli allevati da Emiliano Brandimarte a Castelluccio di Norcia
Courtesy photo Alessio Pagani

L’AREA DEL CRATERE, A FINE PRIMAVERA è una polpa verde, abbacinante per chi arriva da Milano e dall’A14. Chi teme che in Italia si stiano esaurendo le riserve di natura pervasiva e pura deve fare un salto da queste parti, tra i monti Sibillini. Siamo nel cuore di qualcosa. Ci si sposta pochi chilometri per ritrovarsi dal Lazio alle Marche, all’Umbria, ma qui le coordinate regionali smettono di avere senso, e a comandare è un paesaggio organico, modulato secondo logiche ancestrali. La vegetazione che ricopre, protegge, regna sugli spazi e sul tempo. Le rocce e le montagne. Abbarbicati qua e là, i paesi. Sembra tutto armonioso, da lontano. Ma poi si passa troppo vicino per non accorgersi che di sera le finestre sono spettri senza luce. Di giorno le case, dove non sono mucchietti di sassi, si mostrano puntellate e crepate. La zona rossa che le ha chiuse ermeticamente ai suoi abitanti non è solo un provvedimento per tutelare la sicurezza pubblica, è uno stato delle cose che sfida ogni giorno i progetti per risorgere e migliaia di idee di futuro. Prima che scocchi l’ora dell’anniversario delle scosse in Centro Italia che hanno coinvolto 140 comuni, quella del 24 agosto 2016 di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, seguita dai terremoti del 26 e soprattutto del 30 ottobre tra Castelsantangelo sul Nera, Norcia, Preci e Castelluccio (la più forte in Italia dai tempi dell’Irpinia), siamo andati incontro alle storie incredibili che se ne stanno incastonate là, senza clamore. Stordisce rendersi conto di quanta tenacia, poetica follia e saggezza stia dietro ogni vittima del sisma, soprattutto persone come Emiliano, Michela, Francesco e Matteo, Katia, Ilaria e Lorenzo: allevatori, imprenditori e agricoltori che già da “prima” avevano un patto profondo con il territorio e, “dopo”, non l’hanno infranto. Per quanto gli stia costando, in tutti i sensi, stanno lavorando duramente per fortificarlo. Un grazie sentito a ognuno di loro. Neanche immaginano quanto hanno da insegnare.

Favalanciata
Courtesy photo Alessio Pagani

Castelluccio di Norcia: 30 cavalli per andare lontano

I campi di raccolta a Castelluccio.
Courtesy photo Alessio Pagani

Mangia in piedi, in piazza. Il signore che lo serve mette il ciauscolo (un salame tipico) nel pane con amore. Aveva un ristorante ma adesso si arrangia così. Di Castelluccio non resta granché di altro, e la transenna segna l’inizio e la fine di uno dei borghi più belli d’Italia. Anche Emiliano Brandimarte, che deglutisce a fatica i bocconi perché parlare di queste cose gli stringe la gola, si arrabatta. Sembra un controsenso. Il suo Sibillini Ranch, nel bel mezzo del Pian Grande di Castelluccio, è un luogo di grazia: qualche steccato e per il resto cavalli, bellissimi, che corrono liberi vicino ai campi di lenticchie, dove tra poco ci sarà la fioritura. “Prima” arrivavano da ogni dove per vederla, parcheggiando come pirati. Nel suo ranch, Emiliano ti fa fare giri a cavallo alla tua portata, qualunque essa sia. C’è solo un piccolissimo problema. Chi viene non sa dove dormire. A Castelluccio i posti disponibili si contano sulle dita di una mano, ma anche a Norcia e dintorni la ricettività è minima. «L’anno scorso è venuta così poca gente che l’inverno scorso ho dovuto vendere quindici cavalli per continuare a mantenere gli altri. Ho dato via quelli molto piccoli, se no poi ti affezioni. Io tengo fino alla fine anche i cavalli vecchi, che ormai non servono. Hanno lavorato magari trent’anni, lo meritano». I turisti non trovano stanze e allora Emiliano si è inventato escursioni con pernottamenti in tenda. Se solo il Parco Nazionale dei Monti Sibillini gli rendesse le cose più facili... «Nei parchi americani esiste la licenza da outfitter, perché qui non si possono avere i permessi? Sono tignoso, mi piacerebbe contribuire a creare questa mentalità». Per rendere sostenibile la sua attività, Emiliano, che “prima” faceva il pienone nei mesi estivi, vorrebbe prolungare la stagione da maggio a ottobre e lavorare su prenotazione per garantire a se stesso e al territorio clienti motivati e consapevoli. Vorrebbe. «Anche se certe volte la voglia di lasciar perdere è tanta». Ma non si può. Ci sono trenta cavalli da accudire.

Emiliano Brandimarte alleva cavalli di razza haflinger (Avelignese). L’inverno dopo il terremoto è rimastosolo al freddo della Piana di Castelluccio per non abbandonarli.
Courtesy photo Alessio Pagani

Favalanciata: una ricetta originale

Francesco Riti e Matteo Mattei in un campo di fave. La crema che hanno inventato è a base di fave, olio, menta,e un correttore di acidità naturale.
Courtesy photo Alessio Pagani

Una cosa piccola piccola può essere forte almeno quanto una grande e, trasponendo questa banalità a un livello urbanistico, salta fuori un esempio tutt’altro che banale, a partire dal nome: Favalanciata. È una frazione del comune di Acquasanta Terme, pesantemente colpita dal terremoto ma meno che altrove. «Non ha avuto crolli perché poggia su un substrato roccioso alto dai 70 ai 150 metri», spiegano gli abitanti offrendo pane, salame e ravioli di castagne. Fosse andata anche peggio, è difficile immaginare questa gente, una ventina di persone rimaste dopo il sisma, relegata in un albergo sulla costa. «Puntavano a mandarci via, dicendo che qui non si poteva stare. Ci siamo organizzati, abbiamo dormito in macchina d’inverno con la condensa che ci ghiacciava ogni mattina, abbiamo anche sventato due o tre tentativi di sciacallaggio, ladri che credevano di trovare il paese deserto e si presentavano per la lettura del gas...». Rientrati nelle case che avevano l’agibilità, ne hanno adibito una in ristrutturazione a punto di aggregazione per mangiare insieme e per le messe. Ci sono dei piccoli campi di fave intorno alle case, ma dovranno aumentare perché, per sostenere e rilanciare questa comunità di ospitalissimi combattenti, Francesco Riti e Matteo Mattei si sono inventati un progetto che rischia di avere molto successo. «Io avevo avviato un B&B qui, iniziava ad andare molto bene, ma ora è inagibile. Francesco a Santa Maria ha ancora un’azienda, in parte lesionata, che produce salse e condimenti fatti con gli ingredienti della zona. «La crema di fave non c’era, l’abbiamo scoperto con una ricerca di mercato. Ce la siamo inventata. Francesco si è fatto dare dei consigli da uno chef per stabilizzarla e poi abbiamo aggiunto la menta. L’abbiamo messa nei vasetti per far viaggiare il nome di questa comunità il più lontano possibile, creare un indotto, realizzare un futuro agibile. Tolti i costi di produzione, il resto servirà per le attrezzature e la semina aggiuntiva dei campi, per prendere un marchio e far riconoscere a questa zona un’eccellenza». A livello umano, chiunque può riconoscere che qui un’eccellenza c’è già.

Ussita: in questa casa molto carina

La famiglia Paris a Ussita.
Alessio Pagani

«No Diego, questa casetta non crolla con il terremoto». «Ma è di legno! Se la soffia via il lupo?». «Non va giù neanche se viene il lupo». Tranquillizzare suo figlio di 6 anni è stata la parte facile. Ben più complicato farsi una ragione del fatto che nella casetta, disponibile subito dopo il terremoto, Michela, il marito Stefano, Diego ed Emma, quasi 5 anni, ci sono entrati i primi di maggio del 2018. «Dopo le scosse Dario Osella, quello della robiola, ha iniziato a tempestare il comune di chiamate Voleva regalare a una famiglia di allevatori con bambini una casetta». Ma non riusciva a mandarla perché, tra zone rosse e dissestate, non è stato trovato un posto dove depositare i moduli da montare. Nonostante la cocciutaggine del signor Dario, 89 anni di tenacia piemontese («Chiamava tutti i giorni, mi diceva: “Dài Michela che ce la facciamo, non mollare”!»), quando finalmente il materiale è arrivato, a fine ottobre scorso, e la casa è stata costruita, hanno dovuto aspettare sei mesi ancora: per i collegamenti con la rete elettrica. Ma sono andati avanti con l’allevamento lo stesso: le pecore di razza sopravissana, le mucche, i cavalli per il maneggio. Nonostante dopo la scossa del 30 siano stati costretti a delocalizzarsi a Porto Recanati, tranne Stefano.

Michela Paris mentre si occupa delle pecore. «il terremoto fa parte della natura. Come l’estate, l’inverno, la primavera attiva delle trasformazioni nel paesaggio, le montagne sono nate anche così. Non deve per forza fare paura. Basta che i luoghi in cui viviamo siano sicuri: per sentire la scossa, potersi girare dall’altra parte e continuare a dormire. SIAMO nel 2020!».
Alessio Pagani

«La mattina alle 9 portavo i bambini all’asilo a Loreto, l’ho scelto al piano terra. Poi andavo a Ussita a occuparmi degli animali, poi verso le sei tornavo sulla costa dai bambini che stavano con i suoceri. 130 km ad andare e 130 a tornare con le strade a pezzi. Il freddo che ho sentito non me lo posso dimenticare». E poi di nuovo tutti a Ussita, nel bungalow di un campeggio senza servizi. La fatica per questa vita si coglie nello sguardo di Michela, che somiglia a quello dei maratoneti provati, che non sai come fanno ad andare. Le parole, invece, raccontano nuovi progetti: «Creare un piccolo laboratorio con tre funzioni in tre diversi periodi dell’anno: prima si lavora il miele, poi gli insaccati, poi il formaggio. Gli animali pascolano in zone incontaminate, senza pesticidi. Con un sito internet, potrebbero assaggiare i prodotti anche a Londra...».

Accumoli: il cielo in una stalla inagibile

La famiglia Pica nell’azienda agricola biologica "Alta Montagna Bio Ss".
Courtesy Emilia Alessio Pagani

I ragazzi Pica stanno facendo inglese. L’insegnante è un ragazzo portoghese ospitato, assieme alla sua famiglia, per il programma di scambio Workaway: aiutano nella stalla, con le galline e a fare il formaggio in cambio di vitto e alloggio. Barbara, 14 anni, Roberto, 13, Elisa, 11, e Sofia, 10, fanno homeschooling da prima del terremoto, ma diciamo che dopo è stato inevitabile: Accumoli è un paese raso al suolo, chi ha potuto se n’è andato e la casa dei Pica, costruita con criteri antisismici, è rimasta a lungo l’unico posto dove la Protezione Civile, i giornalisti e gli allevatori della zona potevano appoggiarsi per i loro rispettivi lavori. Sentir raccontare da Katia, produttrice di carni bio che porta a Roma ogni settimana, che cosa ha significato far sopravvivere gli animali dopo la scossa è un’esperienza estrema, chissà viverla. «La stalla era inagibile, hanno staccato l’acqua e 30 vitelloni aspettavano di bere.

Nessuno mi voleva aiutare, dal sindaco alla Protezione Civile. I pompieri mi hanno detto che non avevano le autobotti... credevo di aver sbagliato numero. Poi il colpo di grazia della Guardia Forestale: “Ci dica di quante bottiglie ha necessità”. Dico: “Guardi, un autotreno di bottiglie e 20 operai per stapparle”. E gli animalisti? “Questa stalla è troppo sporca, gli animali sono sofferenti”. Gli ho detto: “Se potessi entrare la pulirei, ma ho il divieto perché è inagibile”». Alla fine se la sono cavata da soli, i Pica, entrando comunque nella stalla, nella solitudine dell’inverno. In primavera, hanno avuto persino voglia di riprendere in mano il progetto di un agricampeggio con casette che stava per partire prima del terremoto. Hanno dovuto ricominciare tutto da capo, a spese loro. Avrebbero bisogno di iniziare a rientrare dei costi, ma se la Regione dà l’ok il Comune chiede integrazioni e tutto è fermo in un pantano burocratico.

San Pellegrino di Norcia: quel colore viola

Ilaria Amici e Lorenzo Battistini nel campo di aglio nero. (I loro prodotti su sito Boscotorto). Per loro la “casetta” è arrivata solo lo scorso novembre. A 0ggi delle 3.833 casette previste, ne mancano all’appello più di 500.
Courtesy photo Alessio Pagani

Prima «Siamo originari dei Castelli Romani. Io mi arrangiavo con vari lavori, Lorenzo era parrucchiere e quattro anni fa abbiamo deciso di cambiare vita. Abbiamo fatto uno studio antropologico sulla zona di Norcia. Fu una delle prime città a coltivare lo zafferano. Nel 1200, 1300 qui era tutto vitigni e fiori viola della spezia. L’idea era realizzare una tartufaia e, finché non fosse andata a regime, entro cinque anni, vivere di zafferano, che ci affascinava anche perché contiene uno dei più potenti elementi curativi che offre la natura. Volevamo coltivare anche ortaggi di qualità, con telecamere che ne raccontassero la crescita a chi li avrebbe acquistati. Stavamo per partire. Proprio nelle ore prima della scossa avevamo la sensazione di essere tornati come quando sei bambino: padroni di un tempo dilatato, senza paura per il domani, collegati alla natura». Durante «Ci hanno soccorso alle 11.30 di mattina. Eravamo in un campo con altri, e ricordo questa sete tremenda: la polvere, la bocca asciutta per il trauma, e niente da poter bere. Poi la paura di voltare l’angolo, tra le macerie, e ritrovarsi faccia a faccia con la morte. L’adrenalina che ti fa spostare massi pesantissimi per toglierti dalla strada più in fretta possibile mentre a destra e sinistra ti guardano case pericolanti. Far fare la pipì al cane in un bosco di pini col terrore irrazionale che i pini ti cadano addosso». Dopo «Abbiamo vissuto un anno e tre mesi in camper, la Sae (Soluzione Abitativa Emergenziale, cioè la casetta) ci è stata consegnata nel novembre scorso. Abbiamo disperatamente cercato di portare avanti la mondatura e l’essicazione dello zafferano, di non buttare via migliaia di euro di bulbi e di seminarli. Ma senza avere più capannoni, magazzino e laboratorio. Nonostante fosse uscito un decreto per dare a tutte le aziende agricole ferme un container, ogni volta ci depennavano dalla lista. Abbiamo contattato un birrificio belga che ci produce la birra allo zafferano con una ricetta nostra, brevettata: la vendiamo con l’e-commerce, senza saremmo falliti. Ora abbiamo il laboratorio e il punto vendita e pare si sia sbloccata la burocrazia e possiamo avviare le carte per ripartire. Con ancora pochi tartufi... Ma con l’aglio nero e dell’ottimo zafferano»

Gli incontri di questo viaggio sono stati possibili grazie ad Alessio Pagani, che assieme a Francesco Fiorello frequenta i luoghi del sisma regolarmente dal 24 agosto 2016. Da questa esperienza è nato il Genziana Project e il libro Resistere - Nel cuore terremotato del Centro Italia edito da Seipersei. Uscirà per il 24 agosto anche grazie all'aiuto di una campagna di crowdfunding su it.ulule.com/resistere

Pubblicità - Continua a leggere di seguito