Lavorare nella Silicon Valley: qui le donne non sono tutte milionarie, anzi

Viaggio nella vita quotidiana di chi vive e lavora nell'ex deserto che sta cambiando il mondo. In modo non troppo paritario...

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CHristoph Otto

È la terra delle opportunità, non c’è dubbio. Nei 100 chilometri della Silicon Valley, in California, sono spuntate molte delle aziende che più hanno contribuito a cambiarci la vita. Apple, Facebook, Netflix, YouTube, Twitter, Google, LinkedIn, solo per dirne alcune. E di conseguenza è lì, sotto il sole e tra le nebbie della Bay Area, che si trova la più alta concentrazione di capitali, talenti, imprese, startup, e due delle università più rinomate del pianeta, Berkeley e Stanford. Perché si può fare fortuna, nella valle del silicio, dove l’ottimismo è uno stile di vita, e partecipare a party fantastici. Ma anche incappare nei festini hard dei long weekend californiani, dove tra sesso e droghe emerge il lato oscuro dell’élite tecnologica americana. E la difficile posizione delle donne, le molestie e la cultura sessista. Come si sta, davvero, nel paradiso di robotica, auto elettriche e blockchain? E quante possibilità hanno, “le ragazze”, di cambiare il mondo nel paradiso dell’iniziativa? La risposta è che se regine come la minuta e onnipotente Ann Winblad, pioniera delle startup, e Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, ci sono riuscite, solo il 2% delle altre ottiene finanziamenti per nuovi progetti. Abbiamo incontrato delle donne che abitano nella valle più famosa del mondo. E che nella “land of opportunity” hanno coltivato almeno un sogno.

Courtney Walsh
Christoph Otto

L’ansia da startup. «Vivere nella Valley per molti significa sentirsi all’apice dell’innovazione. Ma, così pieno di tipi ambiziosi, sempre alla ricerca della prossima grande cosa, l’insieme a volte risulta stressante», dice Courtney Walsh, attrice. Qui, spiega, tutto sembra sempre perfetto: le case da sogno, l’aspetto delle persone, quello che si posta sui social. Lei, 52 anni e una laurea a Yale, ha trovato sul palcoscenico la giusta dimensione. «Da queste parti non esistono grandi comunità religiose e non c’è modo di ascoltare gli altri. Per la gente il teatro è una delle rare occasioni di farsi coinvolgere e uscire dal virtuale». Ciò che non ama della Valley è il costo della vita, i prezzi folli del mercato immobiliare, il potere del successo e del denaro. L’incontro di nazionalità e culture che per tanti è adrenalina, ai suoi occhi è solo l’altro lato della medaglia di una cultura troppo dirigenziale.

Courtney O’Donnell
Christoph Otto

Non è d’accordo Courtney O’Donell. Arrivata da Washington, nel cambio è rinata. Per lei in questo angolo di California si respira un’aria diversa e «si avverte creatività, apertura verso le nuove idee». Ora è una dirigente di Airbnb, un’azienda in cui, assicura, l’uguaglianza di genere è molto avanzata: «In consiglio d’amministrazione siamo quasi il 50%, e personalmente considero una grande opzione la pianificazione della carriera delle donne che congelano gli ovuli per rimandare la maternità».

Anita Serpa
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Si pratica già l’egg freezing. Introdotta da Apple e Facebook come benefit per le dipendenti, mettere in “banca” i propri ovuli è un’attività che continua a far discutere. «Da noi si tratta di una pratica molto pubblicizzata», commenta Brittany Weldon, 41 anni, pediatra. «Da un punto di vista sociale, sono contenta che ci sia l’opportunità di fare figli più tardi, ma come medico so che ciò implica ulteriori sfide per la salute di madre e bambino. Anche in un luogo come questo, dove tutti dovrebbero essere uguali, è incredibile quanta pressione si faccia ancora sulle donne».

Brittany Weldon
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Eppure è vero, ci sono sempre più dirigenti femmine, ricorda Jenny Youll, ristoratrice quarantottenne di Palo Alto. Ma il sessismo resiste, «soprattutto nelle grandi aziende, e quanto più in alto si sale. Le persone forse sono spinte a sentirsi invincibili. Sanno di poter avere tutto quello che vogliono, e vanno a prenderselo». Il che però comporta anche vantaggi.

Jenny Youll
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«L’innovazione incontra la ricchezza nella Silicon Valley. Ci si può permettere buon cibo, buon vino. E questo per me ne fa il luogo ideale». Ribatte Leila Janah, che a 35 anni ha già fondato due aziende nel campo della cosmesi, Samasource e Lxmi. «Il potere continua a restare di quelli che firmano gli assegni.

Leila Janah
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Se solo l’8% delle società con capitali a rischio è a guida femminile, inevitabilmente gli abusi aumentano. E io sono contenta che se ne cominci a parlare». Ma a bilanciare i problemi ci sono anche le sfide vinte, ricorda Pamela Simpson. Di origine africana, 59 anni, program manager presso la società di software Okta, per anni è stata l’unica donna di colore della sua società.

Pamela Simpson
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«Nell’area, ciò che distingue quelle di successo è il loro orientamento all’obiettivo, ma anche la capacità di lavorare in gruppo, non più schiave delle ripartizioni familiari tradizionali. Per noi è normale che anche gli uomini stiano a casa a crescere i figli». Conferma Anita Serpa, 36 anni, assistente alla multinazionale di software Sap. «Lo senti nell’aria che sei in un posto dove si fanno progressi. C’è energia, passione, forza creativa. Devi pensare velocemente e velocemente trovare soluzioni. Anche a casa. Il mio compagno cucina, facciamo le pulizie insieme, e se io ho da fare i bambini li guarda lui. Noi ragazze qui siamo delle vere dinamo: inarrestabili».

Linda Sullivan
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Vale sempre la stessa regola. Linda Sullivan, architetto d’interni di 51 anni, spiega che: «Nella Valley non si fa eccezione: dipendi dal riconoscimento dei maschi, e in più sai che ti muovi tra gente sempre esigente. La maggior parte dei miei clienti sono dirigenti di Facebook, Twitter o Google. Molti sono giovani e già in pensione perché hanno venduto l’attività a società più grandi. Ci danno incarichi per case di 400 metri quadrati. Hanno la bambinaia, la cuoca, l’autista. Vogliono stanze dove le luci si accendono tutte insieme e cinema privati di ultima generazione».

Tracy Young
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Un’umanità che ti sfida, se la pensi come Tracy Young, 33 anni, ingegnere e cofondatrice di un’azienda informatica, la PlanGrid, che nella Silicon Valley ha visto la grande opportunità della vita: «Sono approdata in California da rifugiata, i miei genitori sono arrivati dal Vietnam. Ciò che mi dà la carica, ora, è che sono consapevole di quanto poco tempo abbiamo per cambiare il mondo. All’inizio mi dicevano che ero troppo magra, troppo giovane, non abbastanza carina. Ma alla fine l’unica cosa che interessava davvero agli uomini era che lavoravo sodo, quanto loro. Nessuno ci può fermare».

Leslie Berlin
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Il perché lo spiega Leslie Berlin, storica ai Silicon Valley Archives dell’università di Stanford. «Sono state la vicinanza a San Francisco e la controcultura degli anni 60 a rendere la Valley quello che è. La gente qui ha messo in dubbio i modi di pensare tradizionali e propagato la libertà di informazione. All’inizio questo era il posto dove lavoravano quelli che volevano risolvere i problemi con l’aiuto del computer, quando la maggior parte della popolazione si dedicava ancora all’agricoltura. Poi ciò che è successo in questa striscia di terra ha finito per avere molta più importanza di quello che si poteva immaginare».

Lilian Bornstein
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«Sono del Nebraska e vorrei fare l’attrice», dice Lillian Bornstein, 21 anni e grandi occhi chiari. Lei a Stanford ci è venuta per studiare: «Trovo che nella Silicon Valley ci sia una certa diseguaglianza», racconta, «dover essere sempre i migliori a mio avviso è dannoso: il sogno americano per cui se lavori duro puoi ottenere tutto in fondo è un’illusione. Qui la produttività ha priorità assoluta, ma io vorrei andare in un posto che apprezzi l’arte, non solo le istituzioni. Non sono disposta a sacrificare la mia salute mentale per il successo». Ma Lillian, qui, sembra una mosca bianca.

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