Perché "Meet me alla boa" di Paolo Stella è il libro da leggere adesso

Un romanzo di formazione moderna che racconta i Millennials più di un trattato di sociologia.

Un dettaglio della cover di "Meet me alla boa"
Courtesy Mondadori

Caro Paolo Stella, io non ti conosco bene. Però tutte le volte che ci incontriamo e ci salutiamo (tu fai i red carpet, io no; tu hai migliaia e migliaia di follower, io no; tu offri molto di te al pubblico, io no) percepisco che tra di noi esiste una certa similitudine comportamentale.

Quella che ci fa utilizzare l’ironia bonaria, sempre contro sé stessi e mai contro gli altri, come scudo difensivo: è sempre meglio prevenire le cattiverie, invece di leccarsi le ferite dopo. Quella che shakera vanità e timidezza, sensibilità e disubbidienza. Quella che si esprime nel lieve disagio di non sentirsi mai del tutto a proprio agio in ogni situazione, perché a forza di essere attori e spettatori di noi stessi, viviamo in coppia con l’autocritica, la sposa che ci rende stranieri a noi stessi (questa non è mia, è di Marc Augé, autore che ti consiglio di leggere a meno che tu non l’abbia fatto).

Quando mi hai spedito il tuo romanzo Meet me alla boa, io ho iniziato a leggerlo così, sapendo che chi l’aveva scritto era uno un po’come me, ribelle alle definizioni. Chi sei? Un influencer? Non esattamente. Un attore? Non solo. Un principe dei social? Sì, ma c’è altro. Un giovane imprenditore? Anche. E poi anche “giovane”. Quest’anno compi 40 anni.

Su Instagram, vedo il tuo libro postato in ogni dove, fan in deliquio alla sua ricerca, tu che lo presenti, vestito e soprattutto svestito, in ogni dove, compresi luoghi mondanissimi e costosissimi, tra fiumi di champagne e vassoiate di tartine al nulla: tra icone bidimensionali si mangia poco, altrimenti di dimensioni arriva la terza: la ciccia.

L’avranno letto tutti i tuoi follower? E se sì, l’avranno letto tutto? Mi domando.

Io sì. E l’ho trovato un inventario di tutti quegli elementi che caratterizzano una generazione: la tua. Ti sono grato di averlo fatto, perché ti/vi capisco di più. Non sto dicendo che dietro un libro che affronta la morte della persona amata – e, di traslato, la morte dell’amore come ce l’avevamo in testa quand’eravamo adolescenti – ci sia per forza un’esperienza autobiografica. C’è il racconto di chi «non ha nulla, ma non gli manca niente» (citazione) perché vive una vita che è metà spettacolo già pagato, metà impegno in progetti ancora da consolidare. «Sono nato, cresciuto e convivo con quella strana sensazione di perdermi sempre qualcosa: che non ancora interpretato il ruolo della vita, che il mio bel faccino stia già appassendo e che peccato non poterlo fermare lì, in un attimo di celluloide perfetto, immortabilmente giovane, luminoso, vivo. (…) Vivo con il terrore che se non fossi andato a quella festa mi sarei perso l’occasione di incontrare il contatto giusto, quello della svolta che sempre, ti dicono, è lì, proprio dietro l’angolo. Che se non avessi sorriso anche in quel posto arrugginito, a quelle facce stanche, nemmeno quella volta si sarebbero accorti che valgo qualcosa» (citazione).

La cover del libro "Meet me alla boa" di Paolo Stella (Mondadori)
Courtesy Mondadori

Sia chiaro: questo non sei tu, caro Paolo, ma è quello che fai pensare al tuo protagonista Franci, ovvero Francesco Stella (ah, guarda che c’è Francesco Stella, un mio amico che è un vero attore di fiction: warning!).

Sono parole che mi danno il senso del perché esista una distanza tra i miei coetanei e i tuoi. In fondo è solo Franci il vero protagonista di questa che dovrebbe essere una love story a due. E non perché il personaggio di Marti, la sua amata, è già defunta fin dal risvolto della cover, ma perché è lui e solo lui che attraverso il dolore vero (non quella fitta antipatica che ti prende quando il contatore dei like non gira abbastanza vorticosamente) diventa finalmente reale. E grado di sublimare la mancanza in modo laico e coraggioso, ma non per questo meno spirituale.

Quei 30 passi che dividono l’ingresso dell’obitorio dalla salma della fidanzata, che a loro volta scandiscono in 30 capitoli il tuo romanzo, sono in realtà 30 momenti in cui si approda alla propria umanità, alla propria coscienza, oltre i vestiti prestati dalle griffe di lusso di cui fai pure abbondante sgocciolio verbale (però, Paolo: Marc Jacobs si si scrive con la “c” e non con la “k”, Mark Jacobs), oltre i party, oltre i viaggi esotici, oltre la sottile ebbrezza di appartenere a un mondo dorato, sapendo benissimo che a quel mondo si è strumentali e basta qualche centinaio di like in meno per esserne cacciati.

Al trentesimo passo c’è la definitiva accettazione che si è quel che si è e talvolta «l’unico modo per stare vicino al dolore di un altro è essere pratici» (citazione).

Ai miei tempi – oh sì, fammela dire, ti prego, questa frase! Ci ho messo così tanto per scriverla – si sarebbe detto che Meet me alla boa è un “Bildungsroman”, un romanzo di formazione che racconta l’evoluzione di un personaggio a cui eventi esterni modificano irrimediabilmente l’interiorità. È un complimento, Paolo.

E, oltre a un libro, è anche una bussola per capire meglio quelli che vivono dietro gli smartphone, documentano le loro vite su Facebook, si mettono in posa su Instagram cercando di convincere se stessi prima che gli altri, di vivere un’esistenza fantastica-meravigliosa-eccezionale e pensano alla moda come a un reame fatato. Mentre, magari, in realtà ciò che desiderano è l’essere visti: Franci è attore, Marti fu stylist di moda, vivono tra voli in business, brindisi sui tetti di Parigi, notti in hotel deluxe il cui conto è stato pagato da altri.

Poi arriva la morte. E spariglia tutto. Ci fa vedere la realtà com’è, piena di dura bellezza, di crudele meraviglia, di disperato incanto. Esattamente come la rosa spampanata (Paolè, io te lo devo dire: una rosa sfiorita può essere spampanata, non spanata, come scrivi: “spanate” sono le viti che hanno perso il filo e girano a vuoto nei fori) che Marti regala a Franci per conficcarla nei revers di carne del suo cuore.

Con molto affetto, come sempre più scritto che parlato, ma a me viene così.

Antonio.

P. S. Mi saluterai ancora? Ho cercato di scriverti questa lettera sincera con in mente una scritta: No Paolos Stellas Were Harmed in the making of this review.

Non volevo ferirti, ma dirti «grazie» a modo mio. Per davvero, eh.

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