Donna* viene dalle periferie. Lo dice orgogliosamente. Viene da una piccola e graziosa cittadina non lontana da Philadelphia. Donna è cresciuta in una famiglia della media borghesia. Ha scritto poesie. Portava i capelli medio-lunghi biondi e lavorava allo sportello dei servizi sociali. Oggi Donna fa terapia di gruppo a Family First, un programma ambulatoriale per donne che abusano di stupefacenti.

Nel 2011, dopo aver dato alla luce suo figlio Marco* che ora ha 6 anni, e lei ne aveva 25, i dottori le hanno prescritto Oxycodone e Xanax per il dolore cronico alla schiena. Donna li ha comprati in contanti in una sorta di spaccio delle pillole dove i medici distribuivano i farmaci come caramelle. La sua famiglia sapeva che stava prendendo un sacco di prescrizioni, ma in fin dei conti gliele segnava un medico, mica un pusher. Tuttavia, a sua madre la faccenda non piaceva ed era convinta che avrebbe preso una brutta piega.

È andata avanti per un po', buttando giù pillole senza particolari conseguenze. Poi, nel 2013 Donna ha avuto un terribile incidente d'auto. Altri medicinali. Depressione pesante. Un tentativo di suicidio. Un soggiorno in rehab. Qualcuno denuncia alla Narcotici il medico che le spacciava i farmaci e lo studio viene chiuso. Sembrava che le cose potessero andare meglio. Poi suo marito ha iniziato ad assumere Percocet per una clavicola lussata, e ci risiamo: Oxycodone, già pronto in casa. Lui ne diventa dipendente, lei no, all'inizio. Poi subentra l'assuefazione e passa ore chiusa in camera da letto, vergognandosi. Di Marco se ne occupava sua madre mentre il marito le passava di nascosto le pillole. Lei però si odiava per la sua dipendenza. Il Percocet non è economico. Costa $25 a pillola. L'eroina invece $10 a bustina. Donna, ovviamente, non voleva assumere eroina. Aveva appena scoperto di essere incinta del secondo figlio: chi prenderebbe mai l'eroina mentre è incinta? Ma ormai assumeva le pillole ogni giorno e lei e il marito avrebbero potuto dividersi la bustina di eroina da $10 e raggiungere la stessa euforia di due pillole da $25. La scelta era fra $50 e $10. Voi cosa avreste fatto?

Morgan McMullen

Quando Donna era di 37 settimane ha avuto un'allucinazione in cui era morta, in una tomba. O morta, o strafatta: non riusciva più a vedere una via di mezzo. “Voglio il parto indotto”, dice quindi alla sua ginecologa ostetrica. Donna odiava quello che stava facendo al suo bambino. “Voglio partorire in anticipo perché voglio uccidermi”. Quando dici alla tua ginecologa che stai sniffando eroina e che ti vuoi ammazzare, lei non ti induce le doglie: chiama i servizi sociali. La ginecologa le ha trovato una clinica dove le potessero somministrare il metadone. Tre giorni dopo, alla 38esima settimana, Donna ha avuto un bimbo. Lo ha chiamato Dylan*.

Ora, Donna guida per 20 miglia fino a Camden, nel New Jersey, ogni giorno, per rimanere nella clinica di metadone dalle 7 di mattina alle 13. Frequenta il gruppo e la terapia individuale a Family First tre volte a settimana . Ha deciso di mandare Marco in una scuola privata mentre Dylan resta con Miss Charlotte nella nursery al primo piano del palazzo in cui lei fa la terapia. Le piacciono le donne che incontra qui e le piacciono i consulenti.

Lei e il marito potevano dividersi una bustina da $10 e provare la stessa euforia di una pillola da $25. Fra 50 e 10, cosa avreste scelto?

Ma Donna odia Camden. Camden la spaventa. È piena di gente con dipendenze, dice. In più, il regime del metadone è rigoroso. Se salta una dose viene rimproverata, ma se salta una dose sta anche molto male. La sua situazione la chiama "la prigione metadone". Ma sta funzionando. Donna non si fa di eroina da 126 giorni, anche se non si sente libera. Suo marito è in rehab e lei non può visitarlo. Vorrebbe andare avanti con la sua vita. Ma quando succederà questo? E soprattutto, come?

Nei centri di trattamento come Family First, i pazienti generalmente sono riuniti in gruppi: in quello di Donna ci sono quelle che hanno iniziato prendendo antidolorifici per dare sollievo agli interventi dentistici, parti cesarei, o mal di schiena, o quelle che sono dipendenti dall'eroina. Prima questi gruppi non avevano niente in comune, c'era chi si faceva di pillole e chi di eroina. Poi questi gruppi sono stati fusi. “La maggior parte delle nostre pazienti che prendevano pillole poi sono passate all'eroina”, dice Therese Benyola, direttrice del programma di protezione minori, riforma del welfare e abuso di sostanze al Center for Family Services. “Abbiamo ancora qualche donna che si fa solo di pillole, ma sono davvero poche”.

Una semplice ricerca su Google produce dozzine di queste storie, di graziose mamme in graziose comunità che diventano dipendenti, e alla fine muoiono di eroina: una madre di 33 anni che è svenuta sul pavimento di un coffee shop, strafatta, mentre i suoi bambini di 7 e 9 anni le sedevano vicino. Un'altra di 36 anni, di Long Branch in New Jersey, che è andata alla stazione di polizia per accedere ai registri pubblici, poi si è infilata nei bagni dove è andata in overdose.

Trenta o quaranta anni fa era difficile che la drogata tipo avesse un diploma o un lavoro: era in genere una che cercava di sbarcare il lunario o che prendeva un sussidio di disoccupazione, o che si prostituiva. Nel 1979, la ricercatrice della University of Michigan Victoria Binion parlò con 170 donne dipendenti dall'eroina nei centri di disintossicazione di Detroit, Los Angeles, e Miami. Più della metà erano nere, e molte avevano la stessa storia alle spalle: la loro dipendenza era legata ai problemi familiari che avevano subito durante l'adolescenza. La droga era percepita come un problema all'interno di una nicchia ben definita, dice Nicole Porter, responsabile del settore sostegno a The Sentencing Project, una non-profit che promuove la riforma del diritto penale.

Arrivati al 2013, già è un nuovo tipo di donna quella che consuma eroina. Sono donne benestanti, di mezz'età, medio borghesi, che fanno il car sharing. Sono mamme della Generazione X che si stanno riprendendo da un intervento al ginocchio, ex studentesse del College con doppia specializzazione. Donne con un reddito sopra i $50,000 e l'assicurazione medica privata. Donne che stanno prendendo Oxycodone e Vicodin perché ti tolgono i dolori tanto bene. Molto più di un vodka tonic. Meglio che fumare una canna.

Il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie ha dichiarato che l'abuso di oppiacei è diventato epidemico nel 2011. Lo scorso ottobre il Presidente Trump ha dichiarato l'emergenza sanitaria. Secondo il Centro, l'uso di eroina e oppiacei fra le donne è raddoppiato fra il 2004 e il 2013, due volte più che fra gli uomini. Mai così tante donne sono morte a causa delle prescrizioni di antidolorifici. Dal 1999 il numero di overdose fatali fra le donne si è incrementata del 400 percento, mentre fra gli uomini è del 265 percento.

La nuvola nera dell'uso di droghe non ha confini; allunga i suoi tentacoli in tutti gli angoli degli Stati Uniti e su ogni categoria sociale. E mentre i dati più recenti mostrano che gli uomini si allontanano sempre di più da oppiacei ed eroina, la dipendenza da queste sostanze sta diventando una prerogativa femminile che aumenta in modo allarmante.


Ifattori che rendono le donne più vulnerabili a queste droghe sono molteplici. La professoressa di psichiatria dell'Harvard Medical School Hilary Connery, che è anche direttrice sanitaria del McLean Hospital’s Alcohol and Drug Abuse Treatment Program di Belmont, in Massachusetts, la mette così: per le donne la dipendenza funziona come una formula. Le donne hanno un carico di malattie mentali maggiore come depressione, ansia, disordini legati a un trauma, e questo significa che sono più inclini a farsi prescrivere benzodiazepine e oppiacei, entrambi con l'effetto di offuscare i sensi, offrendo molto semplicemente un piacevole sollievo dallo stress. “Le donne sono esposte maggiormente a questo rischio”, dice la Dr. Connery. “È un aspetto significativo del fenomeno a cui stiamo assistendo, di donne che sviluppano disordini da consumo delle pillole e dipendenze”.

La voce di Katherine si alza di qualche ottava quando parla della prima volta in cui ha assunto eroina, come se provasse un orgasmo con una torta di cioccolato scadente.

Per capire meglio la relazione che le donne americane stanno intrattenendo con le sostanze stupefacenti, è necessario ripercorrere la storia della pubblicità nell'industria farmaceutica. Negli anni 60 e 70, lo sproporzionato carico di faccende domestiche, mariti che non collaboravano e bambini che piangevano, spariva per magia con l'aiuto di un fantastico nuovo medicinale: il Valium. Il Valium, una benzodiazepina, un tranquillante, era conosciuto come “Il piccolo aiutante di mamma”, proposto dal marketing come un prodotto che “riduce le tensioni psicologiche”, per spazzare via tutte i patemi emozionali. Nel 1980, benzodiazepine più potenti (come Ativan e Xanax) prescritte per disturbi ansiosi venivano consigliate anche per aiutare donne oberate.

Quando il farmaco OxyContin è comparso sul mercato, nel 1996, era considerato la perla degli antidolorifici. È difficile crederlo oggi, ma oppiacei come OxyContin venivano pubblicizzati dai medici come se causassero meno dipendenza e veniva prescritto anche per innocui mal di schiena, emicranie, endometriosi e dolori legati alla gravidanza. Era giusto un gradino sopra il famoso Advil. Il claim pubblicitario? “Get in the Swing with OxyContin” (più o meno, cavalca l'onda con OxyContin). L'OxyContin curava tutto. Solo che non era vero. Nonostante quello che vantava la pubblicità, dava dipendenza e ti succhiava l'anima come qualsiasi altro oppiaceo.

Nel 2008, i dati dimostravano già che le donne facevano più uso, e abuso, delle prescrizioni rispetto agli uomini. E le donne non assumevano OxyContin solo per i dolori, ma come alternativa al Valium e lo Xanax. Perché Oxy funzionava davvero. Katherine*, per esempio, una madre di una 30ina di anni che vive in Massachusetts, è rimasta preda degli oppiacei dopo che sua figlia si è fratturata il cranio in un incidente d'auto. Per lei è stato un periodo terribile. Sua figlia era una brillante studentessa di liceo, ma quando si è risvegliata non sapeva fare quattro più quattro. E Katherine si ritrovò lì, seduta in ospedale, preoccupata da morire per sua figlia che provava atroci dolori, per i quali le veniva somministrato il Percocet. Che male poteva esserci nel prenderne anche lei una pillola? Giusto per dormire. Giusto per smorzare i toni.

Katherine si era detta che ne avrebbe fatto uso occasionalmente, ma questa è stata la prima bugia. “Persino quando ho cominciato sapevo già, in qualche modo, che era l'inizio della fine”, dice ora. In un paio di settimane le medicine della figlia terminarono. Katherine conosceva una donna nel quartiere, una con cui era cresciuta, il cui marito era titolare di un'impresa edilizia ma vendeva oppiacei per arrotondare. L'ha chiamata. “Un mio amico ha bisogno di eroina”, ha detto Katherine a quella donna. Questa è stata la sua seconda bugia. Mentire la faceva sentire bene perché che razza di madre prenderebbe mai eroina? Era tutto assurdo.

La prima volta che ha assunto eroina : “Oh, mio Dio.” La voce di Katherine sale di qualche tono quando lo racconta, quando ricorda quella sensazione come se stesse avendo un orgasmo con una scadente torta al cioccolato. Era più forte di qualsiasi cosa — di gran lunga meglio delle pillole — e Katherine lo adorava. La liberò di tutto. Ogni preoccupazione riguardo la guarigione della figlia, lo stress del lavoro, il matrimonio, il mutuo. Tutto spazzato via.

Nel 1999, quattro anni dopo l'approvazione dell'OxyContin da parte della Food and Drugs Administration, circa 1.000 donne erano morte di overdose di antidolorifici. Nel 2010 quel numero era salito a 6.600. Gli Stati hanno iniziato a mettere il freno ai medici e hanno iniziato a far passare leggi che permettessero di controllare la storia degli oppioidi presi dai pazienti attraverso una banca dati nazionale.

Ma a quel punto della storia, l'America era già sotto dipendenza. Puoi levare di mezzo le prescrizioni, ma questo non risolve la dipendenza. Le donne della middle class hanno iniziato a cercare le pillole sul mercato nero. E hanno trovato l'eroina di strada, pura, economica e disponibile a sazietà. Il cartello della droga messicana ha preso atto di questa nuova esigenza del mercato americano e l'ha monetizzata. Nel 2014 la produzione di oppiacei in Messico è aumentata del 50 percento, come riportava il New York Times.

Le donne nere non venivano mandate in rehab: venivano spedite in galera

Sembra un salto enorme passare dall'inghiottire una medicina a sniffare o iniettarsi eroina, ma è esattamente per questo che è emersa la crisi attuale. Secondo le analisi dello JAMA Psychiatry, il 75 percento dei consumatori di eroina inizia con una dipendenza da antidolorifici. Perché chimicamente, sono cugini. Entrambi si ricavano dal papavero dell'oppio o dall'oppio sintetico, ed entrambi interferiscono con i recettori cerebrali. “Normalmente, le donne non assumerebbero mai eroina perché è una droga legata a un forte tabù”, spiega lo psichiatra Stephen Ross, direttore del programma di abusi di sostanze al NYU Langone Medical Center. “Ma l'eroina in pillole, prescritta dal medico e consegnata dal farmacista, dà una percezione di innocuità”.

Prima che il paese si svegliasse dall'orrore di questa epidemia, ha dovuto vedere quanto fosse grande, cattiva e onnicomprensiva, e che non c'era ancora Family First. La risposta è stata severa. Se usi eroina vai in prigione. Punto. Nel 2000, le donne nere avevano sei volte più probabilità delle bianche di venire incarcerate — una conseguenza diretta della guerra della droga che prendeva di mira i quartieri neri — e per la mancanza di alternative di trattamento, secondo Porter. Le donne nere non venivano mandate in rehab, venivano mandate in galera.

Anche la demografia delle carceri cambiò allo stesso modo. Nel 2009, il tasso delle donne nere incarcerate era diminuito della metà, mentre il tasso di incarcerazione delle donne bianche era aumentato. C'è stato un aumento del 37 percento di crimini legati alla droga commessi da donne bianche fra il 2000 e il 2009. Sempre più donne bianche sono rimaste coinvolte in attività criminali — mentre accadeva l'opposto per le nere — quasi sempre a causa del consumo di oppiacei.


Una volta rimasta incinta, Eva* non ha più potuto nascondere i segni sulle vene. Non prevedeva di rimanere incinta. Ora sembra una mamma comune, con i capelli raccolti in uno chignon. T-shirt grigia. Jeans. L'incarnato pallido senza trucco. Ma Eva ha provato l'eroina da adolescente e non riusciva a smettere di cercarla. Ha vomitato l'anima quando l'ha provata la prima volta. Ma non importava: ormai era irretita. Mostra i segni sulle vene del braccio: “Ormai sono cicatrici”, dice. “Ma un tempo erano davvero brutte”. A volte prendeva anche pillole. Ha speso parecchi soldi dai medici, nei primi anni. Andava da un dottore per prendere Klonopin e poi da un altro dottore per prendere lo Xanax. Uno lo pagava con la sua assicurazione, e uno in contanti.

Morgan McMullen

Eva ha concepito mentre era strafatta. Non lo ha detto a nessuno, ma si ripeteva ogni giorno: Tu non sei incinta. Fatti questa dose e non pensarci. Il minuto stesso in cui è arrivata in ospedale in travaglio ha confessato ai medici di essere eroinomane. L'hanno portata di corsa in sala parto. Dopo un tempo che è sembrato di pochi minuti, il bimbo era nato. “L'infermiera, non ricordo il suo nome, ma che Dio la benedica, mi disse, ‘Questa è la tua buona occasione. Rimetti insieme la tua vita. Parla con qualcuno. Ti aiuteranno’. Mi sono sciolta in lacrime e le ho detto, ‘Ha ragione. Ce la posso fare’.”

Eva era andata in rehab una 20ina di volte. Non aveva mai funzionato finché non ha avuto Christopher*. Ora lei è un'altra delle pazienti di Family First. Christopher ha festeggiato qui il suo primo compleanno. Ha ricevuto in regalo un set di Teenage Mutant Ninja Turtle e una T-shirt con la scritta “Piccolo Combattente”. C'è una torta colorata con il suo nome e una candelina. Christopher siede in grembo a Eva, mangia la torta e ride alle altre donne nella stanza. Sono tutte mamme, tutte dipendenti dalla droga. “Sei contento Christopher? Ti piace la torta?” dice Eva, vezzeggiandolo e imboccandolo. Christopher è un bravo bimbo. Eva lo porta allo zoo ogni sabato, se non fa troppo caldo.

Le donne, al contrario degli uomini, hanno una vulnerabilità biologica maggiore alla droga che le induce a diventare dipendenti a un ritmo molto più rapido, un fenomeno inquietante che i dottori chiamano "telescoping". Il telescoping è la rapida progressione dall'uso di una sostanza per la prima volta, l'infatuazione, fino alla dipendenza totale, come è successo a Eva. Gli ormoni danno il loro contributo; la dipendenza può essere influenzata dal ciclo mestruale di una donna.

È così che lo spiega Jill B. Becker, Ph.D., professore di psicologia e psichiatria presso l'Istituto di neuroscienze molecolari e comportamentali dell'Università del Michigan: all'inizio della dipendenza, il farmaco attiva il sistema dopaminergico del cervello: il tuo cervello inizia a volere e piacere il farmaco allo stesso tempo. Alla fine, la parte del tuo cervello a cui piace si spegne e non ti sballi più. Invece la parte che lo vuole non si spegne mai. Nelle donne, ormoni come l'estradiolo esaltano la parte che richiede la droga.

“In certi momenti del tuo ciclo è più probabile che tu dica: 'Okay, voglio farmi di nuovo'", afferma la dottoressa Becker. "E se lo fai ancora e ancora, alla fine l'effetto degli ormoni non è più così importante perché è la droga a prendere il sopravvento”.

Quando una donna assume eroina, sta sfidando il concetto sociale di femminilità.

Come si salvano quelle come Donna, Katherine, Eva? La società è più comprensiva riguardo alle dipendenze maschili da eroina rispetto a quelle femminili. Quando una donna prende l'eroina, spiega la dottoressa Jennifer Friedman, coautrice del libro Surviving Heroin, sta sfidando il concetto sociale di femminilità. Da una donna ci si aspetta che sia pulita, equilibrata, che sia in grado di svolgere più compiti contemporaneamente, che abbia figli e che li cresca bene. L'eroina è una droga per balordi e ribelli contro il sistema.

La maggior parte delle cliniche e dei centri terapeutici erano originariamente progettati per maschi, non femmine. Family First, dove Donna ed Eva hanno ricevuto il trattamento, ha aperto nel 2004 come programma specifico di genere. Hanno eliminato barriere come la cura dei bambini e problemi di trasporto, semplicemente offrendo babysitter e giostre. Offrono terapie basate sul trauma, gruppi genitoriali, prevenzione dalle ricadute. È una struttura multifunzionale progettata per le donne. All'epoca non c'era nulla di simile in giro.

Particolarmente preoccupante è l'aumento dell'incidenza dell'uso di oppioidi in maternità. I dati rilasciati dal CDC mostrano che il numero di neomamme dipendenti da oppiacei è quadruplicato dal 1999. Alle donne incinte vengono prescritti oppiacei per la lombalgia. Per il dolore pelvico. Per dolori articolari. Emicrania. E mentre la maggior parte di quelli da prescrizione sono classificati come categoria C (i farmaci negli Usa sono classificati, per le donne in gravidanza, secondo i potenziali fattori di rischio, dove A è il meno rischioso e D il più rischioso ) l'ossicodone è un farmaco di categoria B, come Advil. Gli studi sugli animali non hanno mostrato alcun danno per il feto, ma una revisione 2105 degli oppiacei e della gravidanza, pubblicata sul Journal of Pediatric Genetics, ha concluso che i farmaci potrebbero essere associati a determinati difetti alla nascita. Quel che è peggio, lo stesso rapporto recente del CDC evidenzia un'associazione tra uso di oppiacei e travaglio precoce, mortalità fetale e persino mortalità materna.

.

Le donne incinte che hanno una dipendenza, spesso si isolano. Si vergognano. Hanno paura a disintossicarsi perché hanno paura che i loro figli vengano portati via. Alcune, come Eva, eviteranno del tutto i controlli prenatali. Nonostante si parli molto dell'uso di eroina in questo paese, alcuni stati continuano a penalizzare le donne per aver ammesso la loro dipendenza.

L'anno scorso, il Congresso americano di ostetrici e ginecologi ha consigliato alle donne incinte l'unico modo per disintossicarsi, attraverso un trattamento farmacologico come il metadone o la buprenorfina (Subutex). Durante la sua gravidanza, Stephanie ha detto al padre di suo figlio che era in Subutex. Non era la verità. La verità era che lei si drogava. Ha dato la notizia al padre di suo figlio solo nella sala parto. “Il tuo bambino è dipendente dall'eroina”, gli disse.

Stephanie sta parlando della sua esperienza in un incontro di gruppo a Family First. Ha dato alla luce suo figlio di venerdì sera, dice, e la domenica mattina, quando si preparavano a lasciare l'ospedale, il bambino piangeva, piangeva, piangeva. Non hanno fatto test della droga a lei o a suo figlio perché non conoscevano la sua anamnesi. L'ostetrico ginecologo di Stephanie non l'aveva sottoposta al test quando era incinta: e perché avrebbe dovuto? Stephanie non mostrava alcun sintomo di abuso di droghe, afferma ora. Stephanie attendeva nella stanza dell'ospedale che venisse qualcuno a portarle via il bambino. Perché non lo stanno prendendo? si domandava.

Ha detto la verità al padre di suo figlio in sala parto “Il tuo bambino è dipendente dall'eroina”.

Come esercitazione, alle donne viene chiesto di scrivere lettere ai loro figli. Stephanie legge la sua: “I sentimenti di vergogna e disgusto sono ancora lì”, dice, "ma questo non riguarda me, questo riguarda te. La storia di Stephanie spinge il gruppo in una discussione sul Subutex. C'è una donna incinta nel gruppo sul Subutex; sta guardando su YouTube video di bambini che si disintossicano dall'eroina. L'intera stanza la sgrida. Non farlo. Perché dovresti farlo? No. No. No. Non importa quello che fai, non guardare i bambini mentre si disintossicano! Ha gli incubi, dice lei. Si sente colpevole da morire di essere incinta. I medici le hanno detto che non ci dovrebbero essere effetti collaterali dal Subutex, ma come fanno a saperlo davvero?

Il perdono è una componente importante della discussione. Bambii Kreal, la consulente che guida il gruppo, lo spiega a Stephanie. “Riconosciti il merito di aver fatto la cosa giusta”, afferma Kreal. “Avresti potuto andare a casa con un bambino che piangeva e non dire nulla”. Invece, Stephanie è tornata a ripulirsi dai medici dell'ospedale. Ha ricevuto aiuto per il bambino. Quindi per se stessa. Oggi è una costante nel programma di trattamento. Ha un lavoro con la paga sopra la media nazionale. Stephanie vuole vederla come dice Kreal, ma è difficile.

“Vi perdonate mai?” Chiede Kreal al gruppo. Lei non indirizza la domanda a nessuna in particolare. È più un concetto che sta consegnando a loro: senza perdono, non c'è recupero. Una donna, una veterana del programma, parla. Torna ogni tanto e si siede in un angolo della stanza, dietro le altre. Per ottenere supporto, per dare supporto. Lei è magra e più vecchia. Meno ansiosa. Meno nervosa. “A un certo punto perdoni te stesso. Ma ci vuole un po'.”

*I nomi dei protagonisti di questo articolo sono stati cambiati per rispetto della privacy.

image
.