L'omosessualità è una malattia curabile? Due film in uscita raccontano gli incubi delle scuole punitive

Sembrava che la questione si fosse risolta nel 1990, con la cancellazione dalla lista internazionale delle malattie, invece ogni tanto bisogna ribadirlo (anche con i film) a chi rispolvera la questione.

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L’omosessualità è una malattia? Non stiamo dando i numeri, questa è una chiave di ricerca su Google molto cliccata, insieme a quella correlata sulla terapia riparativa. E non lo è solo ora che il cinema è pronto a parlarne con due film, Boy Erased, di Joel Edgerton (in uscita a novembre 2018) e The Miseducation Of Cameron Post di Desiree Akhavan, entrambi storie di tentativi psichiatrici di guarigione di giovanissimi dall’omosessualità. Probabilmente questa domanda viene ancora digitata da padri che non tollerano l’orientamento sessuale dei figli (le madri sono sempre un po’ più comprensive) o da ragazzi e ragazze che in una società priva di una corretta educazione sessuale, e delle sue molteplici forme, rimangono spiazzati davanti a quello che provano. Grazie ai costanti controlli che il motore di ricerca effettua sui contenuti dei siti, però, nessuna pagina che a questa domanda risponda “sì, si può curare con la giusta terapia”, riesce a emergere facilmente all’attenzione dei navigatori. Le risposte corrette, invece, sono quelle che raccontano come il 17 maggio del 1990 l’omosessualità sia stata cancellata dalla lista delle malattie, la International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death, e che da allora quella data ricorre come la Giornata Internazionale contro l’Omofobia.

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Ma così come ai processi per femminicidio e violenza sulle donne ci sono imputati che cadono dalle nuvole quando il giudice gli spiega che la legge sul delitto d’onore non esiste più e no, uccidere la moglie non rientrava nei loro diritti, così una grossa fetta della popolazione mondiale è convinta che la scienza sbagli e che la tendenza all’omosessualità si possa curare con una terapia adeguata. Mettere in piedi un centro per questo tipo di terapia, chiamata Conversion Therapy, è legale in 41 degli Stati Uniti d’America, una delle tante contraddizioni del paese che si vanta di essere il difensore dei diritti civili, ma non ritocca i suoi codici che permettono a un adulto di sposare una bambina. Però – sorpresa - anche in Italia ne esistono alcuni, ben protetti.

Ma in cosa consiste poi questa cura? Le testimonianze arrivano da chi ha frequentato forzatamente uno di questi centri, per pressioni della famiglia o ambientali, senza ottenere alcun successo. E che ha finito per scegliere di allontanarsi da chi non ne accettava l’omosessualità, genitori compresi. Una delle più significative l’ha pubblicata il New York Times nel gennaio scorso dalla viva voce di un uomo che, appena adolescente, è stato spedito dai genitori, missionari battisti, in uno di questi posti. Tutto quello che ricorda sono le lunghe sedute con un terapista, il quale non faceva altro che ammonirlo su come la sua perversione ne avrebbe fatto un reietto della società e di come il suo destino sarebbe stato inevitabilmente quello di morire di Aids.

Gli è andata anche bene. Altri reduci raccontano il ricorso alla Terapia dell'Avversione, quella usata nel film di Kubrick Arancia Meccanica, ovvero l’esposizione contemporanea alla stimolo di cui ci si vuole liberare il "paziente" – nel caso del film, la tendenza alla violenza – mentre si genera una forma di disgusto, ad esempio nausea indotta con un farmaco. The Cut riporta otto racconti di ex ricoverati (senza successo) tra cui Jane, 38 anni, spedita da ragazzina in un centro religioso dove la cura consisteva in una sorta di esorcismo, con alcuni ministri di culto che le urlavano in faccia anatemi per espellere il maligno dal suo corpo (e lei che alla fine li pianta in asso). O Thomas, 27 anni, che si è trovato a gestire un sedicente terapeuta che insisteva a fargli tirare fuori traumi infantili che mai aveva vissuto, tipo aver visto dei film porno da bambino (“questo perfetto sconosciuto pretendeva di sapere tutto su di me”, racconta).

Ma ci sono centri disposti ad arrivare all’ipnosi. All'isolamento in celle. E in casi estremi, all’elettroschock. Vere e proprie torture fisiche e psicologiche, insomma. Funzionano? Con alcuni soggetti sì. Sono quelli considerati più deboli, le personalità poco inclini alla ribellione e che pur di compiacere i genitori che ce li hanno mandati, o i loro terapeuti in una sorta di Sindrome di Stoccolma, alla fine cedono. In poche parole, non diventano eterosessuali, accettano con se stessi di fingersi eterosessuali per tutta la vita, relegando la propria sessualità naturale solo nelle fantasie, pur di non perdere i propri cari.

I due film di cui abbiamo accennato, che raccontano storie simili, non sono certo produzioni di nicchia. The Miseducation Of Cameron Post è stato premiato al Sundance Festival 2018 ed è tratto dall'omonimo romanzo di Emily M. Danforth. Il ruolo della protagonista è affidato a Chloë Grace Moretz e racconta di una teenager rimasta orfana, consapevole del suo orientamento già a 12 anni, che viene sorpresa dalla zia in intimità con un’amica e spedita in un centro di conversione. Dove, mentre subisce le terapie, entra però a far parte della sua prima comunità gay, rafforzandola. Anche Boy Erased è tratto da un libro, la biografia di Garrard Conley, un ragazzo sottoposto alla terapia di conversione da una famiglia cristiana integralista, interpretato nel film da Lucas Hedges, affiancato da Nicole Kidman, Russel Crowe e Xavier Dolan. La speranza, molto labile, è che non li vedano solo le persone già convinte che sottoporre un omosessuale a una terapia da incubo per “guarirlo” sia una perdita di tempo. Farebbero molto bene a chi crede ancora a questa inesattezza medievale, smentita ormai dalla scienza da quasi 28 anni. E che sarebbe ora di gettare nel dimenticatoio.

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