Storia di Matteo Garrone che da Gomorra a Dogman non poteva che finire agli Oscar

Indagine sul regista più pittorico del nostro cinema: dalle pellicole ai lati metafisici del suo cinema, il percorso che ha portato il regista sul (futuro) palco dell'Academy.

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Getty Images

È sempre una bella notizia quando un film italiano viene scelto per rappresentarci agli Oscar nella categoria Miglior lungometraggio in lingua straniera, una vera e propria festa, non c'è che dire, prima ancora di averne la conferma, figuriamoci se ci sarà un'ipotetica vittoria. Quest'ultima c'è stata, di recente, con Roberto Benigni e con Paolo Sorrentino, ma è la prima volta, negli ultimi anni, che un film italiano riesce a mettere tutti d'accordo, dalla politica alla moda, dalla letteratura all'ambiente stesso del cinema, spesso criticato per il suo essere ancor prima e ancor più del suo apparire. Stiamo parlando di Dogman, l'ultimo film di Matteo Garrone, scelto dalla commissione Anica per l'ambita candidatura che arriverà, se arriverà, il 22 gennaio prossimo. Fino ad allora, ci sarà solo da aspettare, ma il meccanismo promozionale è già in movimento con uscite del film anche in India e Argentina, Nuova Zelanda, Cina e Iran, e scusate se è poco. È piaciuto molto all'ultimo Festival di Cannes, dove il protagonista Marcello Fonte, nei panni del “Canaro della Magliana”, ha ricevuto la Palma d'Argento per la sua interpretazione e già allora furono in molti a parlare e a sperare in una possibile candidatura al “premio dei premi”.

Prima di esordire nel mondo del cinema, Garrone – classe 1968, romano, figlio del critico teatrale Nico Garrone e della fotografa Donatella Rimoldi – stupiva amici e parenti con la pittura: disegni a matita, oli su tela, semplici schizzi di colore che davano forma ad una passione che era poi il suo modo di farsi notare (di)mostrando sogni, incubi, immagini, persone, corpi o semplicemente tratti indefiniti di qualcosa o di qualcuno. Questo per spiegarvi che tutto quello che gli è successo dopo, professionalmente parlando, lo si deve a quel prima che ha abbandonato nell'attività, ma non nel suo pensiero e nel suo animo. Che possano piacere o meno, tutti i suoi film, dai primi lungometraggi agli inizi degli anni Ottanta, Terra di mezzo e Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni, da Estate Romana - in cui ci raccontava una Roma sconvolta dai cantieri per il Giubileo - a Primo amore (2004) – dedicato all'ossessione di un uomo per la magrezza del corpo femminile - fino a L'imbalsamatore, Gomorra e Reality, sono dei veri e propri racconti per immagini.

Pensate a uno degli ultimi, Il racconto dei racconti, anche questo premiato a Cannes, un film tratto dal celebre e controverso Li cunto de li cunti di Giambattista Basile, un film dove tutto è esagerato, dalle immagini alle luci, dai personaggi ai costumi, ma questo non vuol dire che non vadano bene, anzi, tutt'altro. Indimenticabili quelli della regina di Selvascura (Salma Hayek), realizzati, come gli altri, da Massimo Cantini Parrini. La ricorderete mentre divora con avidità e disperazione un cuore pulsante di un drago per poter avere un figlio, come ricorderete la pulce gigante e la sua pelle usata come mantello dal re di Altomonte (Toby Jones), per non parlare poi dell'ossessione per la bellezza, non soltanto sua, del sexy re di Roccaforte (Vincent Cassel).

È sempre il realismo in Matteo Garrone a farla da padrone e nelle sue storie c'è sempre un'attenzione quasi ossessiva per l'incertezza esistenziale dei suoi personaggi più che un interesse vero per le loro condizioni sociali. Si pensi ad un altro suo personaggio molto noto, il tassidermista nano napoletano (è Ernesto Mahieux) che ne L'Imbalsamatore si innamora del bel Valerio (Valerio Foglia Manzillo), o si pensi alla bravura dei due giovani protagonisti di Gomorra, girato come il precedente e come lo stesso Dogman, in provincia di Caserta, a Castel Volturno.

Il regista ama usare attori non professionisti, ama l'improvvisazione, non spettacolarizza, ma dona valore a quello che vede, alla realtà che lo attrae, senza giudicare mai e con Dogman, almeno per ora, ha raggiunto il suo apice. Non era facile raccontare la più macabra e sanguinosa storia di sangue che negli anni Ottanta sconvolse l'Italia. Non era facile portare al cinema, sempre a suo modo, una storia in parte ispirata a quella di Pietro De Negri, il canaro della Magliana, er canaro, come si dice da quelle parti, periferia sud della Capitale, che preso da odio e rancore uccise il pugile e criminale Giancarlo Ricci dopo averlo torturato per sette ore fino a bruciarne il corpo. Ha impiegato dodici anni per trovare il suo protagonista, Marcello Fonte, e gli è bastato avere sullo schermo uno come Edoardo Pesce nei panni del pugile, per dare notorietà ad un attore che fino a quel momento, a parte qualche altro piccolo ruolo sempre uguale, era sconosciuto ai più. Almeno all'inizio, se il secondo incute terrore da lontano, è il primo a conquistare per la sua dolcezza ed umanità, per quel volto che sembra arrivare da un'Italia che sta scomparendo. Lava, asciuga, pulisce, pettina, spazzola, fa la manicure ai suoi amici quattrozampe che adora (sono le scene più esilaranti, soprattutto i dialoghi tra uomo e animali), ma il suo amore sconfinato è per sua figlia. Un “canaro” esemplare e un papà separato che non è da meno. Poi però, per colpa di quel bruto trentenne, tutto cambia e si arriva all'impensabile.

Anche con loro due, abitanti di quella zona dimenticata, desolata e desolante, grigia e sempre bagnata da lacrime oltre che da pioggia e umidità, Garrone – in questi giorni impegnato sul set del nuovo film, Pinocchio, tratto ovviamente da Collodi - ha continuato a portare avanti e a realizzare un cinema intriso di realismo e visionarietà. Il suo è un approccio antropologico interessato, prima che da tutto il resto, alla ridefinizione della dicotomia tra le due immagini di vittima e carnefice, un racconto mitologico dell'Apocalisse del quotidiano che non potrà lasciare indifferenti. Gli spettatori, questo sì, ma – si spera – soprattutto i membri dell'Academy.

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