"Le donne dovrebbero dirsi brave più spesso": intervista a Gioia Gottini, l'unica italiana in rotta verso Facebook

La business coach di Torino e la sua community "I Mercoledì della Mansardina" sono entrate nel programma speciale di Menlo Park per i gruppi Facebook.

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Il suo è un nome caldo nelle tendenze di ricerca Google ed è tutta colpa di Mr. Mark Zuckerberg. Perché Gioia Gottini Facebook lo ha approfondito nella sua anima più segreta, quella da forum 4.0: i gruppi. Che chi sta online da anni conosce bene, magari è iscritto a quelli di quartiere o nostalgici, ma non ha mai pensato di renderli qualcosa di veramente produttivo. Gioia sì: ha costruito un gruppo coeso, intelligente, ben strutturato, dove i contenuti non mancano mai. Tra il blog e Youtube Gioia Gottini ha saputo lavorare seriamente sul personal branding. E Facebook l'ha ripagata con un riconoscimento internazionale: è l'unica community leader italiana selezionata da Facebook, l'unica del nostro paese che ha vinto il biglietto a/r per Menlo Park grazie alla cura del suo gruppo "I Mercoledì della Mansardina", dove si parla di marketing, comunicazione e cura di brand personali.

In casa Facebook Gioia Gottini parteciperà ad un percorso di formazione della durata di un anno, e avrà un finanziamento per progetti a lungo termine nella community che conta più di 4000 iscritti e negli ultimi giorni ha avuto un picco di richieste dovute alla popolarità. Ma Gioia Gottini Miss-Wolf-risolvo-problemi (di autostima e personal branding, innanzitutto) è una donna tanto pratica quanto positiva. 46 anni che non nasconde (e ha validissimi motivi di silver lining playbook che scoprirete nell'intervista), Gioia è un treno di ragionamenti sensati e serenità.

Entro subito nel vivo: quanto sei pronta per Menlo Park?

Credo che non si sia mai pronti per Menlo Park (ride). Devo dire che siamo già in una fase in cui siamo seguiti e informati. Siamo in stretto contatto con il team centrale che si occupa di questo programma e ci dà un sacco di informazioni. Abbiamo un piccolo gruppo Facebook segreto dove ci sentiamo. Si stanno occupando loro di tutto, dalla logistica di viaggi ai visti, tutte le complessità che noi italiani magari non abbiamo per spostarci. Non abbiamo ancora un programma di studio in dettaglio, ma so che stanno lavorando per noi.

Cosa ti aspetti e cosa ti aspetta?

Sono sicura che incontrare altri community leader veramente di tutto il mondo che fanno delle cose bellissime sarà un’esperienza umanamente indimenticabile. Spero che nascano anche delle amicizie, per quanto virtuali. Dal punto di vista della formazione, mi aspetto di ricevere da Facebook tanti strumenti in più per gestire al meglio le community, sia da un punto di vista tecnico delle potenzialità, ma anche dal punto di vista di organizzazione del lavoro per utilizzare al meglio la possibilità di essere un po’ una leader del gruppo. Credo che ci daranno una preparazione molto completa e sono sinceramente desiderosa di imparare, perché ovviamente tutto quello che imparo lo porto a casa, o meglio nella community. Così che anche questa possa crescere e diventare più efficace per chi vi partecipa.

A tal proposito, ti chiedo: cosa significa fare community e farla così strettamente sul territorio, in questo caso italiano, con le dislocazioni? Significa anche rafforzare il territorio?

La cosa bella della community online è che arriva un po’ dappertutto, quindi è utile anche per chi vive in posti non proprio centralissimi ma ha possibilità di interagire. C’è anche la possibilità, per chi vive in posti dove ci sono altri partecipanti, di incontrarsi dal vivo. Lo abbiamo fatto a gennaio, gli iscritti si sono incontrati in modo molto spontaneo e amichevole. Secondo me questo tipo di esperienza, questa possibilità di abbattere quel muro e vedersi nella vita reale rafforza tantissimo i legami all’interno della community, la rende anche più efficace. Cerchiamo di conciliare questi due aspetti, l’immediatezza del gruppo online con la tridimensionalità dell’incontro dal vivo.

Nel gruppo dei Mercoledì della Mansardina ci sono molte donne con piccoli business. Visto il discorso del gender pay gap e del depotenziamento delle donne sui luoghi di lavoro, come affronti questo piccolo paradosso?

Io propongo una delle possibili soluzioni, quella che ha funzionato per me: per me è stato importante il passaggio all’attività in proprio, che ha anche coinciso anche col momento della maternità, ancora in Italia non c’è attenzione alle tempistiche e alle necessità della maternità. Allontanarsi dal mondo del lavoro e poi cercare un’alternativa è un po’ fare di necessità virtù. La mia esperienza in proprio è stata molto positiva. Mi sento di rassicurare e incoraggiare le mamme, e le donne in generale che vogliono fare questo passo, perché aiuta un po’ nel percorso di conciliazione dei tempi, con cui molte si devono prima o poi confrontare.

Ci sono un paio di post sul tuo sito che mi sono piaciuti molto: uno sulle vite passate, l’altro quello sul late blooming, arrivare con una consapevolezza a cioò che si vuoel fare nella vita. Che praticamente va tutto contro quella che è la formazione adolescenziale oggi, dove a 14 anni già devi sapere cosa fare nella vita… C’è speranza per tutti, praticamente?

Sì. Però, anche se all’inizio il quadro sembra un po’ astratto e non si capisce bene che cosa apparirà, col senno di poi, riguardando il mio percorso professionale un po’ anarchico ma immagino anche quello di molte persone millennials e nuove generazioni, alla fine c’è sempre un senso. Da ogni scelta sbagliata mi sono comunque portata qualcosa dietro. Mi piacerebbe incoraggiare le persone a non vedere le esperienze lavorative come staccate l’una dall’altra, ma pensare che si sta lavorando ad sorta di percorso che appare più chiaro guardandolo in retrospettiva. Per quanto riguarda le late bloomer, mi sento un alfiere (ride): sono arrivata alla libera professione che avevo già 36-37 anni. Adesso, a 46, ho avuto questo importante riconoscimento da Facebook, anche da questo punto di vista potrei rassicurare le coetanee che pensano di non avere altre chances. L’esperienza porta anche maggiore tranquillità: in realtà a 20 anni non avrei saputo utilizzare certe cose al meglio.

Quello che emerge da come ti poni, da quello che scrivi, dai video, è una positività tutta tua, un ottimismo da “non buttiamoci giù” come diceva Nick Hornby: alla fine c’è sempre qualcosa da imparare. Ma a chi è categorica con se stessa, tipo “mi do tempo 5 anni poi vado a zappare la terra”, cosa consigli? Il limite di realizzazione non è un po’ castrante, come cosa?

In realtà io sono a favore di darsi delle deadlines, perché la difficoltà o il pericolo dall’altra parte è continuare a rimandare la riuscita di qualcosa. Le deadline che ci diamo però devono essere realistiche, non cose tipo “tra 5 anni o mi danno il Nobel o ho fallito”. Bisogna avere degli obiettivi che sono ragionevoli, e ricordarsi che durante il percorso ci possono essere anche delle minitappe in cui darsi delle pacche sulle spalle. Guardarsi indietro e vedere che c’è stata una crescita, qualunque direzione si sia decisa di prendere, dovrebbe essere la testimonianza che si sta lavorando bene. Poi i risultati arrivano. Noi donne ci dimentichiamo di dirci brava, e invece secondo me è importante farlo. In questi giorni ho ricevuto tantissimi attestati di stima, tantissime persone hanno festeggiato con me ed è ultragratificante. Ma dobbiamo ricordarci di farlo anche con noi stesse.



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