Benvenuti alla James Baldwin, una scuola speciale di New York dove si insegna anche poesia

Non ci sono classi ma crew, la matematica è applicata alla giustizia e gli studenti hanno storie movimentate. Un’insegnante ci racconta come i versi diventano mattoni per il futuro.

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Andrew Seaman su Unsplash

SONO 240mila i ragazzi che a New York frequentano le high school, le superiori, e quelli della James Baldwin sono più fortunati di quanto credano. Aperta nel 2005 da alcuni educatori e insegnanti illuminati in un palazzone di Chelsea che ospita altre cinque scuole, la Baldwin è una cosiddetta transfer school per studenti che (a volte senza molto successo) hanno completato almeno un semestre in una delle altre high school in città. Le scuole spesso sono sovraffollate, con personale insufficiente, magari anche in luoghi pericolosi, non sicuri. Sono poche quelle pubbliche che riescono a garantire una valida esperienza educativa. E in più, proprio in una città che si vanta di valorizzare la diversità, ancora meno sono quelle in cui gli studenti rappresentano comunità dai background sociali, culturali ed etnici differenti. Tra i ragazzi della Baldwin, invece, c’è chi viene da quartieri disagiati, chi ha alle spalle percorsi di studio complicati, ci sono teenager che hanno già dei figli, studenti che vivono in condizioni precarie, altri che si sono trasferiti qui dai migliori istituti pubblici e privati di New York e dintorni. La scuola è intitolata a James Baldwin, grande scrittore afroamericano che ha saputo unire prosa brillante e grande visione politica. Era nato ad Harlem, nipote di uno schiavo, e fin da teenager ha scritto e predicato su razzismo, divisioni di classe, omosessualità. Ha vissuto a Parigi, a Istanbul, a New York City, ed è morto nel 1987.

Io sono una poetessa e una docente, alla Baldwin tengo corsi di poesia da cinque anni, e ogni anno i ragazzi scrivono componimenti che poi vincono dei premi. Faccio parte anche delle commissioni che alla fine dei corsi valutano i progetti scritti e presentati dagli studenti, come si fa con le tesi all’università. C’è un diverso approccio all’apprendimento qui, invece dei soliti programmi preconfezionati da imparare a memoria i ragazzi studiano la Costituzione americana, la storia della schiavitù, letteratura contemporanea, storia dei genocidi, ecologia e math for social justice, matematica per la giustizia sociale. Ognuno decide come approfondire le materie e intanto impara a scrivere meglio, a fare e presentare le ricerche. Ogni mattina gli studenti arrivano e devono passare attraverso un metal detector che controlla che nessuno porti armi a scuola. È una piccola comunità, gli studenti sono divisi in crew, in squadre di circa quindici ragazzi, e due tutor, che diventano gruppi molto affiatati. I tutor offrono supporto accademico, sociale e psicologico.

Tamra è una poetessa, una ballerina e anche un’attivista che insegna alla James Baldwin School da tredici anni. È una degli insegnanti più amati della scuola e mi piace molto lavorare in classe con lei. Mi spiega che in una crew «tutti diventano parte attiva dell’equipaggio, nessuno fa il passeggero e basta. Ci incontriamo quattro volte alla settimana, ogni volta per 40 minuti. È un’impresa difficile e ce la mettiamo tutta per essere all’altezza». Tanti studenti hanno superato i limiti di età per iscriversi alle altre high school. Nelle scuole più tradizionali non ce l’hanno fatta, saltavano le lezioni per problemi personali o familiari, o si sentivano persi in istituzioni troppo grandi e troppo anonime.

Un corridoio della James Baldwin School, dove spicca il ritratto dello scrittore afroamericano James Baldwin, cui è dedicata la scuola che accoglie circa 400 ragazzi tra i 15 e i 19 anni.
© Luigi Cazzaniga

«Avrei voluto arrivare qui molto prima», dice Michael, 17 anni, che viene da una scuola pubblica tra le più prestigiose. «Era molto più tradizionale, meno permissiva e anche più impegnativa, tutte le sere erano ore di compiti a casa. Agli studenti creativi la Baldwin offre più opportunità. Qui prendo voti migliori». È già stato accettato da un college di New York, ma sta aspettando una risposta da un altro fuori città, dove preferirebbe andare. «Mi piace molto potere aiutare altre persone e vorrei trasformare questa cosa in un lavoro. Non so ancora bene come, prenderò la laurea in biologia». Fa molto sport, calcio, pallavolo, corsa. Per venire a scuola a Chelsea ogni giorno impiega un’ora, visto che i suoi genitori sono divorziati e lui si divide tra la casa di papà e quella della mamma, una settimana nel Bronx e una a Westchester, a nord di Manhattan. Gli chiedo come mai è finito alla Baldwin: «Me ne aveva parlato benissimo la tutor della scuola che frequentavo prima. A lei la Baldwin piace così tanto che quando andrà in pensione vuole venire a lavorare qui».

Anche Rafael fa il pendolare. Abita nel New Jersey, alla Baldwin è arrivato da poco, è un rapper, uno studente diligente e anche un nuotatore, spera di mettere insieme una squadra e riportare in vita la piscina che c’è nell’edificio della scuola e che ora è chiusa.

Hawa è un’altra nuova studentessa, 16 anni, elegante e cortese, che arriva da una costosa scuola privata ed è una raffinata poetessa. Fa anche la modella, ha lavorato a Parigi e a Milano e di recente ha girato una campagna per Diane von Furstenberg, ma quando è in sneakers e felpa con cappuccio non la distingui più dalle compagne di classe. «Vado a provarmi i vestiti e agli appuntamenti prima o dopo le lezioni». Dice che è la più giovane della sua agenzia. «Lo sono sempre anche sul set». Ma di questo a scuola preferisce non parlare. «Fatti miei, voglio tenerli per me». Le hanno proposto di trasferirsi a Londra per lavoro ma ha detto di no. Il suo obiettivo è iscriversi alla New York University.

© Luigi Cazzaniga

Tra i miei studenti c’è Maria, che ha origini albanesi ed è una scrittrice di talento. C’è Mia, che ha lasciato le violenze della sua famiglia e adesso vive da alcuni parenti nel Queens, felice di questa scuola che la aiuta e la sostiene. C’è Moises, che è un atleta, spera in una borsa di studio sportiva e ha ben presente che qui ha la possibilità di diplomarsi e costruirsi un futuro. PJ, invece, 19 anni, la scuola era sul punto di mollarla prima che un amico gli parlasse della Baldwin, e a giugno dovrebbe prendere il diploma.

In America la violenza nelle scuole fa davvero paura, ma per insegnanti e studenti la Baldwin è un posto sicuro.

Alcuni ragazzi della James Baldwin School durante le lezioni.
© Luigi Cazzaniga

RICORDO IL MASSACRO AVVENUTO A PARKLAND pochi mesi fa e ne parlo con Christine, la vicepreside: 17 persone uccise. «Facciamo regolarmente le nostre esercitazioni di emergenza, come tutte le scuole di New York. Codice Rosso vuol dire che c’è qualcuno che dentro sta sparando. Il primo anno ci dava molta ansia, ora ci siamo tutti abbastanza abituati, non so se sia un bene o un male. Ci sono due diversi tipi di lockdown, ovvero modi per isolare e mettere in sicurezza l’edificio, uno è quello in caso di evacuazione. Però mi sembra che qui ci sia meno paura che in altri posti», dice. «Per i nostri studenti le armi non sono un pericolo a scuola, ma per strada. Il sindaco Bill de Blasio vuole aumentare i controlli e gli scanner per le pistole e i fucili: per certi ragazzi è davvero molto inquietante, i nostri studenti chiedono che lo scanning venga invece ridotto. Più poliziotti e più armi quando sei a lezione non sono una buona idea, pensare di armare il personale scolastico è completamente assurdo». L’ultimo giorno di scuola porto ai ragazzi una poesia che si intitola What I Believe (Ciò in cui credo) e che fa parte di Brown Girl Dreaming, il poema-memoir della scrittrice Jacqueline Woodson. Scatena una discussione sulla reincarnazione, la sicurezza e la mancanza di fiducia in se stessi. Ecco, qui sotto, una delle loro poesie. Un esempio di quello che scrivono questi meravigliosi e coraggiosi studenti, che sono il futuro di New York City.

A cinque anni

Veloce, riluttante
attraverso le nuvolesono arrivata
nella mia gabbia dorata
nella città piena di perle e di fumo
Non ti conosco
Poco fa ero circondata
da grappoli di speranza
ma i parassiti e le erbacce
hanno distrutto la mia vigna
Ora indietreggio confusa
le lacrime agli occhi
e nelle orecchie parole straniere

Matilda

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