"Ho trovato la donna giusta: lei non ha bisogno di me" le confidenze di Josh Brolin, star del film Soldado

L'attore, a 50 anni, sta vivendo il suo momento d'oro. E ci racconta della sua vita, della sua ex Diane Lane, della moglie Kathryn, della matrigna Barbra Streisand e della figlia che sta per nascere.

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Axelle/Bauer-GriffinGetty Images

Due giorni dopo l’inizio della grande “Estate di Josh Brolin”, lo hanno chiamato i suoi agenti. «Oh mio Dio, è il film che, nel primo weekend al cinema, ha incassato di più nella storia!», urlavano al telefono. Brolin non era mai stato la star di un film numero uno al botteghino. Ha chiuso la chiamata e si è detto: «Per un attimo goditi questo successo e basta». Di solito non è il tipo che si concede giri d’onore. L’importante per lui è che ogni ruolo che accetta abbia abbastanza successo da permettergli di mantenere la famiglia e continuare a lavorare. Chi avrebbe mai detto che sarebbe stato lui il comune denominatore dei due più grandi blockbuster estivi?

Ma è così. L’estate lo ha visto protagonista, a 50 anni, dei film che si sono piazzati numero uno e numero due al box office. In Avengers: Infinity War della Marvel (il titolo è dovuto alla lunga durata del film) recitano tutti gli attori più importanti di Hollywood e lui è Thanos, il supercattivo, un titano sterminatore e color viola che qualcuno riesce a trovare attraente; in Deadpool 2 è Cable, un mutante cibernetico arrivato dal futuro in cerca di vendetta. Poi è uscito nelle sale (in Italia arriva il 18 ottobre) anche Soldado diretto da Stefano Sollima, il sequel di Sicario.

Brolin riprende il ruolo che aveva interpretato nel film di Denis Villeneuve, quello di un brizzolato agente della Cia che ne ha viste di ogni ed è impegnato in una missione di recupero. «Come affronti un momento così?», si chiede seduto sul divano della suite del Greenwich Hotel dove alloggia sempre quando è qui a New York. «Questo tizio» - e “questo tizio” è lui - «ha fatto due film, anzi tre, che hanno già incassato oltre due miliardi di dollari. Significa che la sua vita sta per cambiare. Ok. Ma che cosa vuol dire per me? Che lavorerò di meno?». È preoccupato, molto, di diventare un mostro di egocentrismo e cominciare ad accettare solo determinati ruoli nel tentativo di prolungare il suo momento magico. Non è già successo a quei suoi amici che erano così cool e con i piedi ben piantati per terra e che adesso non rischiano più niente e non deviano mai da quello che lui chiama il “manuale” della movie star?

Ha appena messo un po’ in ordine la sua vita. Non beve da cinque anni, è sposato da due. Ha trovato il modo di lavorare che fa per lui: gira film che non sono proprio dei blockbuster (Non è un paese per vecchi, Wall Street: Il denaro non dorme mai), ruoli interessanti con registi e coprotagonisti che gli piacciono e parti da non protagonista in film in cui crede. Ha incontrato una donna, la trentaduenne Kathryn Boyd, che non gli dà la co-dipendenza che si era scatenata nelle sue relazioni precedenti. Ha una casa - ne ha anche un’altra - e aspetta addirittura un figlio, il terzo. Ha sconfitto tanti demoni e non sa come l’Estate di Josh Brolin potrebbe interferire con questa nuova serenità. Prima era contento. Davvero. Non è che guadagnasse tanto, in confronto ad altre star, ma lui è cresciuto in un ranch in campagna. È un autarchico. Può girare un film con paga al minimo sindacale e farsi bastare i soldi per un anno, se ce ne è bisogno. Quella domenica, dopo la telefonata dei suoi agenti e dopo avere festeggiato per un secondo i suoi successi, qualcos’altro si è insinuato al posto della gioia: la paura.

Brolin è un tipo alla Minecraft, mascella quadrata, bicipiti larghi come il mio punto vita, la testa che degrada nei suoi giganteschi trapezi. Ha qualcosa delle sculture dei presidenti in granito sul Monte Rushmore. Così spiega il suo autoritratto: «Un tipo primitivo, che assomiglia a un gorilla». Poi, puntandosi un dito sul viso: «E con gli occhi infossati». Sa che questa sua fissità ha una certa forza e la usa nei personaggi, per interpretarli per sottrazione, giocando di understatement, mostrandosi a suo agio in lunghi silenzi inespressivi e senza mai chiedere al pubblico di amarlo perché la sua non è quel tipo di faccia lì. «È totalmente onesto e sincero», ha detto Benicio Del Toro, suo grande amico e co-protagonista della serie Sicario. È il Josh Brolin di Sicario, di Il Grinta e di Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, di Milk di Gus Van Sant, per cui è stato candidato all’Oscar.

Josh Brolin con Benicio del Toro e Isabela Moner, del cast di Soldado, in un’apparizione tv
Alexander TamargoGetty Images

Ma c’è anche un’altra versione di Josh Brolin, e una faccia completamente diversa. Quella che ha usato in Vizio di forma di Paul Thomas Anderson e in Amori e disastri di David O. Russell, e che fa vedere in Deadpool 2, dove prende in giro proprio quel suo faccione monumentale, una specie di Josh Brolin postmoderno. In questi film è come se il Monte Rushmore si voltasse verso di te e sorridesse. È incredibile tra quante proposte può scegliere adesso, all’improvviso. Sono passati 33 anni dal suo debutto nei Goonies. Nonostante fosse il figlio di James Brolin, nel cinema è rimasto a lungo fuori dalla porta con il naso schiacciato contro il vetro. Dopo I Goonies ha fatto Thrashin’ - Corsa al massacro, un cult movie sugli skater, e poi un milione di provini. Sembrava tutto fuori dalla sua portata. È apparso in un episodio di Autostop per il cielo. Non è riuscito a essere protagonista in 21 Jump Street, che è andato a Johnny Depp. Ha fatto qualche serie tv. Ha rifiutato Tutti al mare anche se il suo agente gli aveva detto: «È la parte di un surfista, e tu fai surf. Sarebbe da idiota rifiutarla».

Certo che voleva lavorare, ovvio. Ma voleva anche potersi guardare allo specchio senza detestarsi. Si conosceva abbastanza da non accettare lavori che non credeva di poter far bene. E così nel 2002 la stella del cinema Josh Brolin ha iniziato a fare il day trader, uno di quelli che comprano azioni e le rivendono il giorno stesso. Aveva già due figli, voluti e avuti con la prima moglie, l’attrice Alice Adair, quando lui aveva poco più di 20 anni. Poi con la seconda, Diane Lane, è arrivata anche una figlia acquisita a cui si è molto legato.

Tate e baby sitter non gli sono mai piaciute, è un’idea che non ha molto senso per lui che è cresciuto senza. Portava i figli a scuola. Si alzava alle cinque e organizzava la mattinata sui tempi della Borsa di New York finché i bambini si mettevano a strillare che dovevano uscire e fermarsi a comprare i muffin ai mirtilli dal benzinaio. Di mattina se ne stava seduto in mutande davanti a tre computer, ciascuno con cinque schermate aperte. Quando pensi a Brolin pensi subito a una stella del cinema perché a dieci anni lo hai visto ne I Goonies. Pensi a quella mascella.

E invece lui è lì che compra e vende azioni in Borsa. E nel 2004 vende il ranch di Paso Robles dove è cresciuto, in California, perché è meglio non avere troppi debiti ed è vero che lui sa come farsi durare i soldi di un film a paga sindacale ma sa anche che non riesci a farlo se hai un ranch da mantenere. A Hollywood dice di avere guadagnato così poco (in confronto ad altre movie star) che il dibattito del movimento Time’s Up sulla disuguaglianza delle retribuzioni tra uomini e donne per lui è stato una sorpresa. Non è uno stupido. Ma non si immaginava che tutte quelle attrici straordinarie guadagnassero così tanto meno degli uomini. Nella vita lui è stato sempre circondato da donne alfa. Sua mamma era una signora dall’energia esplosiva che urlava e beveva parecchio, la nuova moglie di suo padre è nientemeno che Barbra Streisand. Josh ha tenuto testa e si è scontrato con entrambe, e ha sempre voluto molto bene a tutte e due. Ma se hai a che fare con la Streisand ti è difficile immaginare che una donna possa essere sfruttata. «Barbra non ha mai avuto bisogno di far parte di un movimento. È lei stessa il movimento». «Le dicevano: “Non puoi fare una cosa del genere”. E lei: “Perché no?”. È fatta così».

Per lui sono le donne a decidere tutto. «Non dico in generale. Parlo per me. Le osservavo e provavo per loro un profondo rispetto. Ma non ho mai conosciuto donne che non siano riuscite a ottenere quello che volevano, che non fossero ascoltate o rispettate. Ho frequentato solo il tipo opposto». Scuote la testa. «Io sono sempre stato quello pagato di meno. Non ho mai preso quanto prendevano i miei co-protagonisti». Per Non è un paese per vecchi ha preso 100mila dollari, senza percentuali sugli incassi. Circa 36mila, dopo commissioni per gli agenti e tasse. Ride. Controllate il suo conto in banca degli ultimi dieci anni, se volete. Definisce sua madre, una texana che si chiamava Jane Cameron Agee, «molto severa». Era una direttrice di cast e un’animalista che, 12 giorni dopo avere conosciuto James Brolin, scolandosi uno Scorpion dietro l’altro gli ha chiesto: «Allora, ci sposiamo o no?». La pazienza non era il suo forte. Da piccolo Josh aveva scritto una poesia sulla morte a forma di cerchio, gliel’aveva fatta vedere e lei: «Che roba è?». Una volta ha confessato a Josh che in lei c’era qualcosa che aveva bisogno di creare ostacoli e infelicità dove non ce n’erano. «Come me. Se non c’erano problemi, ne inventavo uno. Avevo bisogno di un ostacolo per sentire di esistere».

Dice che sua madre «ha avuto una vita alla Sam Shepard». Una volta usciva con uno della stessa età di Josh; lui aveva minacciato di lasciarla, e lei gli aveva puntato addosso un fucile calibro 22. Se ne era andato comunque e sua mamma l’aveva inseguito in auto; poi aveva chiamato il figlio per dirgli che era uscita di strada a 90 miglia all’ora e si era fatta molto male alla schiena. Non è stato quello a ucciderla. È morta anni dopo guidando ad alta velocità, di nuovo, è andata a sbattere contro un albero. Non ha chiamato Brolin. È stato un amico di famiglia, un radiologo, a telefonargli e a dirgli che la madre era in ospedale e il suo cervello non dava più segni di vita. Gli ha detto al telefono, dal suo appartamento, di staccarla dalle macchine. Non ha aspettato di vederla per l’ultima volta. Sapeva che se ne era già andata per sempre.

Lui beveva solo quando voleva sbronzarsi, e lo faceva fuori di casa dove i figli non potevano vederlo. Si stava dando una calmata dopo un’infanzia fatta di droghe, alcol, un gruppo punk, cresta alla mohicana, furti, arresti, almeno un soggiorno in riformatorio, e dopo che a 16 anni si era emancipato legalmente dai genitori. Nonostante tutto questo in famiglia era considerato un tipo molto responsabile. «Mi piaceva. Adoravo essere un papà, avere delle responsabilità, se avevano bisogno di qualcosa quello a cui tutti si rivolgevano ero sempre io. O quasi sempre». Ogni tanto aveva bisogno di staccare e se ne andava per qualche giorno a Los Angeles. O veniva in questa suite a New York, se gliela pagava una produzione o il suo contratto con la Warner Bros. Che è finito nel 2012. Allora si buttava sull’alcol. Era come un rifugio, dove poteva dire quello che voleva e fregarsene delle regole. Ora che è sobrio dice: «Mi piacerebbe vivere con l’effetto che dà l’alcol, senza bere però». Con le donne ha sempre cercato di capire quello che cercavano e di riuscire a esserlo. «Capirò quali bisogni e quali insicurezze hai, e ne approfitterò. Per esempio, hai bisogno di un papà? Sarò io tuo padre. Sarò il tuo eroe». Voleva che lo vedessero come la persona in assoluto più capace di prendersi cura di loro, quello che sa ascoltare, che si comporta meglio. Comprava quattro dozzine di rose, in macchina toglieva tutte le spine e poi le disponeva in una composizione. Voleva che sentissero che lui le amava più di chiunque altro.

Con la sua ex è stato lo stesso. «Amavo molto Diane Lane. Mi piaceva essere una figura paterna per sua figlia. Ma non era possibile, e se hai quella mentalità eroica, ti consumi e quando sei sfinito poi ti riempi di risentimento, e ti viene fuori di tutto. Mi sento in colpa per non avere avuto la prontezza di spirito o la maturità di capirlo prima». Chiamiamolo l’Inverno di Josh Brolin. Lui e Diane Lane hanno vissuto un po’ alla Elizabeth Taylor/Richard Burton, finché nel 2013 si sono separati. Sono stati sotto i riflettori insieme, li hanno evitati insieme, hanno litigato, hanno fatto pace. Nel 2004 Diane ha chiamato la polizia dicendo che Brolin l’aveva picchiata. Il publicist della coppia aveva dichiarato: «Erano in casa e c’è stato un malinteso. Diane ha chiamato la polizia. Josh è stato arrestato con l’accusa più lieve in caso di violenza domestica. Diane non voleva denunciarlo, ma in casi come questo la polizia prima ti arresta, poi ti domanda che cosa è successo. Adesso sono di nuovo insieme a casa». Poi il caso è stato archiviato. Cinque anni fa, quando ha deciso di smettere di fumare, ha anche smesso di bere. Una mattina, dopo Halloween, si è svegliato sul marciapiede davanti a casa: lo chiamavano per dirgli di andare a trovare la nonna, che stava morendo. Lei aveva 99 anni, lui si è sporto sopra il suo letto e puzzava di alcol. La nonna ha sorriso. Ha sorriso! Lì ha capito che non avrebbe più bevuto. Ha divorziato da Diane Lane. Un po’ alla volta si è ripreso. Ha scritto poesie, come ha sempre fatto. Ha scritto sul suo diario, come sempre. Un giorno, quattro mesi dopo il divorzio, ha alzato lo sguardo e ha visto Kathryn, la sua assistente, solida, risolta, senza particolari bisogni e vuoti emotivi in cui lui avrebbe cercato di inserirsi e dare risposta. «Non ha bisogno di me, non l’ha mai avuto».

Josh Brolin e la moglie Katrhryn Boyd a passeggio a New York la scorsa primavera. Aspettano la loro prima bambina, attesa per la fine di ottobre
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Si sono sposati nel 2016. L’ha osservata mentre si adattava a quella strana vita nuova, una ragazza del Sud che si sposa con l’aristocrazia di Hollywood, James Brolin, Barbra Streisand e i suoi cani clonati. Stamattina, quando si sono seduti per fare colazione e leggere i giornali, lui l’ha guardata con le lacrime agli occhi. Allora lei gli si è seduta in braccio. Ha pensato a tutte le volte che non si è preso abbastanza cura della sua vita. Ha pensato a quella volta che in Costa Rica un uomo lo ha accoltellato al ventre perché gli aveva chiesto una sigaretta e dei soldi e lui aveva risposto di no. Al dottore che gli ha detto che se quel coltello fosse affondato solo un po’ più a destra o a sinistra sarebbe morto. Pensa all’alcol, agli arresti, ai giorni terribili trascorsi in questa suite. Non li dimentica. Non si dimentica quanto fosse terribile quel caos. Capito adesso? È questo il problema dell’Estate di Josh Brolin. Un sacco di cose belle, ma anche una minaccia per la vita di cui, l’aveva appena realizzato, in fondo era contento.

© 2018 The New York Times News Service

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