Rula Jebreal, la giornalista che combatte la paura e trova le parole più vere

Dall'orfanotrofio di Haifa alle inchieste sul Washington Post, Rula Jebreal, di origine palestinese ma ormai italiana, racconta di sé e del giornalismo

Rula Jebreal giornalista
Maki Galimberti

Prima impressione: Rula Jebreal ha uno sguardo sfidante e accogliente allo stesso tempo. La ricordiamo assertiva contro una platea televisiva di uomini, ora è rilassata e a suo agio dopo aver visto una sfilata di Giorgio Armani.

Rula Jebreal ha 45 anni, è cresciuta in orfanotrofio ad Haifa prima di arrivare a Bologna, dove ha iniziato a fare la giornalista. E dove, dalla relazione con l’artista Davide Rivalta, è nata Miral che oggi ha 20 anni. Arabo-israeliana di origine palestinese, attivista coraggiosa, Rula Jebreal è poi volata in America, dove ha conquistato cuori, lettori e telespettatori: una lunga storia con l’artista Julian Schnabel, un matrimonio finito con il banchiere Arthur Altschul Jr., collaborazioni con Washington Post e Cnn. Dai talk show come Gps di Fareed Zakaria, spara a zero su Donald Trump e i suoi muri anti-immigrati.

Hater, minacce, tutto passa dai social. Lei è combattiva, ma non sembra amare questi mezzi. È così?
I social stanno sostituendo i mass media. E così perdiamo autorevolezza e verifica dei fatti. La conseguenza è che i politici parlano direttamente al popolo. Il giornalista è scomodo, rompe la narrazione del politico. Anche se si basa su balle ben congeniale.

In Italia arrivano meno immigrati illegali e si dice che il merito sia di Marco Minniti, predecessore di Salvini. Perché la sinistra non l’ha spiegato?
C’è chi lavora senza sbandierarlo ogni 5 minuti. Una politica pragmatica può essere comunicata diffondendo la paura dell’altro, oppure no. Ma è anche vero che ancora si applica una comunicazione vecchia, temendo l’impopolarità. I ventenni pretendono di sapere e capire. Ci piaccia o no, i social esistono e se hai la coscienza a posto non puoi stare chiuso in ufficio, in silenzio. Bisogna entrare nella modernità.

Gli italiani sono così creduloni e influenzabili?
Non importa quale sia il Paese in cui la politica, di qualsiasi segno, applica questa propaganda. La campagna per la Brexit è un esempio perfetto di diffusione strumentale della paura verso l’altro.

Qual è per lei la soluzione?
Si possono trovare forme corrette per parlare del proprio lavoro. I presidenti degli Stati Uniti invitano i giornalisti per incontri privati, off the records, durante i quali raccolgono le opinioni sul loro operato. È un gesto di democrazia e umiltà. Un buon modo per stare in contatto con i cittadini.

Era proprio questo il mestiere che voleva fare?
Devo tutto a questo mestiere. Anche ciò che sono come persona, perché comunicare bene può cambiare le cose. Ponderare le parole, il messaggio, cercare il momento giusto. Se oggi vince la destra è perché parla alla pancia, a un popolo arrabbiato. E divide il mondo in “noi e loro” sulla base di etnie, religioni, opinioni. Oggi avere opinioni diverse vuol dire essere nemici. Una deriva illiberale.

È ancora attuale dividere tutto in destra o sinistra?
Non si tratta più di questo, ma di avere una visione. Una visione del mondo per il bene del Paese.

Pensa che gli italiani siano intolleranti?
Gli italiani non sono intolleranti, non lo sono mai stati. Hanno pagato un prezzo troppo alto, va detto chiaramente. Hanno subito un contraccolpo economico per colpa delle politiche di vari governi, sia di destra che di sinistra. Le sfide che hanno affrontato sono state più grosse di quanto l’Italia potesse sopportare. E la politica di chiusura oggi taglia fuori dall’aiuto internazionale. Una visione non è di destra o di sinistra, è una visione per il futuro dei propri figli. Bisogna pensare alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni.

I giornalisti possono schierarsi?
Dobbiamo rispettare i fatti. Quando ho scritto che avrebbe vinto Trump sul Washington Post, un anno prima della vittoria, nei sondaggi vinceva la Clinton. Non ero una veggente, parlavo con tutti, ascoltavo i problemi, nel Sud dell’America come nel Midwest. Chiedevo: «Cosa pensa delle idee dei candidati?». Rispondevano di averne abbastanza di privilegiati. Non c’era particolare simpatia per Trump. Ma lui era anti-establishment.

Rula Jebreal
Maki Galimberti

Un bel colpo giornalistico.
Quando il giornale ha ripubblicato l’articolo, dopo la vittoria, ho provato soddisfazione. Ai colleghi ho detto: «Si sta troppo in redazione, non si parla abbastanza con le persone».

I populismi vincono anche con le teorie marxiste: il capitalismo trova manodopera a basso costo negli «eserciti proletari di riserva», cioè gli immigrati...
Da che cosa nascono le rivoluzioni? Dall’indebolimento del ceto medio di un Paese. Dalla Rivoluzione francese alle Primavere arabe, il tema è: come proteggere il ceto medio dalla crisi? Dialogando con il mondo e attraendo investimenti. Cito il mio Paese, Israele. Piccolo ma capace di reinventarsi come hub tecnologico e medicale. Ha salvato il ceto medio con politiche di assistenza sanitaria e scolarizzazione. E sono arrivati gli investitori esteri. L’Italia in pochi mesi ha perso miliardi di investimenti. Soldi che sarebbero diventati posti di lavoro.

Possiamo metterci una pezza?
Guardare alla Francia può essere impopolare ma lì il multiculturalismo è fonte di reddito. Il governo ha consiglieri arabi, per questo i Paesi ricchi del Medioriente investono in Francia.

Servono degli influencer arabi?
In Italia ci sarebbe chi può dare un contributo ma è poco visibile nei mass media. Dopo 20 anni io sono ancora la prima e unica che ha cercato di farlo.

Perché l’Europa, per la quale la gente parte rischiando la vita, ha ancora tutto questo appeal?
È il continente che ha saputo rinascere dopo la guerra, costruendo il miglior laboratorio
democratico del mondo. Devo all’Europa e a una borsa di studio la possibilità di costruirmi una vita e una carriera. Ovunque io vada ho dentro i valori europei che mi hanno formato.

Propone un “condono” per le nefandezze del colonialismo di molti Stati europei?
Anche dalle contraddizioni può uscire il meglio. Lo scontro e l’incontro hanno in sé il male e il bene. Il 7% del Pil italiano è creato da aziende di immigrati. L’Italia deve essere aiutata a combattere l’immigrazione illegale. E gli italiani a capire che non ce la fanno senza Europa.

Come risponde all’accusa di essere anti-italiana?
Che è il contrario. Ho a cuore l’Italia e penso sia questo governo a essere contro l’Italia. Fenomeni come il cambio climatico, la radicalizzazione, l’immigrazione di massa non si affrontano da soli.

Che ruolo hanno le donne in questi momenti?
Se avessero più opportunità economiche e politiche sarebbe una bella svolta. Oggi chi ha voluto raggiungere una leadership ha dovuto fondare un partito.

Di chi parla?
Di Giorgia Meloni.

Siete agli estremi opposti…
Non litigo con qualcuno perché è di destra o di sinistra. Io parlo di idee. Secondo me le sue non appartengono al 21esimo secolo. Però la capisco.

Cosa sa fare una donna più di un uomo in politica?
Negoziare. Saper negoziare risolve i problemi. Perché non parliamo con i Paesi arabi? Con le giuste alleanze si possono guidare i flussi migratori senza diventarne vittime.

Rula Jebreal
Maki Galimberti

Lei sa mettersi in gioco personalmente?
Io negozio anche con la persona della destra più estrema se so che entrambi abbiamo a cuore le generazioni future.

Ha delle amiche che appoggiano questo governo?
Ho amiche con opinioni diverse dalle mie in tutto il mondo. Una sta lavorando con questo governo e la stimo molto. Non condividiamo le soluzioni alla crisi, lei è per una chiusura, io per l’apertura. Ci uniscono i valori. Non ci servono nemici da linciare.

Sta per entrare in politica?
No. Voglio solo essere una buona consigliera.

Primo consiglio?
Riportare il dialogo civile. C’è da fare se a donne come me, Laura Boldrini o alla stessa Meloni arrivano minacce di morte o di stupro. Ho difeso la leader di Fratelli d’Italia, insultata sul mio profilo di Facebook. Nessuno può attaccare una donna con la mia complicità. Sarò sempre dalla sua parte, pur litigando sulle idee.

Che cosa porta una filopalestinese a innamorarsi di uno come Julian Schnabel, apertamente a favore di Israele?
Io e Julian siamo andati oltre la nostra religione ed etnia e si è creata un’unione importante. Le persone entrano nella nostra vita, non sappiamo quanto rimangono, ma grazie a questa storia è uscito un film che in America non si sarebbe mai fatto (Miral, 2010, regia di Schnabel, ndr). Per la prima volta gli Stati Uniti hanno ascoltato il punto di vista palestinese.

Che cosa le ha insegnato la vita sulle relazioni?
Che le difficoltà possono essere opportunità di crescita. E che la vulnerabilità delle donne è un grande tema. Anche in quelle che appaiono forti.

La donna più potente e vulnerabile che conosce?
Ho amiche che non si vergognano delle loro fragilità. Ciò le rende delle alleate accoglienti, sempre.

L’uomo può essere vulnerabile?
Ormai pretendiamo che gli uomini non ci nascondano niente, quindi sì, possono esserlo, anche se lo standard vuole che li comprendiamo meglio quando sono aggressivi.

Insegna Diritti Umani all’Università di Miami. Le studentesse ventenni danno segnali incoraggianti?
Hanno vissuto l’esperienza delle armi in classe e non hanno mai visto il mondo senza crisi. Ora esigono facce nuove.

Si sente molestata se un uomo le sorride per strada? Un libro, A Simple #MeToo Guide for Looking at Women on the Street,di Mark Greene dice che non possiamo guardarvi.
Questa è una cazzata. Noi vogliamo essere corteggiate. Non vogliamo essere attaccate. C’è una bella differenza.

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