Si può morire per difendere un ideale. Si può morire per voler difendere l’ambiente. È la minaccia costante che tante persone, e di queste molte donne importanti, ambientaliste, attiviste, che subiscono quotidianamente per le loro battaglie a favore del pianeta. Donne importanti oggi come LeAnn Walters, che nel 2015 ha fatto esplodere lo scandalo idrico di Flint in Michigan. Come Tara Houska, arrestata durante la sua protesta contro l’oleodotto Dakota Access Pipeline nel 2016. Donne che hanno rischiato di essere piegate, soppresse, silenziate da chi è contro le loro battaglie. Donne che fanno politica. E ci sono anche le donne che sono morte in nome dell’ambiente. Global Witness, associazione mondiale che si occupa di tenere traccia di chi viene ucciso per il suo attivismo, ha pubblicato un report spaventoso: nel 2017 ben 207 persone in 22 paesi sono morte per essersi votate alla difesa ambientale, un ritmo sinistro di 4 a settimana. 9 su 10 attivisti uccisi sono uomini.

Le donne attiviste, in linea generale, subiscono molto altro oltre a rischiare la vita. Molestie sessuali, minacce di morte, abusi psicologici, arresti, intimidazioni, stalking, cause miliardarie intentate per spolpare le attiviste di tutte le loro energie. Silenziare le loro battaglie significa spostare l’attenzione del mondo intero lontana da scandali ambientali gravissimi. Le donne combattono su più fronti: quello pubblico che le rende testimoni di una denuncia collettiva, e quello privato dove devono difendersi dagli attacchi di genere. “Le donne ricevono raramente lo stesso livello di sostegno che hanno i loro colleghi maschi. La discriminazione di genere crea un sistema di pensiero che limita la capacità delle donne di parlare, mentre nasconde la violenza contro le donne all’interno delle loro organizzazioni e delle loro famiglie” racconta l’attivista di Global Witness Rachel Cox ad Harper’s Bazaar. La gender discrimination arriva anche in un campo tanto universale come quello ambientale, che riguarda tutti senza distinzione sessuale. Invece le biografie delle donne attiviste ambientali in tutto il mondo sottolineano come vengano temute perché donne, madri, mogli, e non solo attiviste.

Le prime minacce, più che nei loro confronti, vengono emesse contro i figli (qualora ne abbiano). Come accadde ad Erin Brockovich, il nome più noto dei movimenti nati spontaneamente per difendere la salute dei propri cari minacciata dall’inquinamento ambientale e magnificata dall’interpretazione di Julia Roberts nell’omonimo film: lei stessa ha raccontato di essere stata presa di mira prima di tutto perché madre single. Altrimenti si passa agli animali domestici, come è successo a Cherri Foytlin in Louisiana, cui hanno avvelenato il gatto. Si intima a mariti e fidanzati di “tenerle sotto controllo”, come se le donne attiviste fossero cani al guinzaglio. Le intimidazioni le colpiscono materialmente nelle loro case e nelle loro macchine: vandalismo e incendi sono una triste verità. A livello psicologico si prova in tutti i modi a metterle contro la comunità in cui vivono, spesso un piccolo paese che si regge su equilibri delicatissimi, o persino sul posto di lavoro: mobbing e pressione negativa purché le si destabilizzi. Screditare una donna attivista, silenziarla, ridicolizzarla, attaccarla a livello personale per sminuire il suo impegno è uno schema patriarcale tristemente tradizionale.

Tara Houska (a destra) manifesta per l’ambiente
The Washington PostGetty Images

Come tradizione è che le donne con responsabilità familiari siano più facilmente prese di mira. Nelle comunità più piccole le donne hanno ancora il ruolo centrale di sostegno e gestione dell’economica domestica: figli, marito e casa dipendono da loro. Quando vengono attaccate per il loro attivismo, la prima definizione è di essere “cattive madri” per far sì che il giudizio comune colpisca la solidità dell’intera struttura famigliare portandola a vacillare. L’opinione pubblica è facilmente influenzabile di fronte ad una donna che combatte per un ideale: il tema su cui si fa leva è che quella donna ha perso la bussola del suo ruolo primario nel mondo, quindi deve essere richiamata al focolare domestico per occuparsi soltanto degli impegni di madre & moglie. Ne è un esempio Cherri Foytlin, madre di sei figli. Il suo ruolo di attivista contro la costruzione di un nuovo oleodotto, il Bayou Pipeline in Louisiana, è stato duramente messo alla prova dal fatto di avere una famiglia. Non perché i figli l’abbiano ostacolata, anzi. Ma è stato usato contro di lei: quando in un video è stata definita il nemico pubblico numero uno, Cherri Foytlin si è ritrovata gli assistenti sociali sulla porta di casa, pronti a toglierle i bambini. “Hai presente quanto può far paura una cosa così?” ha raccontato alla rivista.

Sono tante le donne che hanno sommato le cause e le conseguenze di misteriosi problemi di salute che colpivano loro, i loro figli, i loro mariti, le famiglie dei vicini con cui dividevano il barbecue il fine settimana. E hanno scoperto, sconvolte, come derivassero da inquinamento ambientale industriale, lavori pubblici, discariche non autorizzate, smaltimenti di rifiuti tossici illegali nelle falde acquifere, susseguenti insabbiamenti governativi. LeAnn Walters ha raccontato come è nata la sua. “Niente di filosofico sulla salvezza del pianeta” precisa. Il primo motore della lotta è la minaccia personale, nel suo caso alla sua famiglia: marito e due figli con enormi, gravissimi problemi di salute per colpa di mancanze governative. La storia di LeAnn Walter emerge nel 2015, quando il movimento cittadino di Flint in Michigan, da lei guidato con tostissima caparbietà, scopre tramite test specifici che la quantità di piombo presente nell’acqua degli approvvigionamenti casalinghi è elevatissima, con effetti collaterali devastanti sulle persone. L’acqua del fiume Flint, diventato sorgente primaria agli inizi degli anni Dieci del nuovo millennio, è stata per decenni la culla tossica dei rifiuti industriali prodotti dalle aziende di zona. La necessità idrica l’ha resa fonte principale per la fornitura di acqua in città, ma il trattamenti per renderla potabile sono stati sbagliati completamente. Nel sistema delle tubature costruito agli inizi del secolo scorso, l'acqua ha subito naturali reazioni chimiche che hanno innalzato i livelli di metalli pesanti: più di 100mila persone l'hanno bevuta, ci hanno cucinato, ci hanno fatto il bagnetto ai bimbi, innaffiato i prati. Tutto finché il colore diventato improponibile e il sapore assurdo non hanno spinto gli abitanti a protestare. Ma l'azienda sanitaria sosteneva serenamente che fosse potabile.

L’intossicazione da piombo cui sono stati esposti gli abitanti durante la crisi idrica di Flint è arrivata agli occhi di tutti con i problemi cognitivi nei bambini, i danni respiratori, i tumori e altre conseguenze tremende sulla salute. Permanenti. Le autorità del Michigan, intervenute solo a scandalo ampiamente esploso e con una commissione d'emergenza ambientale istituita sotto la presidenza di Barack Obama, stanno sostituendo le tubature e bonificando il fiume. Nel quasi totale silenzio. Ma LeAnn e il suo impegno non si fermano nemmeno di fronte alle minacce al marito ex militare di Marina, subite proprio dai colleghi dell’esercito statunitense, e di fronte alla facciata dell'amministrazione. “Abbiamo ancora 10mila tubature che devono essere sostituite e ogni volta che scavano per cambiare l’infrastruttura, rimettono quella m*rda in circolo”. LeAnn si riferisce alla quantità di rifiuti tossici invisibili che per 80 anni ha inquinato sistematicamente le acque del fiume. Da donna attivista, la sua battaglia prosegue per garantire un futuro migliore a tutti. Ormai non è più solo per la sua famiglia, ma per tutte le persone della città che cercano una giustizia lontana dal venire. “Ci vogliono anni per vedere il vero effetto dell’avvelenamento da piombo. Ma i miei figli non saranno vittime. Li sto crescendo perché sopravvivano a questo”.