"Ero una senzatetto ora sono consulente nella Silicon Valley": l'incredibile storia di Maisha Leek

Una delle manager più quotate d'America racconta come ha lottato con le unghie e con i denti per trasformare un'adolescenza da incubo in un successo strepitoso.

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Getty ImagesScott J. Ferrell

Avevo 14 anni quando sono stata cacciata di casa. Non mi ero mai trovata nei guai, ero una studentessa modello presso la prestigiosa High School of Engineering and Science di George Washington Carver a Philadephia. Ma negli anni che seguirono la separazione dei miei genitori, la mia istruzione da favola si trasformò in una vita che includeva assistenti sociali e persino un'estate trascorsa in un rifugio per senzatetto. E poi un giorno a caso, il mio consulente di orientamento mi ha chiamato nel suo ufficio. Ha detto che la mia famiglia aveva chiamato e aveva detto che tornare a casa non era una delle opzioni contemplate.
Quella sera stessa sono stato trasferita in un rifugio per adolescenti a Philadephia. Non ho nemmeno potuto dire addio ai miei tre fratelli. Ho dormito in una grande stanza piena di letti e piena di ragazze. Mi è venuto il ciclo quella notte. L' ho detto alla donna che ci controllava, che mi ha aiutato a cambiare le lenzuola, e ho iniziato a piangere senza sosta. Lei mi ripeteva: "Va tutto bene". Ma non era così: la rapida perdita di controllo, della dignità e della privacy mi pesavano. Il giorno seguente mi hanno mandato in una casa per adolescenti in difficoltà. Un'infermiera mi ha visitata, ha controllato il mio peso e la mia altezza e ha fatto i prelievi del mio sangue per controllare eventuali dipendenze da droghe. C'erano divani e televisori in tutti gli edifici in stile mini motel del campus, forse per distrarci dal pensiero di ciò che ci aveva portati lì, ma in realtà non lo dimentichi mai dove sei. I bambini in fila con i vassoi all'ora di pranzo, come in una scena di un romanzo di Dickens, lo rendevano impossibile.

Quella sera mi hanno portata al rifugio a Philadelphia e non ho potuto nemmeno salutare i miei tre fratelli.

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All'inizio me ne stavo tranquilla, osservavo gli altri teenager e i membri dello staff che, ho imparato subito, mi tenevano d'occhio. Non c'era un trattamento speciale per i nuovi arrivati, dissero subito, aggiungendo che anche noi eravamo a rischio di suicidarci, diventare violenti o cercare di scappare. Uno dei primi giorni nella scuola del campus (termine che uso in modo ottimistico, dato che si trattava solo di uno spazio con banchi e tutor che passavano la maggior parte del loro tempo a disciplinare i ragazzi dal comportamento più violento), uno degli altri ragazzini ospiti del rifugio si è chinato verso di me durante la lezione e mi ha sussurrato "Tu non sei una di noi". Aveva ragione, avevo bisogno di un piano.

Un giorno, a scuola, un altro ospite del rifugio si è chinato verso di me e ha detto: “Tu non sei una di noi”.

Qualcuno di noi riceveva l'autorizzazione per frequentare il liceo Radnor, un istituto accademico di livello molto alto. L'assegnazione all'istituto richiedeva mesi di osservazione, anche se non avevi dato segno di cattivo comportamento. Io non potevo aspettare tutto quel tempo, la scuola rappresentava il mio biglietto per il college, che a sua volta era il biglietto per una vita diversa. Ma il mio lessico mi faceva passare per una snob agli occhi dei membri dello staff e per questo sembrava che non si sprecassero troppo ad aiutarmi. Nella vita si incontra sempre gente che ti si para davanti per bloccare il tuo cammino, se vuoi di più di ciò che loro ritengono tu possa meritare. Così ho fatto pressione, ho pregato il mio assistente sociale e i membri dello staff per accelerare il mio precorso. In due mesi ho ottenuto l'approvazione a frequentare la scuola Radnor.

Lì dentro, lavorando sodo, ho gettato le mie fondamenta. Alla fine ho lasciato la casa famiglia e mi sono riunita con i miei fratelli e la mia nonna paterna. Ho vinto una borsa di studio per la Trinity Washington University, mi sono fatta strada attraverso il college, ho fatto tirocinio all'Emily's List e ho conseguito lauree all'Università della Pennsylvania e ad Harvard. Nel 2010 ho lavorato come uno dei più giovani capi di personale del Congresso, e ho lavorato con aziende come Andreessen Horowitz e Alphabet. Ora so che le situazioni difficili ci rendono forti. E quella forza ti aiuta a continuare ad andare avanti e a concentrare la tua mente verso un vero cambiamento.

Questo articolo è nel numero di febbraio 2019 di Marie Claire Usa.

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