Al Sundance Film Festival 2019 l'ottimismo delle donne ha fatto politica reale

Due anni fa l'insediamento di Trump e l'apertura del festival fondato da Robert Redford coincidevano (in un clima sbigottito): oggi un plotone di cineaste, e qualche uomo, si sono presi la rivincita.

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Dalla sua fondazione nel 1978 il Sundance Film Festival si è costruito una più che decorosa immagine. Tanto che ormai, forse più di tante altre manifestazioni cinematografiche, l’evento che vanta tra i fondatori anche Robert Redford ispira fiducia e speranze (a oltranza) di veder tirare fuori dal cilindro qualche film davvero non-ordinario. Da tenere d'occhio molte donne: rumorosi gli applausi per Clemency di Chinonye Chukwu, storia di Bernadine, una guardia carceraria in servizio nel braccio della morte che va in crisi e deve affrontare i demoni interiori generati dall'ennesima esecuzione a cui sta per assistere. Un film che ha fruttato alla regista lo US Dramatic Grand Jury Prize, prima donna nera a ottenere questo riconoscimento al Sundance. Da segnalare anche Brittany Runs a Marathon di Paul Downs (prodotto fra gli altri anche da Toby Maguire), storia di una donna ordinaria che rimette in sesto la sua vita pezzo dopo pezzo, e ancora Honey Boy diretto da Alma Har'el (che vedete nella foto di apertura), scritto da Shia LaBeouf, che narra le vicende di una baby star di Hollywood alle prese con un padre alcolizzato e problematico. Tuttavia, dal Sundance escono, tradizionalmente, anche i migliori documentari impegnati, e non è un caso. Il Sundance Film Festival 2019 si è tenuto dal 24 gennaio al 3 febbraio, sempre nello Utah, a Park City, in un’area in cui, fa notare Vox.com, solo il 14% degli elettori ha votato per Donald Trump. Una enclave ribelle in uno stato molto conservatore, che si trovava praticamente in stato di shock quando inaugurava l’edizione 2017 esattamente durante l’insediamento del tycoon alla Casa Bianca, e in contemporanea con la prima Women’s March.

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A destra, Chinonye Chukwu.
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Sempre Vox ricorda che quell’anno, il 2017, in pochi si aspettavano quell’elezione shock (e non solo a Park City). Per cui al Festival si vide un solo film sul tema, Trumped, che non era un capolavoro perché era stato realizzato in appena due mesi, messo in cantiere di corsa dal novembre 2016 nel momento in cui i dati non davano più spazio ai dubbi. La parte impegnata, in una previsione senza sorprese, era stata affidata in quell'edizione del festival a An Inconvenient Sequel: Truth to Power di Al Gore, seguito di An Inconvenient Truth del 2006. Ma al momento la realtà superava la fantasia, per cui non si sconvolse nessuno. Nel 2018 non c’erano ancora molte produzioni sulla questione presidenziale perché, come insiste giustamente Vox, ci vuole tempo per fare dei buoni film. L’unico degno di menzione era RBG, un documentario che celebrava il membro della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg (presente all’evento) e che poi guadagnò una nomination all'Oscar. Il resto delle produzioni sollevava questioni di disparità sociali sempre valide, a prescindere da chi fosse in quel momento il presidente. La giornalista di Vox Alissa Wilkinson, che era presente a tutte queste edizioni citate, si è chiesta così se questa edizione del Sundance 2019, ora che lo shock è stato elaborato ed è passato un tempo sufficiente a girare e montare qualcosa di buono, avrebbe soddisfatto le sue aspettative.

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Pare proprio di sì. Fra alcune pellicole come Native Son, Clemency e American Factory che affrontano l’attualità politica solo per osmosi, ci sono poi delle produzioni che vanno dritte nel segno e che hanno colpito la Wilkinson. “Alcuni film ci hanno ricordato che il presente ha un senso solo se lo osserviamo attraverso le lenti del passato”, ha detto la giornalista con profondissima maturità. Il primo film documentario che ha colpito al cuore Alissa Wilkinson sfruttando questo principio si intitola Where’s My Roy Cohn? Di Matt Tyrnauer. La frase è stata pronunciata da Trump in persona e si riferisce a un personaggio reale, il famigerato avvocato Roy Cohn che ha praticamente inventato l’arte politica di trasformare delle "zucche vuote", come dice il regista, in pericolosi demagoghi. Cohn era infatti il mentore di Joseph McCarthy, il senatore che negli anni 50 lanciò la campagna per scovare presunte spie comuniste che secondo lui minavano dall’interno gli Stati Uniti, e che finì per diventare una caccia alle streghe con vittime innocenti anche a Hollywood (di cui la più clamorosa fu Charlie Chaplin).


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Il secondo film che ha usa l’escamotage del flashback comparativo è Always in Season di Jacqueline Olive e che rievoca una delle più terribili usanze del passato americano: il linciaggio dei neri. Non metaforico, il vero metodo utilizzato per giustiziare afroamericani che si supponeva si fossero macchiati di delitti efferati (bastava supporlo). Con molta delicatezza, Jacqueline Olive confronta vicende di repertorio dei primi del 900 con una molto recente: il sospetto linciaggio di un ragazzo di 17 anni avvenuto nel North Carolina appena nel 2014. Il peggio del passato che si ripropone. L’articolo di Vox propone quindi The Brink, di Alison Klayman, definito “spaventoso” ma anche “straordinario ritratto documentaristico dell'ex assistente di Trump Steve Bannon”, nei giorni che ha trascorso alla Casa Bianca dopo l'insediamento di Trump nel gennaio 2017 fino alle sue dimissioni per le critiche sollevate nell’opinione pubblica dalla sua figura ambigua. Come sappiamo, Bannon aspira a creare in provincia di Frosinone un hub per sviluppare dottrine sovraniste perché reputa l’Italia il luogo più fertile. E ancora, da vedere Knock Down the House, di Rachel Lears, che al Sundance ha vinto l’Audience Award. Il film mostra quattro candidate democrats durante la campagna di midterm del 2018: Amy Vilela in Nevada, Cori Bush nel Missouri, Paula Jean Swearengin nel West Virginia, e l’immancabile Alexandria Ocasio-Cortez a New York. Essendo stata quest’ultima l’unica a farcela, è praticamente la (carismatica) protagonista del documentario. Ma il film dà molto spazio, sia in ampiezza che in profondità, e intersecandosi nella retorica di Trump, alle altre donne. Lasciando un bel messaggio di ottimismo che è poi - cosa su cui sono concordi quasi tutti i critici presenti al festival - il leitmotiv di tutte queste produzioni, persino quelle drammatiche. Se l’arte e il cinema hanno mai avuto qualche pretesa di cambiare il mondo, pare che stavolta lo credano ancora di più.

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