I giovani vanno a scuola di politica

Siamo stati nei luoghi dove il proselitismo prevale sulla formazione e nelle nuove accademie apartitiche: abbiamo incontrato ventenni appassionati né di destra né di sinistra che vogliono cambiare le cose. Non sono tanti ma ci credono.

scuola di politiche
Courtesy Photo - maxmalatesta photography

Aveva promesso che sarebbe arrivato alle 11.30. È stato puntuale. In sala lo aspettano tutti, soprattutto i giovani che sono tantissimi, seduti nelle prime file dell’auditorium. E lui, Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno in carica, arriva in giacca fluorescente arancione. Sale sul palco direttamente dal backstage, maglione girocollo bordeaux, sottofondo musicale: ed è subito standing ovation.

Prima gli italiani. A Milano, Matteo Salvini parla alla Scuola di Formazione della Lega. I ragazzi arrivano qui da tutta la Penisola.
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Palazzo Castiglioni è un centro congressi di Milano: la sala è gremita per una lezione di politica alla Scuola di Formazione della Lega. «Quest’anno, il quarto, abbiamo registrato il sold out: sono in 500, il 40% giovani, tante donne e anche minorenni», dice compiaciuta Mariagrazia Longoni, responsabile dell’organizzazione, avvocato e mamma di quattro figli, di cui la più grande è in sala e lavora come hostess. «Li abbiamo selezionati sulla base di un questionario attitudinale e di affinità di pensiero». Intanto la musica finisce e gli applausi si placano. E parte la lezione di Salvini, che in realtà sembra quasi un comizio: pensioni, quota 100, sicurezza, migranti, italianità. E alla fine tutti in piedi, grandi battimani e poi a gara sul palco per un selfie da postare, magari seguendo i suoi ritmi forsennati sui social.

Nell’agorà, lo spazio fuori dall’auditorium dove sono ammessi anche i giornalisti (le lezioni sono a porte chiuse, quella di Salvini è un’eccezione), durante la pausa tra un corso sulla Costituzione e uno sul governo degli enti locali, si beve un caffè, si chiacchiera e si comprano cappellini. Si parla delle lezioni, nel vociare si scorgono molti accenti.

«Vengono da tutta Italia, isole comprese», spiega la Longoni. La scuola, che è a pagamento e consiste in sei domeniche milanesi, forse fa più proseliti che politici. Ma tant’è. Perché, qui, al netto di ogni credo, si respira un alto senso di orgoglio e appartenenza. Salvini ha fatto quello che altri oggi non riescono più a fare: «Ci ha riportati tutti in politica», racconta la 21enne Andra Radovici, in jeans e felpa, romena di nascita e in Italia dal 2005, studentessa di Scienze Politiche a Campobasso, qui alla scuola grazie a una borsa di studio. Con candore confessa: «In famiglia siamo stati conquistati da lui, persino mio fratello di 9 anni». Già, l’entusiasmo è intergenerazionale. C’è chi si è presentato in giacca e cravatta e ha già un lavoro: «Sento di partecipare a qualcosa di importante», dice Toni Sofo, 31 anni, avvocato di Sapri, provincia di Salerno, che sembra pronunciare il termine “scuola” con deferenza. «L’organizzazione è impeccabile, siamo in tanti, ma durante le lezioni c’è sempre spazio per le domande».

Dove nascerà la nuova classe dirigente? Il nostro giro alla scoperta delle scuole di politica in Italia è partito dalla Lega che dal Nord sta conquistando tutto il Paese. Più difficile esplorare laboratori politici che fanno capo ad altri partiti, perché in questo momento sono meno attivi. Il Partito Democratico racconta l’efficiente sistema di scuole del partito del passato.

Un cartellone de La Scuola di Partito Pier Paolo Pasolini, scuola del Pd voluta da Matteo Renzi sotto la supervisione dello psicoanalista Massimo Recalcati.
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L’ultima e più rappresentativa è stata la scuola Pier Paolo Pasolini voluta da Matteo Renzi sotto la supervisione dello psicoanalista Massimo Recalcati. Adesso c’è attesa per il nuovo: tutti aspettano che il prossimo segretario detti le linee guida. Le buone intenzioni e la sensibilità ci sono, ma per ora l’iniziativa è affidata ai singoli. Come a Milano, che si conferma una città sperimentatrice, basti ricordare la “primavera arancione” che portò Giuliano Pisapia a vincere le elezioni come sindaco nel 2011.

Una lezione de La Scuola di Partito Pier Paolo Pasolini, la scuola di politica del Pd voluta da Matteo Renzi sotto la supervisione dello psicoanalista Massimo Recalcati e tenutasi a Milano alla Fondazione Feltrinelli.
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Silvia Roggiani, 34 anni, la prima segretaria Dem donna della metropoli, afferma che lei alla formazione crede molto. «Ho tre progetti in serbo per la città: una scuola per giovani, una per futuri amministratori locali (ci sono 69 Comuni prossimi al voto) e una sull’Europa. E poi penso che ai responsabili dei nostri 175 circoli servano lezioni sull’uso dei social. Ma per partire le iniziative hanno bisogno di fondi, perché la formazione deve essere gratuita e rivolta a tutti, tesserati e simpatizzanti». Precisazione opportuna, visto che il numero delle tessere a Milano è in continuo calo (a oggi i Dem ne possono contare 8 mila, solo 800 tra i più giovani).

La situazione è simile per Forza Italia, dove troviamo sì un responsabile della formazione, il deputato Alessandro Cattaneo, ma ben pochi corsi in calendario. Eccetto uno, itinerante, iniziato a gennaio a L’Aquila (sei lezioni su grandi temi come Europa, ambiente, lavoro) e qualche iniziativa locale, non veri e propri piani formativi istituzionali. Vorrà dire qualcosa?

I dati parlano di era del disimpegno. Il rapporto 2018 dell’Istituto Toniolo sui ragazzi e l’impegno per il bene comune parla del 40% di giovani under 25 che votano per il partito della disaffezione. Ovvero non votano. E la sensazione è che la politica non interessi più perché “tanto non cambia nulla”. Eppure ci sono anche segnali che le cose non stiano proprio così.

«Otto anni fa non eravamo tanti: oggi, invece, qualcosa tra i più giovani si muove, c’è più energia», racconta Luca Foschi, 26 anni, assessore Pd nel Municipio 1 di Milano, al suo secondo mandato. Lo incontriamo al bar, vicino al circolo del Pd di Milano Centro. Ci dedica tanto tempo a raccontare l’inizio della sua passione sui banchi del liceo 8 anni fa e delle campagne elettorali in cui ha lavorato come volontario. «Perché la politica non si impara solo nelle scuole, è servizio, passaggio di competenze, confronto continuo con chi ha già fatto, buoni esempi da seguire». È diretto, appassionato, Luca, ma con una giusta dose di autocritica. «Forse non siamo proprio tanti, ma chi fa politica ci crede. Per esempio, qualche mese fa, mi ha scritto un gruppo di neo-universitari che voleva darsi da fare. Li ho portati a Roma in Transatlantico, li ho fatti incontrare con la parlamentare Lisa Noja e li ho coinvolti su un progetto di legge sull’educazione alla cittadinanza».

Pensieri e slanci condivisi anche da Isabella Stoppa, 24 anni. Da novembre è consigliera di minoranza a Corsico, in provincia di Milano. «Negli anni passati ho frequentato tante scuole, Acli, Classe Dem, scuola della Diocesi, scuola Pasolini, persino le Dem Summer School, ma i tre anni di circolo li considero fondamentali». Quando si era candidata i suoi amici la vedevano come una marziana. «Oggi, però, quando c’è il consiglio
comunale e devo scappare in anticipo dalle lezioni al circolo, poi mi passano gli appunti».


Online e dal vivo. Uno dei pochi raduni “reali” dei 5 Stelle: un Open day Rousseau a Roma. Fanno parte delle lezioni sul web (solo per gli iscritti) della piattaforma Rousseau.
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Il movimento 5 Stelle insegna sul web. A parte i raduni per l’Italia sotto un tendone bianco, i CityLab, e gli Open day Rousseau, i corsi di e-learning si trovano sulla piattaforma Rousseau e sono riservati agli iscritti. Chi e quanti li frequentano non è dato sapere. Abbiamo chiesto i dati, ma sono riservati. Luigi Iovino, 25 anni, neo-eletto parlamentare, folgorato da Beppe Grillo («papà mi portava ai suoi spettacoli»), ci spiega che la sua formazione si è compiuta proprio online.

Innovativa la Rousseau Open Academy, scuola di “cittadinanza digitale”. Mettere in relazione persone e saperi, come dice il sottotitolo, è la loro idea. Quello degli effetti della partecipazione dei cittadini alla politica attraverso internet è un fenomeno studiato anche al Mit di Boston. Abbiamo visto spesso il Movimento usare la piattaforma per consultare la propria base, come nel caso dell’autorizzazione a procedere per Matteo Salvini, dove però qualche falla è emersa. Frequentarla aiuta a capire l’idea di democrazia dei grillini, ma pare difficile che possa sostituire una solida scuola di politica. E il pericolo indottrinamento è presente.

Nicola Pasini, professore di Scienza Politica all’Università degli Studi di Milano, per anni referente del Centro di Formazione politica diretto da Massimo Cacciari, dice che «le scuole di politica sono cose serie. Non basta trovarsi la domenica in qualche hotel con relatori eccellenti, avere una grancassa mediatica o social e poi pensare di diventare buoni politici. Bisogna studiare, ripartire dai fondamentali per avere effetti apprezzabili tra dieci anni. Al netto delle diversità ideologiche, non devono essere scuole di tifoseria, ma istituti che preparino una classe dirigente». E sulla base di questa notazione il fermento va trovato fuori dai partiti.

Una lezione alla Scuola di Poltiche
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C’è un’accademia promettente. La Scuola di Politiche fondata da Enrico Letta quattro anni fa è la più strutturata. Ha sede a Roma, è riservata ai ragazzi tra 18 e 26 anni, è gratuita e si accede per selezioni (curriculum e un video di un minuto). Marco Meloni, ex deputato Pd che oggi la dirige, ci tiene a precisare che «qui non si impartiscono dottrine, ma ideali; vogliamo formare la classe che governerà il Paese. Ci chiamano l’Erasmus della politica: siamo gemellati con le scuole di Parigi e Berlino (academienotreeurope.eu). Si studia e lavora, si impara a parlare con chi ha visioni diverse, anche a Bruxelles». Quei tavoli se li ricorda Agnese Zappalà, ex studentessa 25enne di Nova Milanese con una laurea in Musicologia, oggi segretaria provinciale Pd a Monza e Brianza. «Discutevamo di ambiente, sanità, integrazione europea. Lì ho appreso l’arte del confronto».

Una lezione alla Casa della Cultura di Milano.
Courtesy Photo Casa della Cultura

In una direzione analoga va anche la scuola della Casa della Cultura di Milano che, da nove anni, al centro delle lezioni mette il mondo che cambia, l’innovazione, la sostenibilità. E ha un canale su YouTube. Ma alla Casa, di ragazzi, se ne vedono pochissimi. «Una volta erano di più», spiega il direttore, Ferruccio Capelli. «Oggi mollano subito, come se cercassero una scorciatoia, una pillola. Ma la cultura politica non si comprime».

Una lezione alla scuola Gibel di Palermo
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Infine, una felice iniziativa: la scuola Gibel di Palermo, ideata dal vulcanico Dario Nepoti, 30 anni . Il suo è un laboratorio pensato per i più giovani e non è di destra o di sinistra. Dario, con alle spalle un festival musicale, Terraforma, rifiuta la resa: «La Rete ha spazzato via i vecchi partiti, c’è disgusto e conflitto. Ma la politica serve per cambiare le cose». Quelle che riguardano tutti noi.

E che sicuramente riguardano le nuove generazioni «le migliori interpreti del mondo che cambia» scrivono ancora sul rapporto Toniolo. Perché aggiungono: «Non mettere a valore il loro contributo nei processi di scelta collettiva e di produzione di bene comune non relega solo i giovani alla marginalità, ma condanna a un declino infelice tutta la società».

La foto in apertura: una lezione delle Scuola di Politiche durante una visita alla Camera dei Deputati.

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