Il nuovo album di Solange Knowles e addio cono d'ombra della sorella Beyoncé

Un nuovo album elegante e complesso, una storia personale ricchissima: biografia della cantante/ballerina che abbiamo erroneamente considerato solo la sorella di Beyoncé.

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Giphy

Houston, abbiamo un bellissimo problema. Nome e cognome: Solange Knowles. Segni particolari: bravissima. Altro: sorella minore (solo di età) di Beyoncé. Solange raffinata sperimentatrice tra elettronica e black music, Bey super diva pop r&b che più super (e più diva) non si potrebbe. Solange Knowles oggi si è completamente staccata/emancipata/liberata dell’ingombrante peso della sorella maggiore. Due carriere distintissime, seppure collegate e intrecciate in sinfonie musicali e riferimenti personali. L’ascensore, per esempio, quello che fece scalpore nel 2014 nell’elevator video in cui Solange si scagliò contro Jay-Z di fronte agli occhi impassibili di Beyoncé: divenne famosa per quella sua reazione incontrollata e accorata, di cui avremmo scoperto solo molto tempo dopo l'origine (per chi avesse vissuto fuori dal mondo negli ultimi 10 anni: il tradimento narrato in ben tre album e un tour dai coniugi Carter). Solange Knowles è una donna di estrema classe e favolosa passione. Sono passati anni e nipoti, Solange e Jay-Z hanno fatto pace, Solange e Beyoncé al Coachella 2018 si sono esibite insieme. L’incidente di percorso è stato archiviato (su Youtube, ma tant’è). Così per il nuovo album Solange Knowles è tornata proprio nella sua Houston, in Texas, dove è nata e cresciuta, e ha dato corpo e suono al progetto When I Get Home. Un visual album (ahem, questa l’avevamo sentita con Bey e il suo Lemonade) che oltre che in formato audio è uscito in contemporanea con 9 proiezioni video a Houston, di cui una proprio nel vecchio salone di parrucchiere del quartiere Third Ward dove le sorelle Knowles sono cresciute. E dove mamma Tina Knowles ha lavorato per 20 anni.

E in questo ritorno a casa non solo metaforico Solange Knowles ha ritrovato quella parte di sé che le mancava da tempo. Lei che ha sperimentato tanti intoppi nelle sue diverse carriere e che oggi ha deciso, democraticamente, di fonderle insieme. “L’ho approcciato come un album jazz, la gioia vera e la festa delle jam session. Con questo disco avevo molto da sentire, nel senso di percepire. Le parole sarebbero state riduttive per quello che avevo bisogno di sentire ed esprimere” ha raccontato a Vogue in una lunga intervista. È un disco complesso, molto incasinato, fatto di gemme e germogli sparsi qua e là. Un disco breve dalla tracklist lunghissima, ricca di interludi e raccordi ricercati. Come la volontà di ritrovare i posti dello spirito e del corpo cui tornare con uno sguardo diverso, più maturo, dopo un lungo periodo di tour e viaggi che hanno sradicato Solange dalla sua routine. “Dopo il tour dell’ultimo disco stavano succedendo un sacco di cose al mio corpo, al mio spirito, fuori dal mio controllo” ha spiegato la cantante e icona di stile. E aveva ragione: Solange Knowles malattia diagnosticata, la disautonomia neurovegetativa (semplificando molto, è un disturbo che colpisce il sistema nervoso mandando input errati agli organi) l'ha costretta a frenare, a fermarsi, a pensare di più a sé.

Da qui è partita la scelta di Solange di riappropriarsi di una parte importante della sua formazione passando fisicamente da Third Ward, geograficamente tra New Orleans, la Giamaica e il Topanga Canyon in California, cronologicamente dalla data di uscita del disco (la notte tra il 28 febbraio e il 1 marzo 2019, vale a dire alla fine del Black History Month e all’inizio del Women’s Month, perfettamente bilanciato), e artisticamente dalle numerosissime collaborazioni che costellano i 19 brani dell’album. Una pletora di nomi grandissimi della musica che persino i siti specializzati non sono riusciti ad elencare in completo, limitandosi a citarne alcuni (Pharrell Williams, Tyler, the Creator, Sampha, la new sensation Playboy Carti, Panda Bear, Gucci Mane e potremmo andare avanti molto a lungo).

Se con il precedente lavoro in studio A Seat At The Table, il suo primo racchiuso nel mononimo Solange senza apposizioni di cognomi pesanti, i critici si erano accorti di lei non solo come la sorella di, Solange Knowles anni 32 (è nata nel 1986), una carriera speranzosa da teenager ballerina nelle Destiny’s Child (accanto alla queen sis), un’inizio sbagliatissimo nel pop r&b a soli 16 anni, è diventata ancora più grande. Solange Knowles matrimonio, il primo con Daniel Smith nel 2004 a soli 17 anni, il secondo con il regista Alan Smith nel 2014. Solange Knowles e il figlio a 18 anni (Daniel Julez Knowles-Smith), che non ha avuto timore di definire una benedizione non pianificata nonostante il pentimento di averlo fatto così presto. Su Instagram Solange Knowles (@sainterecords, questo il nome del suo profilo) ha dispiegato le molte vite affrontate e messe da parte, le esperienze, le passioni. Da donna matura quale è, mostra sfumature di leggiadria e raffinatezza naturali. L’alchimia sofisticata di Solange è il frutto di un lunghissimo percorso personale accidentato, condito da errori e intoppi, dominato dall’ingombrante successo mondiale di una sorella con cui ha dovuto, nonostante tutto, competere. Almeno secondo i media, non secondo loro due. “Sono cresciuta in una famiglia con quattro donne nere: mia mamma Tina, mia sorella Beyoncé, Kelly [Rowland] e Angie [Beyince, la cugina]. È qui che mi sento al sicuro, qui mi sento a casa, qui trovo l’ispirazione” raccontò al NYT spiegando la genesi del nuovo album. La musica, il ballo, l’arte figurativa, i video. L’immaginario artistico dei nuovi dischi di Solange è denso di rappresentazioni differenti, di media che si compenetrano e compensano in eleganza, di modi di comunicare e raccontare che si articolano in più espressioni. Solange si è fatta arte. Corpo e voce di una blackness che non ha paura di raccontare e raccontarsi.

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