Cos'è il collettivo 50/50 en 2020 e perché mette in discussione il lavoro di tutte le donne

Non la solita battaglia femminista e non le solite quote rosa: l'iniziativa nata dalle cineaste francesi stravolgerà tutto ciò a cui siamo abituate (male).

"The Dead Don't Die" Photocall - The 72nd Annual Cannes Film Festival
Andreas RentzGetty Images

Un dato di fatto: il Festival di Cannes 2019 sembra già destinato a tirare fuori film che potrebbero diventare dei cult. Ma mentre l’immancabile polemica riguarda la legittimità o no di attribuire ad Alain Delon il premio alla carriera ora che ha ammesso le sue posizioni misogine, omofobe e razziste, c’è un fattore collaterale altrettanto importante e opposto, per cui il Festival di Cannes 2019 passerà alla storia, e che potrebbe contribuire a cambiare anche le vite di chi col cinema non ha niente a che fare. Anche le nostre. Perché i diritti civili godono della proprietà transitiva e quando se ne ottiene uno, in qualsiasi parte del mondo diventa un termine di paragone. Ovvero: quest’anno, a poche settimane dalla scomparsa di Agnes Varda (a cui rende omaggio il manifesto del festival) nel programma sono presenti per la prima volta 15 donne alla regia, di cui quattro in concorso, un numero record per la storia della manifestazione. Nonostante il delegato generale dei festival Thierry Frémaux lo neghi, assicurando che i film sono stati scelti in base alla qualità e non il genere (e che a Delon il premio verrà consegnato per la carriera, non per il suo stile di vita) pare proprio che il merito di questa svolta epocale sia invece da attribuire al collettivo 50/50 en 2020.

Il movimento 50/50 en 2020 è nato un anno fa, come conseguenza dello scandalo dei ricatti sessuali del produttore Harvey Weinstein ai danni delle attrici di Hollywood che hanno lavorato con lui. A fondarlo sono stati tre addetti ai lavori, la produttrice vincitrice di un César Sandrine Brauer, Il produttore Harold Valentin e l’esperta di diritti d’autore internazionali Delphyne Besse, che già militava in un movimento molto critico contro gli stereotipi di genere nel cinema, Le Deuxième Regard. Quando il 14 maggio 2018, a Cannes, si riunirono diverse associazione per discutere sulla condizione delle donne nel cinema internazionale - fra cui la sottovalutazione delle registe ridotte a cimentarsi con documentari perché meno costosi e perché dalle donne ci si aspetta più sforzo intellettuale per essere credibili - fra queste associazioni c’era anche 50/50 en 2020. Che oggi si autodefinisce “un momento trasformato in movimento”.

Lo scopo del movimento è riassunto nel nome: ottenere il 50 per cento di potere femminile nel cinema francese entro l’anno 2020. Per raggiungere questo obiettivo bisogna seguire una serie di azioni precise: sfidare le istituzioni culturali, monitorare le disuguaglianze nell’industria cinematografica, denunciare la forte disparità di retribuzione fra uomini e donne in tutti i ruoli del settore. Il movimento ha un sito di facile consultazione pieno di grafici da cui appare evidente come la disparità in questo settore sia forte ovunque. Un problema che ha il suo impatto anche nella società perché, come dice la missione dell’Associazione Lucrezia Marinelli, nata in Lombardia negli anni 80 con gli stessi obbiettivi della quasi omologa francese, se il cinema propone solo il punto di vista maschile, vedremo una rappresentazione parziale se non distorta del mondo, non sempre capace di interpretare anche la visione della popolazione femminile. “Quando abbiamo iniziato eravamo una cinquantina, ora siamo un migliaio”, racconta Delphyne Besse che aggiunge ironicamente: “Dobbiamo ringraziare Weinstein, se non fosse stato per lui non sarebbe nato il #metoo e non sarebbe scaturita l’urgenza di combattere questa situazione”. Appuntamento al Festival di Cannes 2020 per fare il bilancio. Se l’andamento è questo, c'è da aspettarsi molto.

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