Polemica sul finale di Game of Thrones a parte, cosa resterà di tutto questo guardare?

In otto stagioni la serie tv dei record ha visto crescere generazioni, cambiare costumi delle visualizzazioni, evolvere lo streaming, pagare per l'adrenalina della non attesa.

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Courtesy Photo SKY

Con ancora impressi nella mente gli ultimi minuti di un finale pensato per accontentare tutti ma che invece probabilmente dividerà i fan, è piuttosto difficile scrivere un sereno e obiettivo epitaffio per Game of Thrones: la serie tv che, nel bene e nel male, è stata la più rilevante dell'ultima decade, che si è intrecciata alle nostre vite in modo indelebile, riuscendo in un'impresa probabilmente irripetibile, quella di diventare un'esperienza collettiva rispetto alla quale i discorsi che si fanno su di essa diventano più importanti e più interessanti dell'esperienza televisiva stessa.

Se epitaffio deve essere quindi, al netto del gradimento altalenante delle ultime stagioni, quello di GoT potrebbe essere “qui giace l'ultima grande serie televisiva generalista”, dove per generalista non si intende ovviamente vista da tutti (HBO, dove va in onda negli USA, e Sky pur essendo diffusissimi sono comunque canali a pagamento, quindi riservati a una fascia della popolazione che può permettersi e soprattutto considera utile spendere i suoi soldi per l'intrattenimento televisivo) ma vista da un pubblico molto più grande ed eterogeneo di quello della maggioranza della produzione televisiva.

Home Box Office (HBO)

Negli ultimi otto anni infatti, da quando la serie è iniziata, moltissimo è cambiato in come si guarda, come si produce e come si scrive la televisione: abbiamo assistito a una crescita esponenziale nel numero degli show fino ad arrivare a un'era di peak tv in cui ci sono quasi più serie in onda che spettatori; siamo passati dal dominio sulla serialità dei cable come HBO alla rinascita dei canali non a pagamento, che hanno iniziato a sperimentare su nuovi show e nuovi autori e autrici, così come alla nascita dei piattaforme di streaming come Netflix che in pochissimi anni hanno finito per diventare così potenti da dominare la direzione del mercato TV; abbiamo visto la morte creativa delle grandi serie drammatiche a favore delle comedy, che prima sembravano cristallizzate in un'era di risate facili e registrate. Ma soprattutto, grazie alla moltiplicazione delle serie e agli algoritmi dei canali streaming, abbiamo assistito a un fenomeno senza precedenti, quello delle serie targettizzate e rivolte a un pubblico specifico che non mirano a diventare the next big thing ma a essere piccoli oggetti di culto per un ristretto gruppo di persone. Serie sperimentali o basate su modelli già noti, che non aspirano a essere il fenomeno collettivo che è stato GoT, o Lost prima di lui, privilegiando invece la possibilità di lavorare con più libertà creativa (anche se con un budget minore) e fare discorsi originali che possano toccare il cuore del loro pubblico rispetto al successo planetario e alla necessità di piacere al maggior numero di persone possibile.

Home Box Office (HBO)

Perché essere uno show ecumenico come è stato Game of Thrones si porta dietro un sacco di responsabilità, non soltanto economiche. Certo, il budget speso per ogni singolo episodio di questa stagione di Game of Thrones è stato più alto di quello che viene usato nella maggior parte delle altre serie per una stagione intera (o per l'intera serie, a volte) e questo è un bel modo di far venire i sudori freddi a qualsiasi showrunner, ma non possiamo sottovalutare quanto sia grande anche la responsabilità creativa in gioco nel terminare, nel miglior modo che si ritiene possibile, uno show di culto per milioni di persone. Quando si scrive una serie televisiva dalla così grande visibilità si possono liquidare come sciocchezze le petizioni online per riscrivere l'ottava stagione (perché lo sono) ma è probabilmente più difficile prendere con leggerezza la valanga di lamentele piovute dalle testate specializzate e dai nomi più prestigiosi della critica televisiva (da Alan Sepinwall a Maureen Ryan) rispetto al trattamento riservato ai personaggi femminili e in generale, alla scarsa attenzione per l'arco narrativo di tutti i ruoli tracciato nelle stagioni precedenti, in favore della ricerca di una chiusura frettolosa e dell'effetto wow.

Di certo chiudere con sei episodi, per quanto lunghi, un plot che si è dipanato per anni con storyline sovrapposte e decine di linee narrative ancora aperte, non è una scelta che privilegia l'approfondimento psicologico ed è chiaramente frutto del desiderio di creare momenti spettacolari ad alto budget, sia pure a discapito del tempo necessario per costruirli. Si potrebbe discutere per anni se queste scelte siano state oculate o meno ma di fatto si è scelto di chiudere col botto dal lato visivo e fondamentalmente puntare su draghi, esplosioni e battaglie piuttosto che su dialoghi e coerenza psicologica. Forse gli autori hanno sottovalutato l'intelligenza del loro pubblico, forse invece ne hanno valutato coerentemente l'entusiasmo un po' acritico, difficile comunque mettersi a sindacare questa scelta a fronte di ascolti così alti e di un coinvolgimento così profondo da parte di tutti, detrattori e non, in quest'ultima parte della storia di Game of Thrones.

Pazienza, in fondo, se la scarsità di tempo ha portato a tratteggiare frettolosamente personaggi come Daenerys, un tempo figura femminile piena di chiaroscuri, o a farci vedere una guerriera temibile come Arya rinunciare alla sua vendetta perché un padre surrogato come il Mastino le dice di tornare a casa altrimenti si farà male, o a trasformare l'astuto Tyrion in un ingenuo sentimentale e la granitica Brienne in una che si scioglie in lacrime quando il suo uomo la abbandona. Da un punto di vista di plausibilità degli sviluppi, nel mondo di Game of Thrones le porte aperte erano così tante che non c'è nulla di davvero implausibile, al limite ci possiamo lamentare di come ci siano voluti arrivare in fretta, sfruttando stereotipi narrativi banali e già visti, utilizzando i colpi di scena a ripetizione come modo per portare avanti una narrazione che altrimenti non aveva tempo di costruirsi. Ma in fin dei conti, nulla di tutto questo è così sorprendente se pensiamo che GoT è una serie vista da un pubblico piuttosto eterogeneo per età e posizione politica, in genere benestante e acculturato ma poco abituato a riflettere sui meccanismi della narrazione televisiva. Quando si scrive una serie per un pubblico così bisogna farlo in modo semplice, appoggiandosi alle scorciatoie dello stereotipo narrativo (specialmente se non c'è tempo di andare tanto per il sottile) ma mantenendo un livello estetico (fatto di fotografia, regia, montaggio, costumi) che faccia comunque percepire a questo tipo di spettatori di trovarsi non di fronte a qualcosa di basico e semplice, ma a qualcosa che fa parte della “tv di qualità”.

Helen Sloan/HBO

Game of Thrones è l'esempio più chiaro del limite maggiore della quality television, la tv che imita il cinema, che vuole sembrare cinema: quello di non saper vedere le specificità del mezzo su cui si trova, privilegiando quindi l'aspetto visivo ed estetico rispetto all'attenzione ai personaggi che è invece una caratteristica fondamentale della serialità. Quando, dopo otto anni, ti sei affezionato a un personaggio televisivo vuoi vederlo trattato con rispetto, vuoi ritrovare nel suo percorso una coerenza con la strada che avete fatto insieme e non c'è esplosione che possa distoglierti da un senso di incompiutezza e di tristezza quando questa coerenza viene negata. Non saperlo significa non sapere quanto questo legame e questo affetto renda l'esperienza televisiva di lunga durata unica e diversa da quella del cinema. Al tempo stesso però, GoT è anche l'esempio più alto di questo stesso genere, che ha portato la quality television alle vette produttive e al successo più grande che si sia mai visto, un successo forse irripetibile in termini di popolarità e discorsi mediali che lo rende uno di quei rari prodotti nella storia della televisione, che sanno intercettare lo zeitgeist e diventare vero simbolo di un'epoca.

Non ci troveremo forse mai più, ora che Game of Thrones è finito, a parlare per anni di un singolo colpo di scena come il Red Wedding o a discutere coi nostri colleghi della plausibilità tecnica di una battaglia contro gli zombi. Potremo parlare meglio, e più a fondo, nelle nostre bolle social, di quanto ci sono piaciuti gli show bellissimi che vedremo, quelli pensati proprio per noi, sicuramente molto più sofisticati narrativamente e magari persino capaci di rappresentare le donne in modo non stereotipato, ma non avremo mai più uno show su quale scambiarci appassionati messaggi vocali con i nostri genitori. Ironie a parte, Game of Thrones ci ha visto uniti nella visione nonostante tutto e a dispetto di quanto apprezzassimo le scelte fatte dagli autori, perché era importante essere lì, era importante vederlo, era qualcosa che aveva fato breccia nelle nostre vite e diventato imprescindibile, avvicinandoci tutti.

Con GoT finisce un'era di televisione e se ne apre un'altra, probabilmente migliore, ma non possiamo fingere che dare l'addio al passato non porti con sé anche un po' di malinconia.

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