Quando Claudia Patricia Gómez González si è diplomata, due anni fa -la prima della sua famiglia a farlo- aveva le lacrime agli occhi. Era una studentessa tra i più brillanti della sua classe e le era sempre stato detto che era speciale, che avrebbe fatto grandi cose e avrebbe reso il suo paesino, La Unión Los Mendoza nei poverissimi altipiani del Guatemala, davvero orgoglioso. “Era sempre così gentile, così umile” racconta Andres Vicente, insegnante di scuola primaria nel paese di Claudia. “Non è facile per gli indigeni Maya di questo paese, specialmente per le donne, ma sapevamo che Claudia era unica. Tutti pensavamo che avrebbe trovato modo per andarsene da qui”.

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Ma un anno dopo il diploma del 2017, Claudia aveva iniziato a perdere le speranze. La sua famiglia non poteva permettersi l’università, e senza una laurea non riusciva a trovare lavoro -voleva fare la commercialista-. Quindi passava tempo ad ascoltare musica gospel e tessere vestiti indigeni da vendere ai mercati di Quetzaltenango, la città più vicina, distante circa un’ora.

“Papà, ma se me ne vado in America come hai fatto tu?” iniziò a chiedere a suo padre, Gilberto Gómez. Gilberto aveva vissuto quattro anni ad Atlanta prima di essere deportato nell’agosto 2017. Il lavoro di elettricista aveva permesso alla sua famiglia di avere una casa di tre stanze, un lusso per molti della loro comunità. Dopo essere tornato in paese non era riuscito a trovare un lavoro stabile - motivo per cui aveva lasciato il Guatemala. Più di metà dei guatemaltechi vive in miseria, e negli altipiani occidentali, dove la maggior parte della popolazione è di origine indigena, il 76% vive sotto la soglia di povertà. “Claudia, sei adulta. Non posso impedirti di andare via” disse Gilberto alla figlia. “Ma il viaggio non sarà facile".

Il 7 maggio 2018, Claudia fece le valigie con qualche vestito e il mais che aveva aiutato a far crescere assieme a sua madre nel giardino di casa, e salutò le sorelle minori Edith, 12 anni, e Emelin.

Claudia, che i genitori chiamavano La Princesita (principessina), continuò a candidarsi per i lavori da commercialista, ma i rifiuti che si accumulavano le facevano vedere la migrazione verso gli Stati Uniti come unica speranza. Anche se il presidente Donald Trump aveva intensificato la sua retorica durissima contro l’immigrazione clandestina - mettendo in allarme su “un’invasione” di migranti al confine- Claudia aveva continuato a mostrare ai genitori le foto Facebook delle donne Maya dei villaggi vicini che erano riuscite ad arrivare sane e salve negli Stati Uniti. “Se ci sono riuscite loro, posso farlo anche io” diceva a sua madre, Lidia González. Conosceva un po’ di coyote, o trafficanti, che potevano accompagnarla nel viaggio. Sua zia, che vive ad Atlanta, si offrì di prestarle gli 11mila dollari di cui aveva bisogno per il viaggio. Claudia aveva un piano: avrebbe vissuto con sua zia, avrebbe lavorato come donna delle pulizie, e si sarebbe eventualmente trasferita in Virginia per rivedere il suo fidanzato, che veniva da un paesino vicino e che viveva lì da un anno. “È un rischio, ma sto perdendo tempo qui” si lamentava con i suoi genitori. “Voglio diventare qualcuno”.

Quindi il 7 maggio 2018 Claudia fece le valigie con qualche vestito, il mais che aveva aiutato a far crescere assieme a sua madre nel giardino di casa, e salutò le sorelle minori Edith, 12 anni, e Emelin di 7. “Ero triste” ricorda Lidia, tirando fuori la blusa squadrata tradizionale che Claudia aveva ricamato. “Ma ero anche felice. Voleva seguire i suoi sogni, ed era intelligente. Non c’è nulla qui. Come potevi prendertela con lei?”. Claudia camminò verso il suo albero di limoni preferito nel piccolo giardino di casa e toccò le foglie un’ultima volta. La ragazza doveva prendere un autobus per Quetzaltenango e aveva una nuova vita da costruire. “Non vi preoccupate, vi renderò fieri di me” disse ai genitori prima che la porta si chiudesse dietro di lei.

Fu l’ultima volta che videro la loro figlia.


Circa due settimane dopo, il 23 maggio 2018, a tremila chilometri a nord del Guatemala, a Rio Bravo in Texas, a meno di due chilometri dal confine USA-Messico, Marta Martinez si stava preparando per la cerimonia di fine anno scolastico del figlio quando sentì uno sparo a breve distanza da casa sua, e corse fuori. Oltre la rete che separava la sua proprietà da quella del vicino, ha raccontato al Los Angeles Times, ha visto un agente di frontiera USA con una pistola in mano. Guardando in basso, ha visto una giovane donna sanguinante con la faccia a terra.

Era Claudia. Le avevano sparato in testa. “Perché hai sparato alla ragazza? L’hai uccisa!” si sente dire dalla Martinez all’agente di frontiera in uno dei video che lei stessa ha poi caricato su Facebook (uno di questi ha raggiunto i 5 milioni e 200mila visualizzazioni prima che la Martinez li eliminasse). “Ti ho visto con la pistola”. La Martinez ha continuato a filmare mentre gli agenti arrestavano due migranti che avevano viaggiato con Claudia. “Questo è quello che succede. Capito?” ha sentito dire la Martinez da un agente ai due uomini. Quando la notizia dell’omicidio ha raggiunto la famiglia di Claudia, le immagini di lei con i coloratissimi vestiti indigeni si sono diffuse sui social con l’hashtag #SayHerName, dì il suo nome. I giornalisti di tutto il paese sono arrivati nel paesino di Rio Bravo e i gruppi locali hanno organizzato veglie con cartelli che dicevano “Siamo tutti Claudia”.

È passato un anno da quando l’agente di frontiera ha sparato a Claudia, e il silenzio vela ancora l’intero caso. Se la Martinez non fosse uscita di casa quel pomeriggio con il cellulare, sostengono i genitori di Claudia, non avrebbero mai saputo del suo arrivo oltre confine. “Quel tardo pomeriggio abbiamo ricevuto una telefonata da un parente di Atlanta” racconta Gilberto. “Stava piangendo, diceva che su Internet aveva letto che Claudia era stata assassinata. Non riuscivamo a respirare”. Fu persino peggio dare la notizia alle figlie più piccole, che vedevano Claudia come una seconda madre. “Non sono più state le stesse da quando glielo abbiamo detto” dice Gilberto. “Cerchiamo di non pronunciare il suo nome di fronte a loro o si intristiscono, chiedono cosa sia successo”. Gilberto non ha grandi speranze di scoprirlo. “È passato tanto tempo e non abbiamo ancora risposte. Chi è l’agente che le ha sparato? Perché lo ha fatto?” si chiede Juanita Cabrera Lopez, direttrice esecutiva della International Mayan League a Washington. “La tempesta mediatica è passata, ma ci rifiutiamo di ignorare questo omicidio. La polizia di frontiera ha ucciso un'innocente e la giustizia deve essere fatta”.

Tre giorni dopo la morte di Claudia la U.S. Customs and Border Protection (CBP), l’agenzia governativa legata alla polizia di frontiera, ha pubblicato due dichiarazioni contraddittorie in merito a quanto successo vicino a casa della Martinez. Nel primo comunicato, il giorno dell’omicidio, la CPB ha scritto che l’agente stava indagando su “attività illegali” nella città di frontiera quando un gruppo di “alieni illegali” lo ha attaccato con “oggetti contundenti”. Due giorni dopo l’agenzia ha aggiornato la dichiarazione, sostenendo che l’agente avesse detto agli immigrati “di mettersi a terra” ma che “il gruppo ha ignorato gli ordini verbali e si è avvicinato a lui”. Il precedente comunicato diceva che l’agente, il cui nome non è ancora stato rivelato, sparò almeno un colpo dalla sua pistola “ferendo fatalmente uno degli assalitori”. La dichiarazione aggiornata non si riferiva a Claudia come “assalitore”, sostenendo invece che l’agente avesse sparato una raffica che ha preso “un membro del gruppo”. L’agente della polizia di frontiera è stato messo in congedo amministrativo, e l’FBI e i Texas Ranger stanno indagando sulla sparatoria. Nessuno ha rilasciato ulteriori informazioni sul caso, e la CPB, l’FBI, i Texas Ranger e l’avvocato che rappresenta l’agente di frontiera non hanno risposto alle richieste di commento.

La ACLU (American Civil Liberties Union) in Texas dice che sta procedendo con una causa legale contro gli Stati Uniti su mandato dei genitori di Claudia; la causa è ancora agli inizi e la ACLU non può ancora rilasciare informazioni, ma l’organizzazione si occupa di casi civili e non penali, quindi è probabile che stia puntando ad un risarcimento per la famiglia di Claudia.

Un avvocato che conosce bene il caso sostiene l'improbabilità che la giustizia sia fatta rapidamente. Per sei anni la famiglia del 16enne Jose Antonio Elena Rodriguez ha lottato perché l’agente di frontiera USA Lonnie Swartz fosse punito dopo aver sparato 16 volte sul confine che dall’Arizona guarda verso il Messico, uccidendo il loro figlio nell’ottobre 2012. Nell’aprile 2018 un giudice ha stabilito che Swartz, che disse di aver sparato per legittima difesa contro trafficanti che lanciavano pietre, è colpevole di omicidio di secondo grado ma poteva condannarlo solo per omicidio colposo. A novembre, un altro giudice lo ha assolto dall’accusa di omicidio colposo involontario. “Stiamo parlando di un corpo di polizia militarizzato, il più grande degli Stati Uniti, che agisce nella più totale impunità sotto un’amministrazione che chiama i migranti 'animali'. Non ci può essere credibilità in questi casi” dice l’avvocato. Un’inchiesta del Guardian del 2018 ha scoperto che dal 2003 gli agenti della CPB hanno ucciso 97 persone -cittadini o non-cittadini, con la maggior parte delle morti concentrate negli stati vicino al confine messicano. L’inchiesta ha rivelato anche che il governo degli Stati Uniti ha pagato oltre 60 milioni di dollari di patteggiamenti legali per coprire le accuse contro la polizia di frontiera, i cui agenti sono stati colpevoli di morti, feriti, assalti volontari e detenzioni illegittime.

La Martinez, la vicina di casa che ha registrato i momenti successivi all’uccisione, ha declinato l’invito a parlare alla stampa ed è considerata un testimone ufficiale nell’indagine. “È difficile che qualcuno parli in questa città. C’è la cultura del silenzio, e siamo ancora alla ricerca di risposte” dice Ilse Mendez, portavoce della Laredo Immigrant Alliance, un patrocinio legale della zona. “Claudia poteva essere una di noi. La polizia di frontiera si comporta con forza brutale da anni. L’unica differenza è che stavolta sono stati ripresi in video”.


Gruppi di fiori gialli delimitano la strada sterrata che porta al paesino di Claudia. La zona è conosciuta per gli altissimi tassi di emigrazione dovuti ad anni di miseria, siccità e l’eredità tremenda di una guerra civile che dura da 36 anni, e che considera le popolazioni indigene -la metà del paese- una minoranza, con minimo accesso a servizi sociali adeguati. Durante la guerra più di 200mila persone - per la maggior parte indigeni- sono state uccise. Quando è formalmente finita, nel 1996, un report della commissione delle Nazioni Unite ha scoperto che le forze di sicurezza avevano compiuto “multipli atti di barbarie” e genocidio contro le comunità Maya, viste come alleati delle forze guerrigliere di sinistra che lottavano contro il governo. La commissione ha anche scoperto che l’esercito USA e l’intelligence in Guatemala avevano avuto una “significativa portata nella violazione dei diritti umani durante i confronti armati”. (Nel 1999 il presidente Bill Clinton chiese scusa per il sostegno USA al governo di destra del Guatemala). Il conflitto ha avuto un impatto duraturo sulle comunità Maya. L’antropologa indigena Irma Alicia Velásquez ha scritto lo scorso anno che i guatemaltechi “se ne vanno perché vogliono rompere la maledizione che ruba i loro sogni dal momento in cui sono venuti al mondo”. Circa la metà dei bambini del Guatemala sono malnutriti, ed è il peggior livello di malnutrizione di tutto l’emisfero occidentale. Solo uno su quattro dei bambini guatemaltechi va a scuola e prosegue gli studi. “Non è una sorpresa che Claudia fosse una donna Maya” dice Jordan Rodas, difensore civico dei diritti umani in Guatemala. Il suo ufficio a Città del Guatemala è pieno di informazioni sulla sicurezza visto che le tensioni politiche nel paese sono aumentate. Nell’ultimo anno, più di 20 difensori dei diritti umani in Guatemala, molti di questi indigeni, sono stati uccisi; e in gennaio il presidente del Guatemala Jimmy Morales si è speso per espellere una commissione ONU che indagava sulla corruzione nel paese. “Claudia è vittima di due governi” sostiene Rodas. “E purtroppo, a quanto abbiamo visto, non sarà l’ultima”.

“Claudia è vittima di due governi. Purtroppo, a quanto abbiamo visto, non sarà l’ultima”.

La vigilia di Natale del 2018 Felipe Gomez Alonzo, un bambino indigeno guatemalteco di 8 anni, ha avuto una febbre alta ed è morto sotto custodia degli Stati Uniti in un ospedale del New Mexico. Tre settimane prima Jakelin Caal, di 7 anni, anche lui indigeno guatemalteco, è morto per shock settico, febbre e disidratazione all’ospedale pediatrico di El Paso dopo essere stato sottoposto a fermo con il padre. Nonostante le morti, le minacce dell’amministrazione Trump sulle accuse di crimine contro chiunque entri degli Stati Uniti senza documenti -anche i richiedenti asilo-, e la politica di separare i bambini dai genitori al confine, i guatemaltechi scelgono ancora di puntare a nord per cercare una vita migliore.

Secondo i dati della Customs and Border Protection, tra ottobre 2017 e settembre 2018 sono stati 50401 le famiglie guatemalteche arrestate al confine USA-Messico, circa il doppio dell’anno precedente. (Non è ben chiaro se gli arrestati sono stati rispediti a casa o se sono rimasti nei centri di detenzione). Nello stesso periodo, i guatemaltechi sono stati conteggiati come la metà dei migranti che cercano di entrare negli Stati Uniti con i loro parenti - più di quanti ne arrivino da El Salvador, dall’Honduras e dal Messico messi insieme. “Il nord sembra l’unica risposta” dice Gilberto, il papà di Claudia. Una bandiera americana è appesa sopra la finestra nella stanzetta dove Claudia ricamava i vestiti e dove la sua famiglia ha ricevuto i visitatori dopo che il corpo di Claudia è stato rispedito in Guatemala. (Gilberto e Lidia hanno richiesto che la bara non fosse sigillata per rivestire Claudia in abiti indigeni per la sepoltura, avvenuta in un villaggio vicino). “Non si può diventare nulla, qui” dice. “Sempre più persone se ne vanno. Il nostro paese dipende da questo”.

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Claudia ha viaggiato dal suo paesino, La Unión Los Mendoza in Guatemala, attraverso il Messico fino a Rio Bravo, in Texas, dove è stata uccisa.
Susanna Hayward

Le rimesse, o denaro spedito dall’estero, costituiscono un decimo del prodotto interno lordo del Guatemala. Secondo il Pew Research Center, gli immigrati guatemaltechi -la maggioranza che vive in USA- hanno inviato a casa 7 milioni e mezzo di dollari nel 2016. Nel 2010, in una città non lontana da quella di Claudia hanno innalzato una statua di 12 metri chiamata Omaggio agli immigrati. Guarda a nord, verso gli Stati Uniti. “Non ci sarà una soluzione al problema dell’emigrazione negli Stati Uniti finché sono si sarà risolta la questione principale in Guatemala” sostiene Ursula Roldán Andrade, direttrice dell’istituto per la ricerca sociale sulle dinamiche territoriali globali dell’Università Rafael Landívar a Città del Guatemala, la capitale del paese. “C’è un governo corrotto che non vuole riconoscere la popolazione indigena e continua ad ignorare i problemi della maggior parte del paese. La morte di Claudia rappresenta questa malattia. Così come quelle di Felipe e Jakelin”.

Le interviste a dozzine di guatemaltechi raccontano quanto pochi sperino nella giustizia per le famiglie di coloro che sono morti. “Semplicemente, il governo guatemalteco non vuole confrontarsi con l’amministrazione Trump” sostiene Jean Paul Briere, un deputato del Guatemala. “Trump sostiene la corruzione in Guatemala, quindi il nostro governo non ha alcun interesse nel contrastare le sue politiche razziste, anche se uccidono le nostre persone”. Dopo le elezioni del 2015 il presidente guatemalteco Morales, cristiano evangelico, ha stretto alleanze in USA con politici e organizzazioni di ala conservatrice. (Ad esempio, è stato il primo leader mondiale a dare sostegno all’amministrazione Trump per la decisione controversa di spostare l’ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme). Malgrado le richieste pressanti dei membri del congresso USA perché Trump imponesse sanzioni nei confronti dei parlamentari corrotti del governo del Guatemala, i critici dicono che l’amministrazione Trump ha chiuso un occhio. Mentre Briere scorre le foto sul telefono, e la gallery è piena di immagini dei suoi bambini alternate a quelle di Jakelin, Felipe e Claudia, aggiunge: “È per questo che non ci sono state indagini decenti, o messaggi di condoglianze, per nessuno di questi morti. Il governo USA e quello del Guatemala hanno questo in comune: non gli importa nulla di queste persone. Sono considerate usa e getta a piacimento. Le loro vite non contano”.


La prima volta che Heder, 20 anni, ha visto Claudia, non riusciva a credere che una persona così minuscola avesse deciso di affrontare l’arduo viaggio verso il nord tutto da sola. Dopo tutto, lui era (parole sue) “un uomo coraggioso” e per diversi momenti nei quasi 3000 chilometri di viaggio ha creduto di non farcela. I due giovani guatemaltechi si sono incontrati in una “waiting house” in Messico il 22 maggio, un giorno prima che Claudia fosse uccisa. Erano in un gruppo di circa 15 migranti che stavano lì ad aspettare che i rispettivi coyote dessero loro il segnale per attraversare il Rio Grande verso gli Stati Uniti. Milioni di migranti hanno camminato o navigato sul fiume alla ricerca del sogno americano, che ora Heder definisce “un incubo”.

Come Claudia Heder, che ha chiesto che il suo cognome fosse omesso per paura di ritorsioni, è cresciuto negli altipiani ad ovest del Guatemala e non riusciva a trovare un lavoro. Ha perso famigliari nella guerra civile e dice che non ha mai sentito di avere un posto nel paese. Suo fratello maggiore è emigrato negli USA quattro anni fa e vive decentemente facendo il cuoco in Maryland, quindi Heder ha racimolato i soldi in prestito e ha pagato un trafficante 11mila dollari per arrivare fino a quella waiting house vicino al confine americano.

La mattina del 23 maggio, Heder e Claudia hanno fatto colazione -un pezzo di pane- e sono saliti in macchina con altri quattro migranti. Meno di 10 minuti dopo sono arrivati in un punto comodo dell’argine del fiume. Il coyote ha detto loro che dopo aver attraversato il fiume con un gommone, avrebbero dovuto raggiungere una specifica casa non lontana dal confine e attendere istruzioni ulteriori. “Ci siamo guardati l’uno con l’altro, un po’ impauriti ma molto contenti” ricorda Heder. “Pensavamo fosse l’inizio di una nuova vita”.

Hanno attraversato senza incidenti, trovato la casa, e si sono accalcati dentro. Ma Heder racconta che erano lì da 20 minuti quando qualcuno ha messo in allarme la casa: “Veloci! Un agente della polizia di frontiera sta arrivando! Scappiamo!” Heder racconta che lui, Claudia e gli altri quattro sono scappati dalla casa verso una zona non lontana, piena di cespugli. Due dei migranti hanno continuato a correre, ma gli altri quattro -inclusa Claudia- si sono nascosti tra gli arbusti. Mentre l’agente di polizia continuava ad avvicinarsi, ricorda Heder, lui e altri due migranti hanno iniziato a correre, ma Claudia era pietrificata dalla paura. Heder era a pochi metri di distanza quando ha sentito lo sparo e le urla di Claudia. “Non so cosa stesse succedendo” spiega, negando che qualcuno abbia attaccato l’ufficiale nonostante le descrizioni nei due comunicati del CPB. “Tutto era sfocato ed ero terrorizzato, quindi sono corso di nuovo verso la casa con uno dei ragazzi. Pensavo che stessimo tutti per morire”.

Non ci è voluto molto perché un agente della polizia di frontiera trovasse lui e l’altro migrante nascosti nella casa. Heder racconta che l’ufficiale ha ammanettato lui e l’altro e li ha incatenati insieme. Sono stati spinti dentro una volante, e subito una marea di agenti di frontiera è arrivata sulla scena. “Non ho pensato che Claudia fosse morta finché non ho sentito i vicini urlare 'Hai ucciso una ragazza, hai ucciso una ragazza' e con la coda dell’occhio ho visto un cadavere” ricorda Heder.

I cinque mesi successivi sono stati una tortura, racconta Heder, visto che è stato sbattuto in vari centri di detenzione con pochissime informazioni. Dice che è stato interrogato diverse volte dall’FBI sull’omicidio di Claudia e molti ufficiali del consolato del Guatemala gli hanno fatto visita, rassicurandolo che non fosse nei guai. Ha passato il tempo a ripassare canzoni in testa, cercando di ricordare i contorni del villaggio che prima non vedeva l’ora di abbandonare, ma che adesso gli mancava moltissimo.

Lo scorso ottobre gli è stato detto che sarebbe stato rispedito in Guatemala. Ha condiviso il volo con dozzine di altri migranti, deportati come lui. Quando sono atterrati si sono guardati tra di loro, non sapendo cosa sarebbe successo dopo. È salito su un autobus verso il suo paese, sentendo un mix di vergogna e sollievo. “Quando ho lasciato il Guatemala sapevo che non sarebbe stato facile, ma non pensavo che sarebbe stato così difficile” racconta, nella stanza che condivide con altri cinque membri della sua famiglia. Sta ancora cercando di capire come pagherà il trafficante e ha paura di morire se non trova i soldi. “Siamo arrivati vicini alla libertà” racconta “ma alla fine non era abbastanza, e una ragazza innocente è morta”. Naomi, sua madre, dice che Heder è “praticamente morto”. Dorme poco. E quando lo fa si sveglia spesso, urlando per gli incubi.

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Gli amici e la famiglia al funerale di Claudia
JOHAN ORDONEZGetty Images

Al villaggio di Claudia, un’ora di strada dalla casa di Heder tra le montagne, papà Gilberto sorride guardando sul telefono il video di una manifestazione a Washington di febbraio scorso. Dozzine di manifestanti hanno protestato mostrando foto di Claudia e chiedendo giustizia. Poi scambia messaggi WhatsApp con un gruppo di artisti di San Antonio che ha costruito un memoriale per Claudia. “Le persone non si dimenticheranno di lei, vero?” chiede Gilberto, in realtà a nessuno, mentre riguarda il video. Lidia guarda il pavimento freddo di cemento, non sapendo come rispondere a suo marito. “Tutto quello che voleva era poter sognare” dice, mentre il suono delle due figlie che giocano fuori entra dalla finestra. “Quando potremo sognare ancora?”.

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