L'incoerenza (vincente?) di Mette Frederiksen, la neo premier della Danimarca

Contraria al sovranismo ma anche all'immigrazione, e decisa a smantellare la prostituzione nel suo paese: chi è la neo eletta difficile da decifrare.

image
Getty Images

Un’altra donna si prepara a prende la guida di un paese, in quella Danimarca dove le donne al governo non è un concetto del tutto nuovo. Si chiama Mette Frederiksen, è la leader del partito Socialdemocratico danese e con i suoi 42 anni sarà la più giovane Prima Ministra della storia danese. Forse “cherchez la femme” è diventata una frase obsoleta, e ci perdoni Alexandre Dumas che la coniò per intendere di guardare verso una donna quando si cerca il colpevole di qualche guaio. Les femmes ancora oggi hanno poche chance di combinare guai di alto livello, semplicemente perché ai vertici dello Stato non vi accedono con facilità. Forse, quando ci riusciranno pienamente, di guai ne combineranno di meno, perché come dice la direttrice dell’FMI Christine Legarde “Se Lehman Brothers si fosse chiamata Lehman Sisters non avremmo avuto la crisi economica del 2008”. Rivendicazioni a parte, attualmente in Europa, alla guida di uno Stato, come presidenti o prime ministre ci sono: Dalia Grybauskaitė in Lituania, Kolinda Grabar-Kitarović in Croazia, Kersti Kaljulaid in Estonia, Vasilica Viorica Dăncilă in Romania. Al momento di scrivere, si sta per insediare Zuzana Čaputová in Slovacchia e la nuova cancelliera austriaca è Brigitte Bierlein, in sostituzione dello sfiduciato Sebastian Kurz, mentre Angela Merkel è sulla via del ritiro e Theresa May negli Uk è dimissionaria.


Ma il fatto di essere donna non è la questione che sta attirando maggiormente la curiosità intorno a Mette Frederiksen. A parte il genere anagrafico, è considerata la rappresentante di una nuova politica di sinistra “atipica”. Parecchio atipica. Perché? Nata nel 1977 ad Aalborg, quarta città in grandezza della Danimarca, figlia di una insegnante e di un tipografo, si è laureata nel 2000 in Scienze Sociali, e ha iniziato a lavorare per la Confederazione dei sindacati danesi. Per farla breve, Frederiksen è stata eletta al parlamento della contea di Copenaghen nel 2001 e dopo l’elezione è stata nominata portavoce dei Socialdemocratici per la cultura, i media e l'uguaglianza di genere. Nel 2007 viene rieletta con oltre 27mila voti, entrando nella classifica dei politici danesi più votati di sempre. Nel maggio 2010, però, pesta una buccia di banana: dopo aver promosso caldamente l’istruzione pubblica, si scopre che sua figlia, come quelli di molti altri esponenti dei socialdemocratici, frequenta una scuola privata. Ed è subito effetto “radical chic”. Si salva spiegando in modo convincente che la sua opinione sull'educazione privata è diventata più possibilista, e che pur di mandare la figlia in un’ottima scuola ha accettato di correre il rischio delle critiche. Un po’ come dire: “solo gli stupidi non cambiano mai idea”.


Nel frattempo, nel 2002, ha iniziato a mettere in discussione la legge sulla prostituzione. In Danimarca la prostituzione è legale ma è vietato esercitarla nelle case chiuse. Mette Frederiksen vuole ricalcare la legislazione vigente in Svezia, Norvegia e Islanda, dove pagare per ottenere prestazioni sessuali è illegale e il cliente è punibile al pari di uno stupratore. “Le persone non dovrebbero essere messe in vendita”, ha dichiarato in più occasioni. “Lo dico perché sono sotto gli occhi di tutti gli effetti gravissimi di una vita di prostituzione, dei danni fisici e mentali che produce, e lo dico perché è diventato un mercato criminale estremamente redditizio in cui donne e minori sono vittime di tratta”. Non è il suo unico tema caldo: già da Ministra del lavoro, una delle cariche del suo curriculum, si è data da fare per ridurre (il già esiguo) numero di disoccupati, allargando ulteriormente i numeri chiusi degli ammortizzatori sociali e varando pacchetti di aiuti d’emergenza. Per riprendere una battuta di Nanni Moretti, sembra che dica molte cose di sinistra. Eppure, qualcosa di anomalo nella sua linea di condotta c’è. È la linea dura, durissima contro l’immigrazione. Che consiste in un numero chiuso di ingressi, e per quelli che entrano, 37 ore di lavori socialmente utili per ottenere gli stessi benefit dei cittadini danesi. Pare che la sua vittoria contro i sovranisti dipenda molto anche da questo: senza aver paura di critiche, Mette Frederiksen ha cavalcato il sentimento di paura instillato goccia a goccia dagli oppositori, e c’è già chi la indica come esempio che dovrebbero seguire le formazioni di sinistra in tutti gli altri paesi in cui il consenso langue. Non si sa se questo accadrà. Di certo ora gli occhi sono puntati su di lei, per capire come farà a combinare diritti civili ed espulsioni. Evitando l'effetto xenofobia.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito