Le donne giapponesi, la rivolta contro i tacchi in ufficio e il ministro che chiede "perché no?"

A una settimana dalla consegna delle firme del movimento #kutoo al ministro del lavoro, la risposta è la meno empatica e lo più sessista di sempre.

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Il Giappone è un paese pieno di bizzarre contraddizioni. Ad esempio anche se il culto delle supereroine manga è sempre molto vivo non si può certo dire che sia un paese femminista. In Giappone resistono delle forme di discriminazione verso il genere femminile dure a morire, basti pensare che in alcune manifestazioni pubbliche alle donne in platea viene chiesto di non sedere nei posti davanti, per lasciarli agli uomini. Ma soprattutto, basta pensare che nella maggior parte degli uffici per le donne vige l'obbligo dei tacchi alti. In poche parole, mentre noi ci godiamo il miracolo di far adagiare il piede in una sneaker preziosa sotto un abito lungo, loro non se lo possono permettere nemmeno tra colleghi con cui ormai hanno confidenza. Una regola che, per una donna, rende il lavorare in Giappone una tortura. Oggi come oggi, però, ogni forma di discriminazione di genere deve fare i conti col precedente che il fenomeno #metoo ha inciso nella pietra.


Nelle ultime settimane le donne giapponesi, con a capo l’attrice Yumi Ishikawa, hanno stabilito di far sapere al mondo che stufe dei piedi doloranti e dei movimenti impediti dalla scomodità del tacco, più adatto a una rilassata seratina fuori che alle corse da un reparto all’altro. Hanno quindi avviato una petizione, diretta al ministro del lavoro Takumi Nemoto, e coniato un hashtag che è anche un omaggio, #kutoo. L’hashtag #kutoo è un gioco di parole a cui è stato sostituito il “me” con “ku” perché è la prima sillaba sia di kutsu, che in giapponese significa “scarpe”, che di kutsuu, che significa “dolore”. Una protesta obbligatoriamente collettiva perché cercare di agire singolarmente, con qualche forma di disobbedienza civile quale presentarsi al lavoro con i tacchi bassi, ha sempre significato esclusione dalla possibilità di fare carriera, se non addirittura mobbing.

Migliaia di persone in Giappone hanno aderito al movimento e spinto in trending topic nazionale l’hashtag ripetendolo a oltranza sui social. Ma una settimana dopo la consegna al ministero delle firme raccolte, già sappiamo che forse è stato tempo sprecato. Interpellato dalla stampa giapponese, il ministro della salute e del lavoro Nemoto non si è mostrato affatto commosso dalla protesta. Anzi, tutto il contrario. Ha infatti dichiarato che indossare i tacchi sul lavoro è necessario per rispettare gli alti standard richiesti da molte aziende, che cedendo subirebbero un danno d’immagine. Secondo il ministro, i tacchi altri sono ormai una consuetudine socialmente accettata che non si può stravolgere e rientrano nell’ambito dell’abbigliamento appropriato e professionale", Nemoto, che sovrintende alle riforme sul posto di lavoro in Giappone, ha comunque promesso di valutare l’ipotesi di costituire una commissione parlamentare per discutere la faccenda a più voci. Come finirà, lo staremo a vedere.

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