I venti finalisti di #MCBodytelling: siamo tutti esseri umani, dopotutto

Tra i classificati, lo scritto di Stefania Sgambati, sulla percezione di sè

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L'elaborato di Stefania Sgambati, studentessa dell'Università degli Studi di Napoli L'Orientale:

Sono una persona, ma posso definirmi al contempo umana? Il fatto che la mia vita sia dettata da un continuo flusso d’aria e sangue, il mio eterno scorrere di pensieri, mi rende forse più umana? Forse è attraverso gli altri che potrò arrivare a me stessa; siamo tutti esseri umani dopotutto. Tutti esseri umani, eppure sento di non appartenermi, sento questo corpo estraneo, folti rami che impediscono alla mia essenza di cibarsi della tanta desiderata luce; ma non sono forse io anche il mio corpo?

Esco: meglio godere realmente del caldo sole d’estate che rende la pelle bruna come quella delle modelle nelle campagne pubblicitarie che tanto sembrano appena sfornate dalle mani di un tal dottore chirurgo; eppure mi piacerebbe essere come loro: sentire l’occhio estraneo posarsi più o meno delicatamente sul mio corpo, assaporare il desiderio altrui, avere la forza di infrangere, anche se per un secondo, anche la più rigida impassibilità, torcere l’altrui volontà per sentire toccate fuggitive, sussulti, tremori. Forse questo mi piacerebbe un po’ meno, anzi non lo vorrei affatto.

Perché desidero che gli altri mi desiderino e impazziscano all’idea di me, è forse questo che afferma la mia condizione umana? No, non è possibile: deve esserci qualcosa in più, qualcosa verso cui anelare, non finisce tutto qui. Anche perché qui per strada nessuno sembra accorgersi di me, il mio fantasma vaga, il mio corpo esige; perché nessuno si gira a guardarmi? Sarà forse la tuta ormai vecchia e i capelli trasandati che allontanano gli sguardi nefasti? Tuttavia, non sento mancare in me quella tanta essenza umana che pur continuo a cercare. Sì, ora sono convinta: deve esserci assolutamente dell’altro.

“Deve esserci sicuramente dell’altro” ripetevo in un mio sogno di bambina, ormai appassito, quando il cielo sembrava tanto vicino e l’erba crescere per me, proprio per me, per il mio divenire. Ma cosa c’era? Verso cosa o chi spingevo la mia Sehnsucht? Non riesco a ricordare, ci riprovo, ecco: nella mia mente appaiono delle mani, mani ormai solcate da infinite rughe e scure macchie, mani che tanto ho adorato e che tanto, troppo tempo fa strinsi per l’ultima volta.

Ricordo mia nonna, con lo sguardo volto verso il cielo, guardava le nuvole, il vento le carezzava la testa calva per le terapie; il suo corpo era ormai una Venezia decadente, raduno di medici curiosi e ambiziosi, ed eventualmente bottino di un becchino. Ora che la malattia aveva quasi del tutto annullato il suo essere, la sua figura, cosa ne rimaneva? Ora che del suo corpo non restavano che gli occhi, quegli stessi occhi che tanto avevano visto e vissuto il mondo, i suoi piaceri e i suoi dolori e che ora apparivano tanto spenti, come poteva quella povera donna essere appunto donna, persona, umana? Forse donna, è vero, non lo era più e forse, persona non la si poteva chiamare, era ormai figlia della notte, amante di Ecate, eppure ai miei occhi non ha mai cessato di essere umana. Ma questo è il fatto: ai miei occhi, ma non le bastava; “ci deve essere dell’altro” ripeteva fissando la pupilla azzurra nella grande pupilla azzurra che ci sovrasta: si nonna, c’è dell’altro e lo sto cercando. Come ho potuto dimenticare?

Per fortuna sono riuscita ad arrivare alla palestra poco prima che iniziasse il temporale; per fortuna che il temporale non ha causato lo stesso scompiglio di quel lontano 16 di Giugno, quando giovani Fräuleins iniziarono a piangere e pregare, quasi i fulmini fossero state saette a loro indirizzate; quando ai giovani signorini non spettava che l’amabile azione del rassicurare, confortare quelle povere creature tanto sensibili e fragili alla vita. Quanta commozione un po’ d’acqua genera! C’è da pensare; è davvero possibile una tale reazione o non sarà mica stato tutto un agire in sincronia, una reazione ad un’azione dettata da giochi e reti sociali? Un corpo ben formato, stabile, sano soccorre e sorregge un altro corpo altrettanto ben formato, stabile e sano. Forse perché il primo non è solo materia, possiede l’essere ed è in questo che trova forza, il secondo è un po’ meno: deve cedere. Cede perché è corpo di donna, corpo di persona, non d’essere. Neanche la letteratura offre le chiavi giuste per l’enorme porta che mi sono ritrovata dinanzi! In cosa troverò il mio essere, ciò che mi definisce e mi libera? Quando riuscirò a scollarmi di dosso questa etichetta di persona? Cerco altro, cerco altro.

L’affanno metaforico è divenuto reale: il riscaldamento è stato più lungo del solito, ma non mi dispiace. Oggi è il giorno che ho a lungo atteso: amo la boxe, amo sentire il sangue pulsarmi nelle vene, i miei muscoli pronti a sferrare il prossimo attacco, il sudore sulla fronte e sulla pancia. Salgo sul ring; i mesi di allenamento alle mie spalle mi fanno sentire sicura di me. Ecco che sale anche il mio avversario; che strana espressione ha, forse è la sua prima volta. Inizia il torneo, sono pronta: lui si sposta, non mi attacca. Ha le braccia stese lungo i fianchi, guarda in basso. No, non ci credo: rifiuta di combattere contro di me; “non posso picchiare una donna, non sarebbe giusto, sarebbe vincere facile” dice.

Guardami, voglio urlare, colpiscimi, colpiscimi: hai una persona qui davanti, una persona; perché non riesci a vedere il mio essere? Il mio corpo ti limita, eppure a me non ha mai impedito di allenarmi, di correre, non mi ha mai fallito. No, qui non c’è la donna, c’è l’atleta, perché non la colpisci? Torno a casa sconfitta, come se il mio corpo si fosse fatto ospite di tutti i destri del mio avversario, quelli mai sferrati.
Apro la porta; eccolo, c’è lui che mi guarda, lui con cui il mio corpo si annulla più che con gli altri, lui con cui il mio corpo vale meno che con gli altri, perché è con lui che il mio corpo si fonde, no, non con la mia persona, ma col mio essere. E’ tanto sbagliato desiderare l’altro? Sono domande stupide, mi ripeto mentre cedo senza inibizioni. No, non è sbagliato: l’essere umano tende all’unione, è dentro di me, è il mio essere che calcia e sbraita per uscire, eppure non conviene che sia un essere col mio corpo a bramare; devo essere cacciata, non cacciare. Come può il contrario generare tanto stupore? Perché in lui non colgo l’essere, ma solo il corpo, corpo che vuole corpo, nient’altro. So che non c’è essere in lui, o meglio c’è, ma non ora: ora è carne su carne, così deve essere e non sono in grado di sottrarmi.

Non ne fui in grado neanche quella volta, quando ormai dodicenne, capii che era finito per me il tempo delle fiabe, quando capii che ormai non era più il mio essere ad essere visto (e non lo sarebbe stato più) ma dapprima la mia persona e poi il mio corpo. Ero divenuta pura merce e non sapevo come svincolarmi. E’ diventata proprio una bella ragazza, dalle belle forme, dicevano bocche che fino ad allora mi avevano raccontato le più belle storie. Non mi sentii mai più inopportuna.
Sono finalmente sola, io libera d’essere nella mia stanza. Prendo il telefono, lo poso, come se avessi voglia di parlare ora con qualcuno! Ancora non ho trovato quello che stavo cercando: chi sono io? La bambina, la donna, la sportiva; perché non posso essere e basta? Perché ho questo corpo? Mi alzo, voglio guardare allo specchio la mia immagine, vedere in cosa mi limito, mi limitano.
Non c’è nulla, non c’è nulla riflesso, non ci sono. Sono ogni parte di coloro che scelgono di vedermi, di come vedermi, non sono mia, non ho ombra, né tantomeno qualcuno da chiamare me, da indicare. Eppure eccomi, sono qui, che racconto. Si c’è dell’altro, ed è proprio questo: io sono ed esisto.

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