Diventeremo tutte vecchie noiose e terribilmente divertenti (un libro anticipa già tutto)

Un piccolo caso letterario per una storia che è il futuro di tutti noi (molto più di FaceApp?).

Old couple in love
Claudia BurlottiGetty Images

Quanti problemi con la vecchiaia, che noia diventar vecchi, o forse no, stando almeno a chi usa (purtroppo sono in molti) FaceApp, la moda-ossessione di questa “estate strana” che ti permette di diventare anziano con un clic, modificando una foto, scoprendo come sarai tra cinquant’anni. I risultati sono incredibili, nel senso più negativo del termine, con uomini e donne imbruttite all’inverosimile più che invecchiate, il tutto secondo una logica alquanto incomprensibile. Chi lo ha detto che da vecchi saremo tutti orrendi? Il fascino resta, ma non è di certo mostrato da quell’app e poi – diciamola tutta - se proprio si vuole risolvere il problema, c’è sempre la buona chirurgia plastica che fa miracoli.

Sono invece meravigliose - nonostante tra loro sia tutto un parlare di vene, arterie, ossa polmoni, fegati, cuori, cataratte, cure inappropriate, medicine e medici, nuovi e o tutti da scoprire – le simpatiche vecchiette descritte da Gaia de Beaumont, scrittrice romana, nel suo nuovo romanzo, Vecchie noiose, pubblicato da Marsilio. Vivono tutte a Pandora, “un paesino talmente piccolo che non si trova sulle mappe, ma che esiste davvero”, uno di quelli in cui i giovani non ci sono perché hanno trovato lavoro, amori e famiglia altrove, permettendo che ogni spazio, a cominciare dalla piazza in cui tutti si ritrovano, sia per loro. Per i vecchi.

Vecchie noiose
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Le arzille “girls” della de Beaumont - che per certi aspetti fanno pensare alle altrettanto irresistibili vecchine de Il pranzo di ferragosto, il delizioso film di Gianni Di Gregorio di qualche anno fa - si vedono invece nelle loro case per spettegolare, fare un dolce, una cena, una festa, o semplicemente per salutarsi. Sono tutte vedove, sono tutte sole, hanno tutti i figli che vivono lontano e si lamentano che non vanno mai a trovarle, ma a ben vedere, anche chi li ha vicino – ad esempio Ruby che ha il figlio a pochi chilometri da dove abita lei – in realtà è come se non ce l’avesse. O meglio: preferirebbe non averlo affatto. Ogni domenica lui va a prenderla con l’auto nuova e pulita che gli ha regalato lei, la saluta dicendole “mammuzzi” e lei già si stranisce. Ripete una sorta di rito in cui fa sempre (e si dicono sempre) le stesse cose. Una noia mortale, insomma, per l’amata vecchietta che se ne starebbe da sola nella sua casa in compagnia delle amiche pur di non vedere quella tribù con nuora e “nipotame”. Adelina, invece, non ne può più della solitudine che compensa alzando la tv a tutto volume dando il tormento al vicinato, facendo quasi più chiasso dei camion che passano sotto la sua finestra durante il giorno, ma a lei interessa poco. Al chiuso, nella sua casetta super kitsch – “una cacofonia di colori da far girare la testa”- sente poco e nulla perché è sorda come Lucetta, che quando la chiama a telefono Monica “la sorella di Mauricetta”, danno vita ad una gag esilarante. Ci sono poi anche Nina e Giustina che insieme vedranno sconvolgere la loro monotonia quotidiana dall’arrivo della “giovane” (per loro, perché ha 65 anni) Maria Gioconda o Gioconda Maria. È a Pandora da tre settimane e per festeggiare il suo arrivo, “lei che non ha mai fatto un gesto verso gli altri”, decide di organizzare una festa in suo onore per conoscere le sue vicine. Loro ci vanno, “si ingozzano come piccioni al buffet facendo scivolare in borsa una decina di tartine alla volta che serviranno per la sera” e assistono ad un altro e inaspettato incontro: quello tra la nuova arrivata e Ivan Spinocchio, uno dei pochi uomini del paese, un novantenne che va in giro con dei pantaloncini blu oltremare e un paio di sneakers arancioni.

Tra i due è subito amore, o almeno, così pare e la cosa non va giù alle vecchiette. Sono donne che vanno dal parrucchiere, giocano a Scarabeo (altro momento esilarante), bevono come spugne, amano i pettegolezzi, non sanno usare i nuovi telefonini e sono attratte dai colori dei televisori piatti come le lepri con le luci delle macchine. Parlano di malattie, di bollette tasse, di tristezze e di gente morta, di piedi gonfi e di date di scadenza del latte. L’amore e il sesso sono lontani ricordi, ma possono tornare in auge, almeno nei discorsi. Tutte loro hanno vissuto e a lungo, tutte loro hanno vissuto la meravigliosa menzogna morale, per non dire emotiva, della giovinezza. La specie umana – si dirà - è diventata “codarda e piagnona” e se prima rifletteva e agiva per trovare una soluzione, oggi c’è una delirante fuga in avanti che fa marcire tutto. Gli esseri umani sono diventati fragili, arrendevoli e lagnosi, commenterà Rufa, la gatta di una di loro, e di questo ne sono – e ne siamo – tutti un po’ più consapevoli.

Questo libro della de Beaumont è uno speciale Far West della terza età in cui nessuno si salva da solo, tra cicale allegre ma fastidiose come le réclame, un uomo evirato e un pene che non si ritrova (“meglio un pisello scomparso che la fine del mondo”, è la battuta del libro) come le dentiere, automobili “verdi e scrostate” accanto ad auto “nere e stilose”, preti che vogliono scappare, becchini depravati e negozianti più vecchi della loro clientela. Il passato è passato – si sa – ma il futuro, si sa anche questo, è tutto meno che infinito.

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