Jane the Virgin è la dimostrazione che non servono antieroi per creare un capolavoro

Il centesimo capitolo segna la fine della storia per Jane The Virgin, ma è il novantanovesimo a farci piangere e realizzare che non si tratta della scomparsa di uno show che ha segnato un cambiamento nella storia della televisione.

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Courtesy Photo

Prima di Jane The Virgin, non esistevano show che facessero un uso così rivoluzionario della telenovela (con la parziale eccezione di Ugly Betty che però funzionava soprattutto come satira e non è rimasto all'altezza della molto riuscita prima stagione), genere così spesso ridicolizzato e ritenuto di seconda categoria, anche perché tradizionalmente associato a un pubblico femminile e di bassa istruzione.

Ribaltando questo pregiudizio, lo show è invece riuscito a fare con le componenti della telenovela la stessa operazione che The Wire aveva fatto col procedurale, o Deadwood col western: ne ha remixato gli elementi base con cura e amore per ottenere un ibrido a metà tra l’omaggio affettuoso e un furbo aggiornamento per un pubblico contemporaneo e non latinx. Grazie al sapiente uso dei meccanismi tipici del genere (“Straight out of a telenovela right?”), ma rielaborati con spirito metanarrativo e applicati alla vita di persone “normali”, Jane The Virgin ha saputo ibridare la narrazione tipica del genere – iperdrammatizzata, piena di twist e di eccessi – con l’introspezione e la delicatezza del realismo magico tipico della letteratura sudamericana. Il risultato è Isabelle Allende che incontra Grecia Colmenares, un matrimonio improbabile sulla carta, ma perfettamente funzionante in scena.

Jane The Virgin ha avuto il coraggio di raccontare donne e uomini normali

I trucchi narrativi eccessivi come gemelle segrete, morti che tornano in vita, supercriminali che cambiano identità, in Jane The Virgin hanno convissuto per cinque anni con la messa in scena dei sentimenti attraverso l’incursione del magico nel quotidiano: statue della Madonna parlanti, stacchetti musical, cuori che lampeggiano nel petto. L’equilibrio sapiente degli elementi larger-than-life e dei temi sociali, dei sentimenti profondi e dello humor hanno saputo reggere a cinque anni di storytelling grazie alla sapiente costruzione dei personaggi, che al contrario di quanto avviene nei drama tradizionali sono persone normali che in circostanze eccezionali mantengono la loro normalità. Persino in situazioni alla Breaking Bad, Jane e gli altri sono eroi ed eroine che mantengono il desiderio di fare la cosa giusta ed essere la migliore versione di sé stessi, innescando un meccanismo di automiglioramento anziché la classica discesa agli inferiori tipica degli antieroi del prestige drama.

“Our protagonists on the show are good people,” dice la creatrice e showrunner della serie Jennie Snyder Urman: in un’era televisiva dominata da uomini eccezionali e cattivi, Jane The Virgin ha avuto il coraggio di raccontare donne e uomini normali che fanno della sincerità e della tenerezza la propria cifra di espressione, e lo stesso è riuscito a conquistarsi uno spazio di primaria importanza nel panorama seriale. Prima di Jane The Virgin, inoltre, non esisteva nessuno show con tre protagoniste Latinx di tre generazioni diverse. La complicata e tenerissima relazione tra Jane, la madre Xiomara e la nonna Alba ha rappresentato uno dei punti di forza e una delle primarie ragioni del successo dello show. Lontanissimo dall’avere un’intenzione educational, questo ritratto transgenerazionale e a prevalenza femminile ha saputo rappresentare le nuance di una comunità intera in senso più allargato andando oltre gli usuali stereotipi che solitamente caratterizzano i personaggi latinx per costruire persone reali con cui empatizzare, al di là dell’elemento etnico.

la problematica relazione con il cattolicesimo, il problema della clandestinità

Certo, le issue che caratterizzano la cultura latina negli USA sono state spesso al centro di Jane The Virgin: la complicata relazione con il cattolicesimo, il problema della clandestinità, la diversa concezione dei rapporti familiari rispetto alla cultura anglosassone compaiono regolarmente all’interno degli episodi, generando un meccanismo identificativo che è anche una delle ragioni della schiera enorme di celebrità latinx che si sono offerte di entrare nel cast o partecipare con cameo (da Rosario Dawson a Gloria Estefan). I temi sociali legati alle minorities non sono però in Jane The Virgin un semplice spunto narrativo, ma anzi sono così strettamente intessute ai caratteri e alla trama da diventare universali e risuonare empaticamente con qualsiasi spettatore. Perché il senso di appartenenza, la spiritualità, la fedeltà, la capacità di sacrificarsi per ciò e coloro che si ama sono sentimenti che ci accumunano profondamente, indipendentemente dall’origine, e Jane The Virgin è riuscito ad innescarli alla perfezione senza bisogno di generalizzare i propri personaggi e doverli rendere generici o comprensibili a tutti.

Contraddicendo il diffuso pregiudizio secondo cui per fare una storia universale serve incarnarla nell’idea dello spettatore e della spettatrice medi, poco caratterizzati etnicamente (ovvero, bianchi e dunque erroneamente percepiti come neutri), Jane The Virgin ha dimostrato quanto poco importi l’origine etnica di chi è sullo schermo e moltissimo la capacità di scrivere uno show che sappia toccare le corde profonde di chi lo guarda.

Prima di Jane The Virgin, però, non esistevano ritratti di mascolinità latinx con il livello di complessità rappresentato nello show: il percorso di Rafael (e in parte, di Rogelio) che dalla caricatura del maschio latino porta fino a una mascolinità sensibile, sfaccettata e complessa che non domina e non si sottomette ma ragiona con la femminilità delle protagoniste, è uno degli archi narrativi più raffinati che la televisione contemporanea possa offrire. Senza nulla concedere alla retorica e sempre con l’intrattenimento come primo obiettivo, in questi cinque anni abbiamo visto una showrunner donna raccontare con delicatezza e sensibilità il percorso di maturazione di un uomo, aiutata dall’impegno personale di un attore (Justin Baldoni) che con il proprio personaggio pubblico ha rafforzato la narrazione finzionale: attraverso TED speech, tramite la serie documentaria Man Enough e altri progetti sia artistici che umanitari, Baldoni incarna in real life il modello di uomo contemporaneo aspirazionale che Rafael è sullo schermo, in un cortocircuito virtuoso fuori e dentro lo schermo che ha senz’altro contribuito al successo dello show, e di Baldoni stesso.

Il cast stesso è finito per riprodurre nelle proprie dinamiche i valori al centro dello show.

L’universalità dei temi di Jane The Virgin convive infatti da sempre con un forte elemento metanarrativo (nell’ultima stagione, ad esempio, il love interest di Michael Cordero è la vera moglie dell’attore che lo interpreta, Brett Dier) che porta gli attori stessi a interagire tra loro in altri media e specialmente sui social, coltivando la relazione con lo spettatore nei gap tra le stagioni in maniera organica e almeno a un prima impressione, decisamente spontanea. L’ambiente di lavoro attento alla tutela delle categorie oppresse e alla costruzione di una writers’ room non soltanto competente rispetto al genere di appartenenza ma anche socioeconomicamente ed etnicamente rappresentativa di una varietà che rappresenta la vera forza dello show, ha permesso non soltanto che la storia di tre donne latinx a Miami ragionasse con spettatori di qualsiasi nazionalità e origine, ma che anche il cast stesso finisse per riprodurre nelle proprie dinamiche i valori al centro dello show.

“A show is, from my experience, very much defined by the people on top,” racconta Yael Grobglas, che interpreta Petra. “The fact that we had a female showrunner, the top two people on the call sheet were women, majority female directors, majority female writers—that, in itself, set a tone for our show.”

In una stagione in cui abbiamo subito la perdita, per chiusura naturale o anticipata, di tanti show creati da autrici talentuose (The OA, Broad City, Tuca & Bertie), la fine di Jane The Virgin segna una pietra miliare ancor più fondamentale per il panorama televisivo internazionale: che si trattasse di una fortunata congiunzione tra esprit du temps e mercato o al contrario, sia l’apripista di una rivoluzione globale nella scrittura seriale, questo show lascerà un vuoto incolmabile nei nostri cuori e nonostante l’epilogo finzionale sia stato (come altro poteva essere?) romanticamente positivo, nella realtà dei fan un lieto fine – magari con uno spin off – è tutt’altro che garantito.

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