Il futuro stupendo di Janelle Monáe

La cantante e producer arrivata a Hollywood dà voce a chi è inascoltato, le donne soprattutto: intervista all'artista visionaria di Dirty Computer.

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Courtesy Belvedere Vodka

L'aveva annunciato salendo sul palco dei Grammy Awards per presentare la cantante e collega Kesha: «Veniamo in pace, ma facciamo sul serio». Janelle Monáe, prodigio musicale riconosciuto da Prince e Stevie Wonder, attrice, modella, producer e attivista 33enne, non ha «la pretesa di parlare a nome delle altre donne, ma di passare il microfono per dare risalto a tutte le voci inascoltate». Si riferisce in particolare alle donne nere, latine, gay o pansessuali, come lei stessa si è descritta nell’intervista del coming out rilasciata lo scorso anno a Rolling Stone. Le transgender, le donne disabili e quelle che devono lavorare il triplo per combattere un sistema pensato dai maschi, i Dirty Computer che danno il titolo al suo ultimo album: le macchine imperfette, le persone ignorate, tenute fuori dai giochi. Per fare arrivare il messaggio forte e chiaro, Monáe usa gli amplificatori giganteschi del suo talento, del successo e del glamour.

Pensiamo al video di Pynk, esaltazione pop della sensualità femminile, in cui lei, la compagna Tessa Thompson (di cui non parla, ma sembra una storia d’amore consolidata) e il resto della crew indossano pantaloni rosa a forma di vagina. Tredici milioni di visualizzazioni e i fan continuano a chiedere quando potranno comprare quel capo dirompente. E così cool: l’attivismo di Monáe si sprigiona anche dal modo in cui flirta con la moda, dalla sua immagine di ragazza che sa divertirsi. Guardiamo cosa sta smuovendo nello star system: a Hollywood dicono che sarà la protagonista della seconda stagione di Homecoming, la serie psico-thriller finora interpretata dalla divina Julia Roberts. Negli scorsi anni si è fatta notare in film impegnati e importanti come Il diritto di contare (sulle scienziate afroamericane che negli anni 60 hanno collaborato con la Nasa per le missioni spaziali) e Moonlight (il primo dramma a tema LGBT e con cast completamente nero ad aver vinto l’Oscar, nel 2017). Ora presta la voce raffinata a Peg (Gilda nella versione italiana), la cagnolina di Lilli e il vagabondo nel remake in live-action che uscirà a novembre. «E ho una canzone nella colonna sonora, quella dei gatti siamesi, scritta con Nate Rocket Wonder (del duo funk Deep Cotton, ndr), non sai quanto mi emoziona ricreare un classico come questo», ci dice con l’entusiasmo di una debuttante.

La incontriamo a Berlino, dove si esibisce in una tappa del tour coreografico e presenta A Beautiful Future: una bottiglia in edizione limitata di Belvedere Vodka «che rappresenta gli strati da togliere per ritrovare l’autenticità», illustra smagliante nello smoking bianco e nero, capo emblematico e anticonformista con cui ha fatto il suo ingresso alla grande nello showbiz, dieci anni fa. Il progetto è il secondo step della collaborazione con il marchio di lusso ed eco-responsabile che supporta la creatività femminile, con il mentoring di giovani registe e il sostegno al movimento Fem The Future creato dall’artista. «Il futuro radioso che vogliamo costruire insieme celebra le differenze e l’unicità, anche se a qualcuno dà fastidio. Si basa sull’ascolto, l’empatia, l’inclusione».

Janelle Monáe a Berlino, durante l’evento per il lancio della bottiglia A Beautiful Future disegnata per Belvedere Vodka
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Cresciuta in Kansas in una famiglia molto religiosa e numerosa, figlia di un’inserviente e di un autista con problemi di droga, Monáe diffonde intorno a sé la determinazione di chi si è fatta dal niente, superando un ostacolo dopo l’altro. Ha iniziato il suo percorso studiando l’arte dei musical a New York, si è esibita per anni nei baretti vicino ai college, ha fatto colpo con le sue performance e il suo sound immaginifico, alieno, sensuale e ultrapop, e poi ha fondato ad Atlanta Wondaland Arts, etichetta discografica e insieme lab creativo che fonde musica, arte, moda, cinema, progetti sostenibili. E dà lavoro, naturalmente, a una squadra di donne (e qualche uomo) tostissime. «È bello avere sogni, ma bisogna andare oltre, unirsi e impegnarsi per realizzare qualcosa di concreto. La svolta è lavorarci su, tutto qui. Puoi avere ottime intuizioni, creare i tuoi moodboard e vision board (le bacheche con immagini e parole che rappresentano la vita che vorresti vivere, ndr) ma le cose cambiano quando ti ci dedichi completamente e lavori sodo. La libertà non è gratis, devi lottare per ottenerla, tutti i giorni. E a seconda di dove vivi capita che ti debba impegnare molto più di chi ti sta accanto. Vale in ogni campo: politica, musica, spettacolo o movimenti sociali dal basso».

Ospite di rilievo ai party degli Obama, l’artista ha accolto l’elezione di Donald Trump esibendosi alla Women’s March del gennaio 2017, per denunciare la politica maschilista del presidente e contrastare la brutalità della polizia nei confronti degli afroamericani. Come vede gli Stati Uniti nei prossimi vent’anni? «Non saprei, dipende tutto dalle decisioni che prendiamo ora. Abbiamo fatto molti passi indietro, il governo attuale affonda le radici nell’odio, nel fascismo, nel razzismo, nel sessismo. È davanti ai nostri occhi e credo ci vorrà del tempo per ricostruire, per smantellare un sistema che non è mai stato pensato per noi, i Dirty Computer». Computer, robot, androidi: l’immaginario artistico della musicista è impregnato di queste visioni dal futuro. Metropolis: Suite I e The ArchAndroid, i primi lavori, sono incentrati sulla figura dell’alter ego Cindi Mayweather, androide innamorata di un umano e quindi nei guai cosmici. «Sono i nostri paralleli nel futuro, perfetti per parlare della situazione di oggi. La fantascienza è un genere che mi ha aiutato ad affrontare diverse questioni, mi è stata utile dal punto di vista psicologico: è più facile fare i conti con sessismo e razzismo attribuendoli a creature non umane. È stato uno storytelling efficace». Di cui resta un nome,
Cindi, sul suo profilo Twitter.

Tutti gli altri filtri sono caduti.Centinaia di uomini che mi dicono di nascondere i capezzoli, mentre impediscono l’equal pay”, canta ora in hit esplicite, ballabili e ancorate nel presente come Screwed. «Non ci sarebbe bisogno di mettersi in prima linea se le cose funzionassero. Parlo di una retribuzione equa per un lavoro equo, pensiamo alle squadre di calcio femminile, non guadagnano come i calciatori maschi, e stanno vincendo, e sono dieci volte meglio», chiarisce, serena. La ragazza arrivata dal Kansas oggi, costumi di scena eccentrici e favolosi a parte, punta solo a essere se stessa: “Mi ricordo quando dicevi che ero strana. [...] A me piace così, e non me ne frega niente se sono l’unica”, comunica in I Like That, mettendo insieme orgoglio nerd, sassolini che una star si può togliere e vita vera. Il mondo ora la guarda in modo diverso? «Non ho idea di come mi veda il mondo, se dovessi concentrarmi su quello diventerei ossessiva. So che io guardo il mondo come un’opportunità per crescere, attraverso le delusioni, l’amore, i difetti, i desideri, la paura, la libertà, le insicurezze. Osservo e mi godo la bellezza degli alti e bassi della vita, un’esperienza che è costruita sulla memoria. Spero di poter contribuire a creare bei ricordi per me e per gli altri, anche se a volte sembrano arrivare sotto forma di incubi. E spero di mettere le basi per un futuro stupendo».

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