Mio marito si traveste. Da donna. E non sa che lo so

Guêpière e calze contenitive: così Giorgio diventa Brigitte. Lui non sa che io so. Ma ora, dopo quattro anni, ho capito che è meglio continuare a tacere. Per lui, per noi.

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Betsie Van Der MeerGetty Images

Tutta colpa di un tamponamento, il giorno prima della sua partenza, l’ennesima partenza. Resto sola, vedo un post-it in cucina: «Tesoro, per favore porti tu la macchina dal carrozziere?». Mugugno, vado in officina, mi dicono che ci vuole una settimana e quindi è meglio svuotare l’auto perché fidarsi è bene ecc. ecc. E poi, nascosto nel bagagliaio, lo trovo. È uno scatolone di quelli da trasloco, chiuso con un po’ di nastro adesivo. Chissà da quanto ce lo trasciniamo dietro, sbuffo. Lo porto via, senza aprirlo.

Arrivo a casa. Dentro ci sono svariate paia di calze contenitive, coprenti, da vecchia. Calze, non collant: emergono giarrettiere e poi reggiseni di pizzo, sottovesti di seta con spacco, boa di struzzo, gioielli vistosi, guanti lunghi in raso, profumi costosi, così tanti prodotti da trucco da richiedere una cassetta degli attrezzi, tre parrucche: una rossa, una bionda, una bruna. E sei paia di décolletées, dai tacchi altissimi. Poso tutto sul letto matrimoniale: mio marito l’ha voluto spazioso per dormire in pace, dopo aver fatto l’amore. Certo, lo si fa sempre meno: siamo sposati da dodici anni e, come sghignazza lui, «dopo un po’, ogni matrimonio diventa un rapporto fraterno». In casa è tutto spento, da dove arriva quel ronzio che mi rimbomba nelle orecchie? Diventa assordante quando mi rendo conto che biancheria e guanti e scarpe e parrucche sono di taglia enorme, per una gigantessa. Una gigantessa un po’ zoccola, a dirla tutta. O li può indossare un uomo alto, dalle spalle robuste e con i piedi grandi, visto che il numero delle scarpe è il 44 e mezzo. Che è anche quello delle scarpe di mio marito. Mi sento soffocare. Lo chiamo. Cellulare spento. La prima cosa che faccio è: fiondarmi nel suo guardaroba. Niente. I soliti blazer, i consueti calzini neri, i canonici completi blu-grigi-beige, le solite camicie azzurre, bianche, a righine, le solite cravatte: «L’uniforme dei dirigenti», mi ha sempre detto. Apro il suo armadietto in bagno. È più spartano di quello di un militare: rasoio, schiuma da barba, un profumo abbandonato da tempo (regalo di sua madre per un Natale non identificato), borotalco, deodorante, borotalco, spazzolino, dentifricio. Alla fine, sommersa in questo vortice di sete, fragranze e gioielli, crollo. E piango, come se quei vestiti da gigantessa fossero i sudari del mio amore per lui.

Da allora sono passati quattro anni. A mio marito non ho mai chiesto nulla. Figuriamoci il divorzio. Mi sono inventata investigatrice. Il buffo è che non ho incontrato grandi difficoltà, per capire come stavano le cose. Il codice del suo cellulare corrisponde alla mia data di nascita, quello del suo computer alla mia data di nascita, ma al contrario. È bastato inventarmi un’emergenza di lavoro mentre lui era in viaggio per andare nel suo ufficio, farmi aprire dalla segretaria, trovare in un cassetto le chiavi del suo armadio e trovare altri abiti, parrucche, biancheria, fragranze femminili di grande pregio. Giorgio non è mai stato particolarmente creativo, almeno finché si chiama Giorgio. Nel tempo, ho scoperto che, invece, quando si fa chiamare Brigitta, è molto fantasioso: nelle foto su WhatsApp ho trovato decine di selfie dov’è perfettamente truccato (meglio di me, contouring compreso) che manda ad ammiratori, sparsi nel mondo. Alcuni ricambiano con foto in cui si vede chiaramente come Brigitta influisca positivamente proprio lì, sotto la cintura. Si ritrae con volto altero e gambe accavallate, la faccia messa in ombra da una luce birichina che esalta invece le sue lunghissime mani. Gli uomini forse ragionano per immagini: gli basta vedere un tacco per ricostruirsi in testa la vamp che sta intorno.

È ironica e sfrontata: Brigitta è il contrario di Giorgio. Mi vergogno a dirlo, a qualche sua battuta mi sono perfino messa a ridere. Ma non rido alle domande che mi tormentano: accanto a chi sto condividendo i miei giorni? Questo è il solo segreto che mi nasconde? Devo temere altre sorprese? Si può avere ancora fiducia in un uomo che dice di amarti e poi nasconde una parte così importante di sé? Non so rispondere. O forse non voglio. Non credo sia gay (sarebbe tutto più semplice) o abbia fatto sesso con altri. O con altre, per quel che ne so. Sono entrata in paranoia per le malattie sessualmente trasmissibili, visto che ovviamente abbiamo, di rado, rapporti non protetti. Ho approfittato della confidenza con un amico medico, quando, tornati da un viaggio in Africa, l’ho pregato di farci i test e di dirmi di nascosto i risultati. Siamo sani come pesci.

Quel che è malato è il mio rifiuto di andare oltre. Non so se temo di più il mettere in crisi questo nostro rapporto o mettere in crisi il mio rapporto con me stessa. Da quando ho scoperto l’esistenza di Brigitta, tra me e Giorgio, apparentemente, non è cambiato nulla. I primi mesi sono stati durissimi: quando la notte mi veniva a cercare per fare l’amore o anche solo per abbracciarmi, diventavo rigida, mi sentivo male. Non volevo finire tra le braccia o accogliere dentro di me quello che, letteralmente, era un corpo estraneo. A un certo punto mi ha accusato di essere fredda perché magari avevo incontrato un altro. Ho riso, ma ho taciuto. L’ho controllato come un investigatore: nei suoi viaggi, gli ho telefonato alle ore più assurde, gli ho detto di mandarmi selfie con lo sfondo dei panorami. Ogni volta ha risposto subito, con dolcezza.

Pian piano, ho reimparato a lasciarmi andare e a non pensare, durante i nostri scambi di tenerezza, che sono e rimarranno solo nostri. Ho parlato con psicologi e terapeuti di coppia. C’è chi mi ha tranquillizzato, dicendo che Giorgio probabilmente è un crossdresser, un etero che gode nell’indossare abiti femminili. C’è chi mi ha detto che il suo è un caso di grave narcisismo: esaudita l’ambizione di essere ammirato come uomo, ora vuole anche soddisfare il desiderio di essere invidiabile come donna. Ma ogni volta che è stata proposta l’analisi a me, sono fuggita. Lui è la mia famiglia, il mio rifugio. Siamo adulti, viviamo in una grande città, frequentiamo poche persone, siamo orfani e senza figli. Sembrerò egoista, ma ricordate la frase di The Dreamers, il film di Bertolucci? «Non esiste l’amore, esistono solo le prove dell’amore». Lui di prove continua a darmene ogni giorno. E non posso ignorarlo.

«Sei fortunata ad avere un marito così premuroso», mi dice un’amica. Certe volte, in volatili momenti di follia, mi viene voglia di chiedere a Brigitta che cosa ne pensa di questa vicenda. Visto che proprio lei, in una chat, una volta ha scritto che «la vita prende spunto da fatti realmente accaduti». È proprio così

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