Queste donne potrebbero cambiare la (scombussolata) politica in Italia, ma le schiviamo sempre

Nelle immagini delle crisi di governo la concentrazione di giacche e cravatte è altissima: un peccato per tutti?

Quirinale Consultations Begin On The Government Crisis In Italy
Antonio MasielloGetty Images

Donne al governo: non pervenute anche stavolta? In Italia è difficile cambiare le cose, siamo molto affezionati al passato anche quando non ha funzionato. Non stiamo parlando del vizio ancestrale di provocare le crisi di governo con larghi anticipi, di tergiversare su cosa accadrà dopo, sulla rapidità con cui gli italiani creano miti e li gettano puntualmente nella polvere. Nell’attesa di sapere come si risolveranno imprevedibili destini politici, facciamo una – l’ennesima? – considerazione su quanto contino le donne in politica, in Italia. Perché la risposta è: ancora pochino. Cose che fanno infuriare Christine Lagarde. E contano pochino anche per i “migliori”, i più aperti e moderni per i quali, comunque, sembra che rispettare naturalmente delle quote rosa, scegliere con eguale opportunità fra un uomo e una donna a parità di competenze, sia una specie di contentino folcloristico che si può spendere se c’è calma piatta. Ma quando il gioco si fa duro, si corre subito a serrare i ranghi maschili perché bisogna parlare di cose serie, mica di unghie spezzate. Persino un filosofo come Massimo Cacciari ha fatto la gaffe di dire che la crisi va risolta “virilmente”.

Ci sono anche donne che dicono “non si sceglie qualcuno in quanto donna, ma per le capacità”. Il problema è che da sempre, a parità di competenze, spesso si scelgono gli uomini in quanto uomini. E così, anni dopo le campagne di incoraggiamento a scegliere Emma Bonino come presiedente della Repubblica, ancora oggi, durante le consultazioni, si torna a vedere sfilare solo uomini dall’aria concentrata, e donne in quota sparuta. Peccato. Mentre la Germania è cresciuta sotto Angela Merkel, mentre Irlanda e Inghilterra si sono fatte gestire in più mandati da presidenti o premier donne, mentre Slovacchia, Croazia, Estonia, Lituania, Georgia, Serbia, Danimarca, Romania, Malta, Nuova Zelanda, Namibia, Etiopia, Nepal, Bangladesh, Singapore, Barbardos, Aruba, Taiwan si sono affidati a donne come presidenti o prime ministre, da noi si parla di una presidente o vice presidente donna solo per retorica, senza neanche fare un nome. Per ministeri importanti, qualche nome invece è stato fatto. Proviamo a parlarne prima che l’ennesimo colpo di scena cambi tutte le prospettive?

Paola De Micheli. Piacentina, ha 45 anni, l’età della piena maturità intellettuale ed è la vicesegretaria del Partito Democratico. Nel 2014 è stata scelta da Matteo Renzi come sottosegretaria all'Economia, ma si era già fatta le ossa come assessore al bilancio e al personale del Comune di Piacenza. Per il governo Gentiloni è stata invece commissaria per la ricostruzione nelle zone terremotate del Centro Italia. È l’unica che, in questi giorni, si vede nelle foto dei meeting ristretti fra le parti politiche in cerca di un accordo. Lei sola fra sei o sette uomini. Se ha scelto di laurearsi in Scienze Politiche è chiaro che la politica le sia interessata sempre, e chissà cosa ne pensa del sondaggio secondo cui per un americano su otto le donne sono “troppo emotive” per trattare affari di Stato. Il suo nome viene proposto per la poltrona di vicepresidente del Consiglio, sarebbe la prima donna a ricoprire questa carica. Ci dobbiamo credere?

Lucrezia Reichlin. Ogni tanto viene tirata in ballo come possibile ministra dell’economia, e poi non se ne fa nulla. Ed è assurdo, perché Lucrezia Reichlin è considerata una delle economiste più capaci d’Europa. Romana, classe 1954, è politicamente blasonatissima, cosa che non c’entra con le sue qualità, ma che l’ha fatta crescere respirando politica sin dalla nascita. La madre è infatti Luciana Castellina, la fondatrice del quotidiano Il manifesto ed ex parlamentare ed eurodeputata, e il padre era il deputato Pci Alfredo Reichlin. Insegna alla London Business School è avuto le mani in pasta praticamente ovunque, come consigliera non esecutiva in diversi consigli di amministrazione complessi, fra cui banche e istituti assicurativi. Uno spreco?

Teresa Bellanova. Una che quando prende la parola sui palchi, a volte protestando per il poco spazio delle donne in tutti i partiti, fa tremare pareti e pavimenti. E ti chiedi perché risieda in quello strato di personaggi della politica di cui la maggior parte della popolazione – sì, è così – non sa il nome. Teresa Bellanova è un’ex sindacalista agguerrita, nella scorsa legislatura era la viceministra dello Sviluppo Economico, dietro Carlo Calenda, più giovane di 15 anni. Su Instagram posta foto dell'attività politica ma anche insieme al figlio, adorante. Il nome della Bellanova è stato fatto per il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Una materia che, grazie alla sua esperienza sindacale e alle sue origini pugliesi, le calzerebbe come un guanto. Ma...

Elisabetta Belloni. Romana, anche lei laureata in Scienze Politiche, classe 1958, un curriculum lunghissimo di impegni da diplomatica dal 1985 a oggi. Nei paesi con cui tratta, magari a nessuno viene in mente di dire “però: è brava!”, sottopensiero: nonostante sia donna e bionda. Ha diretto l’Unità di crisi del ministero degli Affari Esteri, è stata successivamente capo di gabinetto e poi Segretario generale (rendiamoci conto: occorre il maschile per non declassarla) dello stesso ministero. Ha insegnato alla Luiss di Roma. Anche il suo nome, come quello di Lucrezia Reichlin, viene tirato fuori di tanto in tanto, nel suo caso per dirigere la Farnesina. Ma l'impressione che lo si faccia solo per mostrarsi sensibili alle quote rosa è sempre abbastanza latente. Chissà se è la volta buona.

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