Silvia D'Amico e Michela Andreozzi: le brave ragazze vi stupiranno

Unite dal film Brave ragazze, l'attrice intellettuale e la regista pop fanno conversazione e una rivoluzione.

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Annette Schreyer

Roma, è agosto, fa caldo. Nel dehors dell’hotel Aldrovandi Villa Borghese si sente “ciaff” per i tuffi in piscina, ma Michela Andreozzi e Silvia D’Amico ignorano il richiamo dell’azzurro clorato e provano abiti dell’autunno-inverno, alternandosi pazienti dietro il séparé del backstage. Una ha il luccichio del divertimento negli occhi, l’altra è chiaramente mossa dal senso del dovere. «Vestirmi non è proprio la mia cosa», si giustifica Silvia. «Qualche giorno fa siamo andate a fare shopping insieme e Michela mi diceva “Prova questo, quest’altro ti sta bene”. Era comodo».

Non possono essere più diverse. Ma a parte il film Brave ragazze (esce il 10 ottobre), di cui Michela è regista e Silvia una delle quattro protagoniste, hanno in comune ciò che Michela sintetizza così: «Siamo secchione. E non abbiamo mai avuto la spinta di nessuno». Sceneggiatrice, attrice, da poco regista, ha iniziato la gavetta nelle redazioni di Domenica in e Non è la Rai e non ha più smesso di flirtare col pop, ma da «cane sciolto». Così, mentre i neocatecumenali la insultano sui social per le sue scandalose posizioni in fatto di maternità (osa sostenere che avere o non avere figli sono due scelte di uguale dignità), lei è su Fox per la seconda stagione di Romolo + Giuly, una web serie deliziosamente coatta sulla rivalità tra Roma Sud e Roma Nord, vincitrice del premio Movieland, «in cui faccio la madre di Giulietta, rifatta e cattivissima, ho questo gioco di paralisi facciale». E, dopo aver calcolato che in 32 anni di tournée ha visitato circa 4.200 strutture alberghiere, quando le hanno proposto di fare il giudice in Cortesie per gli ospiti B&B (da novembre su Discovery Channel), ha detto sì.

Silvia, invece, si è formata all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, ha esordito al cinema con Giuseppe Piccioni, si è fatta molto notare nel ruolo di Viviana in Non essere cattivo di Claudio Caligari e si sta guadagnando la fetta intellettuale della torta a colpi di film di nicchia e opere prime promettenti. Questo per lei è l’anno della raccolta, con tre film in uscita (tra cui Il colpo del cane di Fulvio Risuleo in sala dal 19 settembre), e tre in post-produzione. Ma, dicevamo, è per Brave ragazze che siamo qua.

MICHELA Guarda cosa ho portato. La storia del film nasce, combinazione, da questo articolo proprio di Marie Claire, pubblicato nei primi anni duemila. Raccontava di cinque donne francesi che nella metà degli anni 80, nell’Avignonese, hanno compiuto molte rapine. Non le beccavano perché entravano nelle banche vestite da uomo e nessuno sospettava che non fossero maschi. Insomma hanno cavalcato il pregiudizio e così l’hanno fatta franca, per una volta lo stereotipo è stato utile. In realtà ho mischiato questo fatto di cronaca a un altro accaduto in Molise, di due casalinghe che andavano a fare rapine. Entrambe le vicende erano nate dalla necessità economica, dall’esasperazione di stare perennemente all’ombra della propria vita e dall’assenza di padri e mariti, di uomini capaci di aiutarle. Volevo venisse una commedia all’italiana, che non rinunciasse alla verità e alla commozione e non cadesse nella farsa.
SILVIA Sono grata a Michela perché, nonostante negli ultimi due anni mi sia buttata in progetti autoriali che si portano dietro solo un certo tipo di pubblico, lei, che non mi conosceva personalmente, ha visto in me anche altro, una vena comica che sanno solo le persone che mi stanno più vicine.

M. La verità è che le attrici italiane sono sottovalutate, e invece sono infinitamente più brave delle americane, che per prepararsi hanno un anno di tempo pagato, col coach che le fa dimagrire, ingrassare, studiare. Le nostre lavorano in condizioni di totale rock’n’roll. Silvia è il meglio che la formazione di questo Paese possa fornire, è un po’ Audrey Hepburn e un po’ sembra abbia ingoiato Judy Dench, viene dal cinema radical chic ma l’ho puntata come un cecchino e zac, l’abbiamo trascinata a fare un bagno di pop.

La sorellanza. M. La capacità delle donne di fare gruppo è sempre messa in discussione, nel cinema poi non ne parliamo, e invece mi piaceva l’idea di riunire una squadra di attrici che funzionasse, come è accaduto alle rapinatrici. Silvia, Ambra Angiolini, Ilenia Pastorelli e Serena Rossi. E si sono proprio aiutate. Durante le riprese a Gaeta, io mi ero presa un tre stelle per stare vicino al set, mentre a loro avevo prenotato un hotel chic e con la spa, ma niente, hanno voluto stare tutte insieme con me nel tre stelle.

S. Abbiamo anche fatto una chat nostra, rigorosamente senza Michela, si chiama brave ragazze un cazzo.

M. No, non sono gelosa, ho il privilegio dell’età! A 50 anni capisci di essere meno pericolosa per le altre. Quel che dovevi fare l’hai fatto, ti sei seduta nella tua vita. Che poi sono sempre stata quella che faceva ridere e problemi di competizione femminile ne ho avuti pochi. Anzi. Ho una catenina sempre al collo con su scritto Comitato. Ne hanno una tutte le mie cinque amiche del cuore. È un’associazione di mutuo soccorso. Il problema tra donne esiste solo se una è fragile e soffre il confronto. Non è una questione di gruppo ma personale, di quanto si è o non si è strutturate. S. Sono sempre stata un carrarmato, non ho mai accettato discorsi sulle differenze di genere. Ho un fratello maschio, amici maschi e anche il femminismo e quel modo cerebrale e sterile di difendere le donne... Me ne sono sempre tenuta alla larga.

M. Fa la pipì in piedi lei, lo sapevi?

S. Ma da poco ho capito che certe cose si riescono a condividere solo tra persone dello stesso sesso. È una sensibilità, un modo di pensare, un capirsi al volo, anche il rapporto con mia madre è cambiato. E c’è una scena nel film, quando saltiamo e ci abbracciamo perché ci è riuscito il colpo, è stato uno di quei rari momenti in cui i piani del set e della vita si confondono. In quell’esultanza condivisa vedo il modo giusto di andare verso il femminismo, che ha senso se non è un pretesto ma sta dentro un atto concreto, nella sua energia, nell’azione.
M. Infatti direi che il film è più femminile che femminista. E più #Wetoo che #Metoo. L’ho letta, Simone de Beauvoir, ma voglio raccontare la vita che facevamo negli anni 80 e facciamo adesso, perché come allora vieni licenziata, se hai dei figli è un casino, se il marito ti mena capita che muori, e se vuoi realizzarti magari te ne devi andare.

GLI ANNI 80. M. Io c’ero! Ho attinto alla mia memoria personale e ai miei riferimenti cinematografici. Non importa se non si capisce, è servito lo stesso. Il personaggio di Silvia si ispira, anche nel look, a Sophie Marceau de Il tempo delle mele; Ilenia, un po’ rock, a Jennifer Beals in Flashdance; Serena a Debra Winger e Ambra alla Sarandon, con quella femminilità forte. Ci sono anche io in un cameo, e sono la Linda Evans di Dynasty. Luca Argentero, il commissario, è Tom Selleck di Magnum P.I. Quanto era preoccupato che si capisse che aveva i baffi finti, ma gli ho detto, si vedono quelli di Rami Malek in Bohemian Rhapsody, mica i tuoi. S. Io sono nata nel 1986, prima di Brave ragazze per me gli anni 80 significavano solo una cosa: la Grande Festa Anni 80, con gli invitati tutti vestiti in monospalla o con le spalline enormi. Ma ho iniziato a fare ricerche, non sono per niente romantica nella vita ma quando lavoro mi ossessiono, mi calo in quel mondo, nella mentalità, nello spirito e anche nei pattini a rotelle mi sono calata, credevo fossero come i rollerblade, con cui so andare, e invece è completamente un’altra storia e ho rischiato di ammazzarmi.

M. Sì, erano i miei di quando mia madre mi accompagnava al cinema il pomeriggio, entravo con le mie amiche, e mi passava a riprendere: stivaletto bianco con arcobaleno di lato.

S. È tornata la moda anni 80, la vita alta eccetera eccetera, ma infilarsi un paio di pantaloni originali ti fa sentire diversa, e se poi ci accosti un maglioncino di lana di quegli anni lì, insomma se sei vestita tutta pura anni 80, è una macchina del tempo. Forse anche la forma del mio corpo si prestava, e sul set non ho proprio bisogno di sentirmi figa, non c’è niente di mortificante nel diventare esattamente quel che richiede la storia, diventarlo fino in fondo. Perché il film è pieno di elementi di attualità, ma sono convinta che oggi quelle rapine non sarebbero possibili, mancherebbero l’intraprendenza, la freschezza, anche l’imbranataggine e l’ingenuità tipiche di allora. M. Adesso poi, monitorati come siamo in tutto, quelle ragazze non la farebbero mai franca.

GLI UOMINI. M. Non ne potevo più dei femminicidi, avevo proprio bisogno di vendicarmi e allora ho messo mio marito (Max Vado, ndr) nel ruolo del marito violento che finalmente paga. E tornando al commissario, volevo uno che magari avesse i suoi attacchi d’ira, ma fosse davvero gentile. Il personaggio di Ambra deve diventare una criminale per riuscire a crescere i suoi figli, e allora volevo avesse indietro la fortuna di un incontro felice, un amore che non la giudica e che l’apprezza per quello che è.

S. Diciamolo una volta per tutte, non è vero che le donne preferiscono gli stronzi. Con gli anni mi accorgo che è molto meglio avere accanto un compagno che ti capisce ed è di sostegno. Il bello e dannato ci ha stufato.

M. Le brave ragazze vogliono i bravi ragazzi.

RIDERE. M. In questo periodo la gente si prende troppo sul serio. Perché il nostro Paese è indolenzito, ha dei lividi che non vanno via, delle malattie croniche ed è complicato ridere se c’hai la cervicale. Ma la comicità è uno sporco lavoro che qualcuno deve fare e sarebbe più semplice se smettessimo di produrre cinema a compartimenti stagni: il comico qui, il drammatico là. Una volta “divertimento” voleva dire risate ma anche emozione, commozione, empatia. Tutto insieme.

S. L’ironia cerco di portarmela anche nei ruoli drammatici, perché è la chiave di tutto ed è capace di risolvere i momenti di debolezza. Anche se la stai usando per te, può fare felici altre persone. Permette di guardare le cose con intelligenza e di raccontare i personaggi con umanità.

M. Il dramma non basta. D’accordo, è catartico, ma succede o che ti identifichi o che
pensi: meglio a lui/lei che a me. In ogni caso, resti
spettatore. Mentre se sorridi vuol dire che hai preso la realtà e l’hai masticata, sai, come le mamme uccello prima di nutrire i piccoli.

S. È più difficile far ridere. Ma quando accade è una soddisfazione più grande che fare piangere, per un attore. Penso a Mattia Torre (sceneggiatore e regista, tra l’altro, di Boris e La linea verticale, morto a 47 anni lo scorso 19 luglio, ndr). Non l’ho mai conosciuto personalmente, ma per me incarna quel modo di essere ironici, intelligenti e cinici che amo.

M. Ha riso della sua malattia, ha irriso la morte, fino all’ultimo. Ha rappresentato una generazione, un tipo di umorismo che non è mai sceso a compromessi. Senza di lui siamo un po’ monchi.

TRASGREDIRE. M. Da piccola una volta ho rubato una gomma profumata in una cartoleria, ma dopo un’ora l’ho riportata perché mi veniva l’ansia. La più grossa è stata andare con due amiche a Ladispoli in Vespa, a 35-40 km all’ora sull’Aurelia, da rimanerci secche. Tornando ci si è rotta la Vespa e non c’erano i telefonini, per cui mio padre ci ha aspettato sotto casa con la mano aperta. Ma la peggiore è stata l’unica volta in cui mio padre è venuto a prendermi a scuola a sorpresa, ma io non c’ero: era anche la prima volta che bigiavo perché ero andata a casa del mio ragazzo a fare l’amore per la prima volta. Un classico delle brave ragazze, ne fanno una e neanche viene. Mio padre non mi parlò, mi scrisse una lettera lunghissima che ho conservato da qualche parte, diceva che aveva sempre avuto fiducia in me e l’avevo tradito. Un trauma. Sarebbe stato meglio un ceffone.

S. Io penso a quando ero appena uscita dall’Accademia e con una regista del mio anno abbiamo iniziato a vendere gli spettacoli in giro per l’Italia. Eravamo dei jukebox, Ofelia, Elettra, ci inventavamo tutto lì per lì, e intanto ci facevamo le vacanze... Però non era così truffaldino, il risultato era gradevole. Ah! Tra la fine del liceo e l’inizio dell’università ho fatto un viaggio nei Paesi Baschi con le mie amiche. Credo di non aver tirato fuori un euro dal portafoglio mai, e neanche loro. Ora che ci penso, fu proprio una vacanza da brave ragazze un cazzo. m

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