Inquieto, forse timido, quasi bisognoso di distacco dalla realtà. È un uomo fragile, David LaChapelle. Sfuggente per natura, nel suo avanzare silenzioso tra le sale altissime sembra voler scomparire. Dà impressioni contrastanti con l’immagine che ci si è fatti di lui, alimentando un paradosso: il fotografo pop per eccellenza, amante dell’arte rinascimentale e della saturazione, maestro di provocazioni plastiche, nella sua divisa nero-confort sembra uno studente di college troppo cresciuto, impaurito dall’attenzione. Venezia è un po’ casa sua ed è qui che viene presentato il Calendario Lavazza 2020, 12 scatti firmati da David LaChapelle riuniti sotto un copy (curato dall’agenzia Armando Testa) che urge di attivismo: “Earth CelebrAction”. Fotografie eleganti scattate nei giardini della casa di LaChapelle alle Hawaii, dove si è trasferito da diverso tempo dopo aver timbrato il suo successo con una piccola crisi spiritual-professionale, alla ricerca del suo paradiso personale di equilibrio.

A ciascuno dei 12 scatti del Calendario Lavazza 2020 è abbinato un verbo che invita all’azione: Realize, Defend, Care, Sustain, Nourish, Reconnect, Breathe, Respect e naturalmente Change. Un dodecalogo da sillabare mese per mese per ricordarsi sempre che su questa terra siamo ospiti. "L'edizione 2020 vuole essere un invito rivolto a ognuno per rendere omaggio alla bellezza della Natura e a prendersene cura. Abbracciare, proteggere, ospitare. Così come la Terra è Luogo e Madre, nello stesso modo anche noi dobbiamo prenderci cura di lei e di chi la abita" ha commentato Francesca Lavazza durante l'incontro stampa. Una visione sposata anche da Michele Mariani, direttore creativo Esecutivo dell'Agenzia Armando Testa che collabora da anni alla realizzazione del Calendario Lavazza. "Quest’anno volevamo parlare di sostenibilità con una cifra stilistica diversa, fuori dall’area del reportage. E soprattutto volevamo tornare a produrre un Calendario con immagini forti, memorabili e un po’ visionarie". E chi meglio di David LaChapelle, alla terza collaborazione con Lavazza e fotografo che è passato dalle foto patinate di moda alla landscape photography?

Andrea Guermani

Gli sguardi accorati di giornalisti e persone accorse alla presentazione del Calendario Lavazza 2020, che la sera gioiranno per i finger food di chef Carlo Cracco e l'open bar affidato a Campari, vengono assorbiti dalle fotografie di David LaChapelle: i suoi topos artistici sono una firma eterna di corpi elegantissimi, colori vividi e contrasti luccicanti, immersi in una natura voluttuosa. Immagini potenti, dirette, evocative. Così come evocativa è la fonazione del loro creatore, che incontriamo lontano dall'angolo caffè Lavazza (in concomitanza con il calendario è stata presentata anche la nuova campagna del caffè Qualità Oro, Frames Of Coffee, con la voce inconfondibile di Pierfrancesco Favino). Se ci fosse una macchina fotografica con un grandangolo sottomano, la scena sarebbe da immortalare in una versione 2.0 dei quadri di Edward Hopper: “Incontro in un’altana”. Sul tavolo orchidee bianche, i resti ordinati di ciotoline di tiramisù e bicchieri pieni di acqua, il calendario squadernato su un pouf di fronte al divano.

Courtesy Lavazza

David LaChapelle siede composto su una poltroncina bassa. È alto, robusto, non dimostra i 56 anni nella pelle di cuoio delle Hawaii. Gli occhi mirano ad una ricerca di equilibrio, di certezze friabili. Si lascia guidare nelle risposte dalla sintonia visiva con l’amica Daphne Guinness, colonna portante e sostegno morale in questi due giorni veneziani, accoccolata sul bordo del divano, e dalla presenza discretissima di un amico e dell'ufficio stampa che sovrintende alla conversazione a più voci. Ma la relazione principale di sostegno è con Daphne, i loro scambi di occhiate sono lievi. David LaChapelle a volte ti guarda negli occhi e altre sembra cercare le parole giuste, lontane e lentissime, che riempiono le sue risposte. Limpidamente, non gli va di parlare del suo passato, né di evocare le lontane amicizie vip che hanno costellato la sua carriera sin dagli esordi (Andy Warhol, Naomi Campbell, Madonna tanto per nominarne alcuni). È ironico quando chiarisce di pentirsi per aver(ci) portato (alla fama) Paris Hilton, svicola le domande sul suo mentore Warhol: “Mi ha sempre detto di fare quello che mi pareva. La sua vita è stata difficile, è stato apprezzato molto più da morto, e ho imparato molto di più ciò che non voglio nella mia vita. Non voglio stare sotto i riflettori, non è un mio desiderio. Mi piace la solitudine, mi piacciono le persone che hanno davvero una natura più solitaria”. Preferisce il presente e volge giusto qualche pensiero al futuro, magari immediato. Non è uomo da lungo termine, David LaChapelle.

L’umiltà è una qualità sottovalutata di questi tempi.

Nel suo rallentato monologo di fili pescati che si intrecciano tra loro, David LaChapelle porta le domande su tangenziali di pensiero. “La bellezza si rivela in modi diversi. Se mi venisse data la possibilità, vorrei la libertà di creare qualcosa che ispiri le persone come fa la musica” racconta rapidamente, e ci tornerà su ammettendo che se diventasse cieco farebbe il musicista. “Sono stato contento di lavorare a questo calendario, è un lavoro da sogno perché Lavazza è più una famiglia che un’azienda. Non è solo pubblicità. Ci sono anche amici coinvolti. Qualunque cosa io potessi immaginare, il mix di figure e immagini è piaciuto. Nelle immagini, sono stato fortunato perché sono stato libero” prosegue con tono pacato. Nella creazione delle sue foto, a volte parte da uno sketch o da un’intuizione, a volte le costruisce sul momento: ciò che ispira una foto può nascere da tanti input diversi, a volte persino un colore. “Scatto solo ciò che voglio scattare, sono davvero fortunato per tutte le opportunità che ho avuto, ho potuto mantenermi con ciò che amo fare. Non penso di fare ancora cose scioccanti o estreme, non invecchiano mai bene, perdono valore. È stupido pensare di voler sempre scioccare le persone, cerco di non farlo”.

A guardare le tue foto c’è speranza, ma c’è anche una parte oscura molto forte. Cosa ti spaventa di più?
Non puoi avere fede ed essere spaventato allo stesso tempo, vanno insieme. Fede e paura sono agli opposti, sono una l’inverso dell’altra. Io ho fede, e ho notato che mi aiuta a stare al di sopra delle malignità, la luce sopra l’oscurità. In realtà non ho molta paura, ammetto. L’unica cosa è che mi viene difficile vedere che il nostro mondo inizia a scomparire: gli insetti, le rane, i grilli spariscono alle Hawaii. Mi mette tristezza, i cambiamenti sono rapidissimi: le acque sono sempre più calde e questo è stato l’anno più caldo di sempre. Avere fede significa anche credere che le cose possono sembrare in un modo, ma poi la verità si rivela sempre: la natura andrà avanti anche da sola, senza di noi. Abbiamo ereditato questo mondo e questo sistema. Parliamo molto di ecologia e clima, dagli anni 60, ma nessuno ha fatto nulla se non per profitto. L’avidità è la base del mondo, è la sua radice, ed è vero che il denaro è la radice di tutti i mali. Ecco, posso dirti che non ho molta fiducia nella politica.

Courtesy Lavazza

E nelle politiche che cercano di applicare all’ambiente, le reazioni al climate change?
Non riescono nemmeno a far passare una legge sul controllo delle armi, in America, come posso avere fiducia in queste persone che non vogliono investire soldi per sistemare il problema del cambiamento climatico? La legge sulle armi è semplice, il cambiamento climatico è più complesso e le persone faticano a capirlo. Delle persone che prendono le decisioni non mi fido. Sono interessati solo a comandare.

Il fervore ambientalista di David LaChapelle riscalda l’atmosfera dell’altana, sembra sciogliere un po’ la flemmatica calma delle sue risposte iniziali. Il fotografo 56enne indugia anche a parole nel realismo pop dissacrante, perfettamente congeniale al suo stile fotografico, come quando alla domanda su cosa consiglierebbe ai giovani fotografi replica sarcastico: "Fate i pittori. Sono serio, se avessi 18 anni farei il pittore, sarebbe il mio consiglio per me stesso. Oggi il mondo è diverso, non avrebbe senso fare il fotografo. Mi direi di non cominciare nemmeno". (Daphne Guinness, di buon grado, lo rintuzza: "Tu sei un ottimo pittore").

Se potessi incontrare un David La Chapelle più anziano, cosa gli chiederesti?
Più vecchio di me adesso?! (ride)

Beh, “Invecchiare è l’unico modo che conosco per non morire giovane”, diceva Mark Twain.
Giusto. Beh, se incontrassi il vecchio me gli chiederei… "Come sto andando?", "Dimmi cosa devo fare" o "Come me la sto cavando?"… ma anche "Sei incazzato con me?"

Ride divertito, David LaChapelle, ma c’è tempo per un ultimo salto bello nel passato, rievocando il suo primo servizio fotografico a 17 anni, quando ritrasse compagni di college nudi in pose rinascimentali, scattando nel dormitorio. Un acerba visione che poi avrebbe sviluppato fino a diventare uno dei più riconoscibili degli ultimi 20 anni del '900. "Sono stati momenti bellissimi" sospira dolcemente. I primi tempi, i primi amori, le primissime contraddizioni di un uomo che ha scelto di cambiare tutto al momento della massima fama, pur di non perdere quell'equilibrio umano e mentale difficile da mantenere. Un funambolo eterno, David LaChapelle. E forse sarebbe questo che il più vecchio David LaChapelle gli direbbe, se si incontrassero davvero.