Rimanere orfani dopo un femminicidio: la forza e la fatica di avere ancora una famiglia

Eva aveva 11 anni quando suo padre ha sparato a sua madre e poi si è ucciso. A salvarla è arrivata Giulia, sua tutrice legale.

Mother and daughter holding hands
Malte MuellerGetty Images

Ogni anno la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne ricorre il 25 novembre. Quello su cui si riflette ancora poco è che la vita dopo un femminicidio continua. I famigliari della vittima, figli, genitori, parenti, in qualche modo devono andare avanti, con tutte le difficoltà del caso. Eva oggi ha 21 anni. Ne aveva 11 quando suo papà ha sparato alla mamma e poi si è suicidato. Era stata affidata agli zii, ma la loro rabbia e il dolore hanno preso il sopravvento ed è stata maltrattata. A salvarla, è arrivata la sua tutrice legale, Giulia, 54 anni. Per la prima volta, sedute una accanto all'altra, raccontano il percorso a ostacoli che le ha portate a creare una nuova famiglia. Ce l'hanno fatta grazie a tenacia, cura e amore.

IL RACCONTO DI EVA

Non ero in casa il giorno di una decina di anni fa in cui mio padre ha sparato a mia madre per poi uccidersi. Avevo 11 anni e ricordo che avevo chiesto di andare a pranzo dalla nonna. Sono rimasta da lei qualche giorno, poi una mattina mi sono sentita dire «vai a vivere dagli zii». Nessuno mi dava spiegazioni: gli adulti si chiudevano sempre in sala a borbottare. Finché una mattina l’ho visto al telegiornale: c’era una tv nella stanza dove dormivo, nessuno aveva pensato di toglierla. Proprio quel giorno le mie sorelle, più grandi di me, sarebbero venute a dirmelo, senza sapere che erano state anticipate. Erano già maggiorenni, quindi sarebbero andate a vivere da sole. Ricordo tutto della mia vita di prima. I dettagli della casa, le vacanze insieme, il mondo magico dell’infanzia.

Ho sempre amato i miei genitori e tuttora li amo moltissimo. Le mie sorelle hanno ricordi diversi, hanno conosciuto le persone che erano, i loro difetti, per me rimarranno per sempre solo mamma e papà. Mia mamma mi sembrava forte, una che si faceva rispettare e conquistava i suoi spazi. Lavorava con papà al ristorante e si occupava di tutti noi. I miei famigliari hanno scelto di mandarmi dagli zii, lo zio si era offerto di farmi da tutore. Poi però si sono rivelati come gli zii dispotici di Harry Potter, avete presente? La zia mi puniva per qualsiasi cosa, mi toglieva il telefono o addirittura i libri. Se sapeva che a scuola avevo detto di non stare bene, a casa mi impediva di sentire le mie sorelle. Mi sentivo angosciata, mi sentivo in colpa. Quando mi lamentavo, mi diceva frasi come «ringrazia tuo padre per questa situazione». In quei due anni sono passati tanti psicologi e assistenti sociali, ma nessuno di loro mi prendeva sul serio. Nemmeno gli insegnanti. Volevo andarmene, ma tutti mi dicevano «non esagerare». La zia aveva chiaramente un problema con me, mi aveva voluto tenere per amore di sua sorella, ma io sono la fotocopia di mio papà: nei modi, nello sguardo, nei gesti, assomiglio incredibilmente alla persona che gliel’aveva portata via. La situazione era arrivata al capolinea e dal tribunale arrivò Giulia, la mia nuova tutrice.

Ecco l’ennesima che non farà assolutamente niente per me, ho pensato al primo incontro. Le ho detto «io me ne voglio andare di qui, vedi tu come fare». Quando ho lasciato quella casa per entrare in comunità, mia zia non mi ha lasciato prendere nulla, ho trovato le mie cose fuori dalla porta. Finalmente mi sembrava di respirare di nuovo, andavo a scuola serena. Col tempo però anche la vita in comunità ha mostrato i suoi limiti: all’inizio ero libera di gestirmi il tempo, avevo telefono e computer. Poi una psicologa ha iniziato a dire che mi estraniavo troppo: mi hanno tolto i film e potevo leggere solo mezz’ora al giorno. Si ripetevano le stesse vessazioni di prima e io continuavo a volere una famiglia, rivolevo le coccole, sono sempre stata una molto affettuosa. Dopo un paio d’anni è iniziata la ricerca di un affido, terminata quando mi è stato comunicato che una famiglia si era offerta spontaneamente. Giulia, suo marito e la loro figlia mi hanno invitato a cena e me l’hanno detto: sarei andata a vivere con loro. Ricordo tanti abbracci, tante lacrime, tanto tutto. Non sapevo bene cosa dovevo aspettarmi da una famiglia affidataria.

Il primo anno è andata così così, il secondo e terzo un disastro, dal quarto in poi un pochino meglio. A posteriori ho capito, grazie a un percorso psicologico, che il vero disturbo da stress post traumatico l’ho affrontato tardi, solo una volta che mi sono sentita tranquilla abbastanza per darmi il permesso di stare male. Sicuramente ho messo alla prova Giulia, un comportamento che forse non ho ancora perso del tutto (la guarda, ride). Era il mio modo per capire se avrebbe resistito, perché fino ad allora non era rimasto nessuno. In fondo mettevo anche me stessa alla prova, perché non volevo affezionarmi al punto da rimanerci male di nuovo. È sempre stato un tasto dolente raccontare di me agli altri, soprattutto a scuola, perché sentivo i compagni bisbigliare e sapevo che cercavano i dettagli della mia storia online. Finché ho iniziato ad accettare il passato come parte di me e non come qualcosa che doveva farmi sentire in difetto. Ora, quando inizio a frequentare qualcuno, lancio la cosa abbastanza presto, preferisco dirla io piuttosto che sentire spettegolare.

La mia opinione dei giornali che trattano la cronaca dei casi di femminicidio non è positiva. Vedo sempre poco rispetto nei confronti di chi resta, additano la vittima, il colpevole, sparano i titoli-sentenza, ma non pensano mai alle persone che rimangono, soprattutto ai bambini. Ogni tanto cerco dettagli su quello che è accaduto quel giorno, perché ero piccola e tutti mi hanno sempre nascosto molto, era un enorme tabù di cui parlare, questo mi metteva ancora più confusione. Chiedo alle mie sorelle, con cui sono ancora in contatto, cosa si ricordano. Sul perché sia successo. Credo che nessuno possa trovare una risposta soddisfacente. I miei erano persone particolari, mio padre evidentemente con una grande disperazione nascosta. E basta. Non provo sentimenti di rabbia nei suoi confronti, ma gli altri sentimenti li provo più o meno tutti.

Non lo giustifico, ma non riesco nemmeno a condannarlo. Perché è mio papà, con me era amorevole e attento. Ovviamente penso abbia sbagliato a scegliere la violenza, hanno sbagliato entrambi a non chiedere aiuto. Erano persone vecchio stampo, di quelle che pensano che andare dallo psicologo sia da pazzi, mia madre non ha mai mostrato difficoltà all’esterno, perché “non sta bene”. Quando mi chiedono se ho paura di come il passato possa influenzarmi, rispondo tranquillamente che ci farò i conti sempre. È una rielaborazione continua, ma proprio tenendo la mia storia con me, non ne ho paura e non faccio prevalere il dolore, il non vivere. Giulia e suo marito mi hanno aiutata a concentrarmi non su ciò che avevo perso, ma su quello che ho ancora. Ho accettato di raccontare tutto per la prima volta solo perché abbiamo potuto farlo insieme. Male non fa, ho pensato, anzi forse può aiutare qualcuno in difficoltà a capire che devi lottare per la vita che vuoi. Nessuno è esentato dal dover superare degli ostacoli. Ma tu per primo devi combattere per la tua felicità.


IL RACCONTO DI GIULIA

Sentirla parlare così, di quel che abbiamo fatto per lei, è bellissimo. Sono contenta di aver condiviso questo momento insieme. Non ho mai avuto problemi a raccontare questa storia, ma Eva ha sempre paura che se ne discuta in sua assenza. Se c’è un modo per ferirla, è questo. Come avvocata mi occupavo di violenza sulle donne da qualche tempo, quando una giudice tutelare mi ha proposto l’incarico di tutrice per una minore. Mi ha vista esitante e, non so se per superficialità o per convincermi, mi disse: «Guarda che non è poi un grande impegno». Ho accettato e così è arrivata la notifica della nomina: non mi fu comunicato granché, se non che c’era uno zio tutore che voleva rinunciare alla carica in fretta.

Non avevo idea del groviglio di relazioni in cui sarei dovuta entrare. C’era un mondo intorno a questa ragazzina con cui dovevo confrontarmi, una serie di persone che dovevano elaborare un lutto importante. In più, la faccenda della successione era ancora nel vivo e dovevo occuparmi delle complicazioni burocratiche. Sono più portata a usare la pancia che la testa, quindi per prima cosa volevo incontrare lei. Sono partita già in salita, presentandomi con due ore di ritardo al primo incontro con Eva e la psicologa, perché mi ero persa in auto. Ci siamo poi dette due cose veloci, ma ci siamo piaciute e ho sentito che aveva voglia di incontrarmi. L’ho subito rassicurata dicendole che l’avrei sostenuta.

Ho capito che dovevo agire in fretta, perché la situazione di conflitto con la zia stava diventando ingestibile e allargava il malessere a tutta la famiglia. Credo che la zia avesse investito su una creaturina di undici anni una responsabilità non sua. Eva era come la rappresentazione di una sofferenza che aveva coinvolto tutti. Forse la zia non aveva gli strumenti per capirlo o non le è stato offerto aiuto, ma non stava distinguendo tra l’elaborazione del suo lutto e il sostegno che doveva alla nipote. Lo zio mi metteva fretta per trovare un posto in comunità, ma era il mio primo caso, non ero nemmeno certa che la casa-famiglia fosse la soluzione giusta. Ne avrò girate decine, prima di decidere. E lo zio nel frattempo premeva, al punto che ho iniziato a non dormire. Abbiamo organizzato il trasloco e in tutto quel tempo la zia non mi fece mai nemmeno una telefonata. Anni dopo, quando Eva stava per lasciare la comunità per venire da noi, ho assistito però a una sorta di congedo fra di loro. Stavamo passando in auto davanti al supermercato dove lei lavorava ed Eva ha chiesto di fermarmi. Era sera, stavano abbassando le serrande, ma siamo entrate: si sono riviste, erano entrambe emozionate. Mi ha presentata, e mi è sembrato come se volesse dirle «ecco, ora sono a posto, c’è qualcuno che si occupa di me». Si sono dette che si sarebbero risentite, ma non è accaduto. Eva sembrava serena, anche se poi a casa le veniva da vomitare.

Passati un paio d’anni in comunità, tra alti e bassi, un giorno la responsabile mi ha detto che bisognava evolvere e trovare una famiglia affidataria. Anzi, era stata Eva stessa, durante uno dei nostri pranzi-rito al sushi, a intimarmi: «Te lo dico chiaro, io una famiglia la voglio». Allora mi sono messa alla ricerca, volevo controllare le famiglie che proponevano i servizi sociali e sondavo l’interesse tra le mie conoscenze. Fino al momento in cui mi sono candidata, non avevo trovato nessuno che mi convincesse. Forse avevo già capito che mi convincevo solo io. Già da qualche tempo capitava che venisse a cena o a passare il weekend da noi e mio marito, da subito, aveva detto «ma che problema c’è se viene a stare qui?». Sapete come sono gli uomini, un po’ faciloni. Era sostenuto da mia figlia, che non vedeva l’ora di avere una sorella. «Calmini!», rispondevo io, che avevo bisogno di più tempo. Nel mezzo c’è stata un’estate di grandi cambiamenti. Un’estate di grandi riflessioni, durante la quale rimasi orfana anche io, seppure a 50 anni. Mia madre era morta un anno prima e poi toccò a mio padre, e sentivo che in me si era creato un vuoto di accudimento. Tornata dalle vacanze annunciai a quei due che, va bene, ci saremmo candidati come famiglia affidataria. Un giorno Eva mi ha telefonato: «Sai che finalmente i servizi sociali hanno trovato una famiglia?». Certo che lo sapevo, ma dovetti fare finta di niente in attesa dell’approvazione finale del giudice tutelare.

Non sapevamo che i problemi erano appena cominciati (si guardano e ridono), perché il periodo di assestamento è stato lungo. Io ero il suo bersaglio, avevo la sensazione che Eva volesse mettermi alla prova per vedere quanto potevo resistere. Qualsiasi cosa facessi, venivo contestata, dal sale nella pasta al vestito che indossavo. Mi sentivo sotto esame, mai all’altezza. Temevo che non avrei potuto competere con la sua madre naturale. Da una parte i suoi messaggi erano di rifiuto, ma dall’altra, appena mi tiravo indietro, lei si riavvicinava. Quando prendevo le distanze, lei tornava un cucciolo affettuoso. Contemporaneamente anche l’altra figlia voleva da noi delle conferme! Con Eva siamo stati più indulgenti e lei lo prendeva come un tradimento, diceva che non parlavamo d’altro. Gelosia? Banale dirlo così, perché la amava e la ama molto. Insomma, gestivo un attacco su due fronti, di due adolescenti per di più (ride). Oggi viviamo ancora insieme: ovviamente non ho mai messo in discussione la decisione di accogliere Eva, perché è mia figlia e ai figli mica rinunci, vai avanti e combatti.

COSA SI PUÒ FARE?
D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza è la più grande associazione italiana che si occupa di violenza contro le donne: riunisce 80 organizzazioni in 18 regioni da Nord a Sud, che gestiscono oltre un centinaio di strutture che accolgono e proteggono le donne e i loro figli. Nel 2017 sono state accolte nei centri della rete circa 23mila donne vittime di violenza.

In occasione del 25 novembre nasce la campagna SMS solidale #alidiautonomia per finanziare il progetto Germogli di autonomia: grazie al progetto donne sopravvissute alla violenza, in condizioni di disagio economico, possono accedere a un contributo per coprire le spese che sarebbero altrimenti insostenibili nel momento in cui lasciano la casa-rifugio, così da poter davvero “spiccare il volo” e diventare indipendenti.

Dal 24 novembre al 1 dicembre alla Campagna Ali di autonomia è legato il numero solidale 45593 per donare 2 Euro da cellulare personale Wind Tre, TIM, Vodafone, PosteMobile, Iliad, Coop Voce, Tiscali, 5 Euro da rete fissa TWT, Convergenze e PosteMobile e 5 o 10 Euro da rete fissa TIM, Wind Tre, Fastweb, Vodafone e Tiscali.

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