"Un San Gennaro giovane e per tutti": Roxy In The Box e l'arte dell'uguaglianza

Coincidenze benedette dal calendario, arte democratica e "napoletanità": intervista all'artista che firma la nuova bottiglia della Art Collection di Ferrarelle.

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Gianfranco Picone

C'è una morbidezza vintage nella voce di Roxy In The Box. L'artista napoletana firma la decima edizione delle bottiglie della Ferrarelle Art Collection 2019 con un ritratto che è una dichiarazione d'intenti: un San Gennaro reinterpretato, vivido nella sua giovinezza, che stravolge con amore l'iconografia conosciuta del santo più celebre di Napoli. Un santo effervescente naturale, perfettamente in tema con Ferrarelle che quest'anno inaugurerà anche un e-commerce per l'acquisto online della limited edition. Un santo cui appellarsi e votarsi, sperando nei miracoli, anche se uno è già stato fatto: il ricavato delle bottiglie andrà a supportare Fondazione Telethon per la ricerca delle malattie genetiche rare e sostenere i Centri Clinici NEMO (NEuroMuscular Omnicentre). Il ritmo quieto e musicalmente irresistibile, frasi increspate e ritornanti come le onde contro Castel dell'Ovo, della cadenza di Roxy In The Box ha spiegato la genesi, lo sviluppo del progetto San Gennaro per Ferrarelle e i prossimi impegni che, per puro caso, hanno a che fare col santo.

Perché recuperare quell’immagine di San Gennaro per il progetto di Ferrarelle? Hai scelto proprio l’icona napoletana per eccellenza...
Il mio “stay liquid” nacque quattro-cinque anni fa per gioco, qualche giorno prima del miracolo di San Gennaro, e diventò virale. Poi l’ho dipinto, ne ho fatto un poster in edizione limitata. Con Ferrarelle l'idea è venuta per caso: quando i responsabili sono venuti a incontrarmi, conoscevano già il mio San Gennaro e a loro piaceva molto. Ho detto loro che stavano scegliendo un’artista napoletana per questa decima edizione, e il San Gennaro, che è icona molto forte, potevo farlo in una forma giovane. Un ragazzino, fresco, come l’acqua che può ringiovanire. La scritta “stay liquid” è il massimo del concetto di liquidità, applicato all’acqua, poi… Nella mia testa pensavo “Vabbuò, ci sta l’acqua della Madonna, facimm’ pur’ l’acqua ‘e san Gennaro

Courtesy Ferrarelle

E l’acqua nell’iconografia religiosa è pure importante, come l’acqua del fonte battesimale…
Appunto! Associarla ad un’icona religiosa non era una cosa così lontana, anche se san Gennaro è l’unico santo al mondo che non appartiene davvero alla Chiesa. Non è di sua proprietà. Mi sono sentita autorizzata. San Gennaro non ha un copyright, è nostro, di tutti i napoletani. Alla fine ho proposto due progetti, per far capire che non mi volevo imporre col mio San Gennaro. Però alla fine hanno scelto e ho dipinto questo San Gennaro giovane, che beve un liquido rosso. Be liquid, ed effervescente naturale.

Una curiosità sul tuo modo di selezionare i soggetti nel corso della tua carriera fino a questo Young San Gennaro. Reinterpretare le icone o iconizzare certi personaggi, che tipo di lavoro richiede? Qualche volta hai pure rinunciato a qualcuno, come Maradona..
(Interrompe) Che poi ora l’ho pure fatto, Maradona, esce a Natale (ride). Ed è proprio bello, piace tanto anche a me! Non l’ho messo per strada, però. Nasce con un progetto che si svilupperà in una piccola pizzeria di Rivoli, vicino Torino. Poi lo riprodurrò in pittura, ci farò i poster… Però ti spiego: io non nasco dalla street art, mi occupo di pittura e videoinstallazioni principalmente. Il mio percorso è quello classico: galleria, museo, critico, curatore. 4 anni fa ho avuto una certa crisi, avevo voglia di incontrare quelle persone che solitamente non incontro nei circuiti dell’arte contemporanea, come può essere il vernissage in galleria o al museo. Sono di estetica pop, ho questo impulso: ho bisogno di incontrare le persone e capire che effetto fa il mio lavoro su di loro. Così è nata la Vascio Art, che ha avuto un successo che non mi aspettavo: non ne avevo parlato con nessuno, doveva essere una mia sperimentazione. Invece è arrivata la tv, e non me lo aspettavo. Tanti pensano che io sia una street artist ma io non lo sono, e ci tengo a precisarlo: gli street artisti hanno un percorso diverso, sicuramente più difficile, affrontano proprio la strada sin da giovanissimi. Questo non è stato il mio percorso.

È stato più un modo di esprimerti, più che il tuo percorso stretto.
No, no, io mi occupo di altro, dal 16 dicembre inauguro al Museo Archeologico di Napoli… Però per quattro anni ho deciso di non fare nessuna mostra indoor: musei, gallerie, niente, per quattro anni mi sono solo data esternamente, e sto facendo anche un documentario su questa cosa. È stata una mia sperimentazione: mi sono creata un seguito. Probabilmente nel museo verrà pure una persona che non è mai entrata in un museo, e vedrà anche altro, non solo l’icona colorata. Il fatto di mettere per strada icone popolari era un modo di far arrivare da me delle persone: il mio San Gennaro Martire l’ho fatto per attirare chi di arte non ne sa niente.

Gianfranco Picone

E così è stato: sono venuti a comprare poster e dipinti su carta, che faccio a prezzi molto bassi che non riprendono la mia quotazione di mercato. Perché la mia idea è che questo lavoro venisse acquistato dal grande collezionista e in egual modo dalla signora monoreddito dei Quartieri. Trasformarmi nel dentifricio, nell’ammorbidente… O in una bottiglia di acqua. Il fedele del San Gennaro se la va a cercare, così come il collezionista: il progetto è riuscito. Quest’idea di uguaglianza nell’arte a me piace molto. Il mio San Gennaro a Napoli sta in case importanti come in case di famiglie monoreddito, Pensa che un poster sta addirittura in un paesino del Polo Nord… E lì è difficile ‘e fa’ squaglia’ il sangue (ride).

Quest’idea di uguaglianza nell’arte a me piace molto.

E come ci è arrivato lassù?
Tramite il web, mi muovo molto attraverso i social per il mio lavoro. Questo è anche il motivo per usare delle icone popolari: farmi avvicinare da alcune persone. Il 16 dicembre inauguro la videoinstallazione dove parlerò della prima migrazione Napoli-New York, un lavoro in bianco e nero: la traversata, il dolore, la nostra storia. Napoli è stata una città che ha vissuto in prima persona questa migrazione, si sono svuotato paesini interi e partivano tutti dal porto di Napoli. Ho fatto un lavoro di ricerca negli archivi, ed è stato molto triste. Questo seguito che mi sono fatta attraverso queste operazioni di street art vedrà totalmente altro: qualcuno magari resterà deluso, non lo so.

Levami una curiosità, ma il 16 dicembre non è anche il giorno di San Gennaro?
Esatto. Ed è stata una casualità, una coincidenza enorme. Non l’ho decisa io la data, è il museo che me l’ha data.

C’è un fatalismo che è molto napoletano…
Quando il museo mi ha detto “il 16 dicembre” ho pensato “eccallà, tutto torna”.

Si sente il profondissimo legame di un’artista con una città specifica: molti artisti vanno in giro, si muovono tanto. Con te è la tua città, la storia della città, a nutrirti…

Napoli non è una città come le altre.

Ti parla continuamente, nel bene e nel male: è un’anima vecchia, non puoi non ascoltarla. Io ho deciso di restare qui, non vado nemmeno più in giro per residenze. È il mio lavoro che deve camminare e deve portare me in giro per il mondo, non sono io che devo portarlo in giro. La sfida continua e più grande per me è vedere come e quanto cammina. Altrimenti non ha senso. Non mi servo delle amicizie, è il lavoro che deve andare avanti. Ogni tipo di lavoro, se sei onesta e lui emana onestà, camminerà sempre. Sono venuti ad intervistarmi due videomaker per un progetto e mi hanno chiesto della napoletanità dei miei lavori: ma dove lo vedete scritto “Napoli?” Però pure se metto un norvegese col baccalà in mano e il titolo in svedese, è comunque un lavoro napoletano (ride). Sono io che li faccio, la verità esce sempre fuori: succede ad artisti africani, palestinesi, israeliani, arabi, cinesi… La napoletanità emerge. Devo solo essere contenta e orgogliosa di questa cosa. Ci sarà sempre chi ti darà contro, ti critica, poi ci sono quelli che continuano ad amarlo. Ed è a loro che devo dare conto, sempre.

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