Fedele al libro e al suo mito ma con qualcosa di più: la recensione di Piccole Donne by Greta Gerwig

Jo le dice: “Tu non sei mai arrabbiata”. E la madre: “Lo sono, ogni giorno della mia vita”.

Alzi la mano chi non ha letto Piccole donne. E alzi la mano chi non lo ha riletto, ogni volta sempre più affettuosamente, attaccandocisi come all’orsacchiotto preferito. Per tante (ma veramente tante!) generazioni di donne, questo libro continuamente ripubblicato dal 1868, è stato un romanzo di formazione che ha divertito, commosso e fatto anche molti danni. A furia di identificarsi in Jo, la più intraprendente delle quattro sorelle March, in tante hanno pensato che diventare scrittrici fosse la strada per l’emancipazione e la felicità. Nessuna aveva fatto i conti con il problema della disoccupazione intellettuale e con la vertiginosa caduta dei tassi di lettura. Non sapevamo, noi piccole donne invasate come Jo, che ci saremmo ritrovate a vivere in un mondo dove tutti scrivono e pochi leggono. In un mondo dove, più che le sorelle March, hanno successo le sorelle Kardashian. E tuttavia, Piccole donne non ha mai smesso di illuderci. Tanto è vero che le versioni televisive e cinematografiche si sono ripetute nei decenni, fino ad arrivare a questa. È il secondo film diretto da Greta Gerwig (dopo Lady Bird), una regista, sceneggiatrice, attrice di grandissimo successo, in pratica un’aspirante Jo March che ce l’ha fatta. E senza rimanere zitella come Louisa May Alcott, l’autrice del romanzo. Gerwig è la moglie del regista Noah Baumbach (Marriage Story) e appena finito di girare Piccole donne, ha anche avuto un bambino.

Com’è il film di Greta Gerwig che in Italia esce il 9 gennaio? Bello, ispirato, fedele al libro e al suo mito ma con qualcosa di più. La regista smonta il racconto in pezzi, va a zig zag tra diversi momenti della storia della famiglia March e dirige le sue attrici con piglio sicuro: il suo alter ego Saoirse Ronan (ovviamente Jo!), Emma Watson (un’opaca Meg e chissà se lo sarebbe stata di meno se, come doveva essere inizialmente, il ruolo fosse andato a Emma Stone, non lo sapremo mai), Eliza Scanlen (la delicata Beth) e Florence Pugh, nel ruolo di Amy, vera rivelazione del film. E star del momento: Pugh, 23 anni, rivelata da Lady Macbeth e, più di recente, dall’horror intellettuale Midsommar sarà uno dei volti più popolari di questi anni Venti appena iniziati. (La rivedremo anche ad aprile, sorella di Scarlett Johansson in Black Widow).

Wilson WebbSony Pictures

Se Jo è sempre stata il fulcro della narrazione di Piccole donne (anche perché modellata dalla Alcott su sé stessa), Amy è la sua rivale, la sua nemesi, il suo opposto. Non esisterebbe Jo senza Amy e viceversa. Nel riabilitare la capricciosa e frivola Amy, Greta Gerwig risponde alla domanda di tutte le disperate lettrici di Piccole Donne:

ma perché è lei a sposare Laurie (un bravissimo Timothée Chalamet) e non Jo?

Perché Amy e Laurie sono simili, nella loro ricerca della felicità, mentre Jo ha in mente altro: Jo vuole “la stanza tutta per sé”, come suggeriva Virginia Woolf, Jo ha diversi progetti per la sua vita. Louise May Alcott non si è nemmeno sposata: Jo lo fa ma, suggerisce Gerwig, basandosi sui diari della scrittrice, il matrimonio è frutto delle pressioni dell’editore. A quei tempi, era inconcepibile che l’eroina di un romanzo non coronasse un sogno d’amore con le nozze.

Wilson WebbSony Pictures

Insomma, non si può non andare a vedere questo nuovo Piccole donne. Per i costumi e l’ambientazione, di grazia assoluta, ma anche per il ritmo dei dialoghi. Senza alterare i contenuti del libro, Gerwig lo ha modernizzato: parlano spesso e volentieri tutte insieme, le donne di casa March. Sono di fretta, sono elettriche, esprimono bene quella smania di crescere e trovarsi un posto nel mondo che si prova solo quando ancora si hanno ancora davanti innumerevoli possibilità di sbagliare.

E tanta vivacità si trova persino nel sense of humor dell’anziana zia March (Meryl Streep): “Tu non ti sei sposata!” le dice Jo. E lei risponde: “Perché sono ricca”.

Ecco, i soldi, il rapporto delle donne con i soldi, sono l’altro grande tema di Piccole donne che Greta Gerwig ha giustamente voluto illuminare: non c’è femminismo senza emancipazione economica, non c’è sogno artistico che possa dirsi realizzato se non riesce a diventare una professione.

Wilson Webb / Sony Pictures

Rispetto ai Piccole donne cinematografici del passato, questa chiave di lettura è un interessante passo avanti. Certo, la Jo di Katharine Hepburn nel 1993 era magnifica: Saoirse Ronan la ricalca con decisione e fa bene, è sempre un’ottima idea ispirarsi ai grandi! La Amy di Elizabeth Taylor nel 1949 era bellissima, la più bella mai apparsa e Susan Sarandon nel ruolo della madre nella versione del ’94 aveva iniziato a togliere l’aria da angelo del focolare al personaggio. Ma con Laura Dern la rivoluzione (femminista) di Piccole Donne è completa.

Jo le dice: “Tu non sei mai arrabbiata”. E la madre: “Lo sono, ogni giorno della mia vita”.

Forse il messaggio femminista di Louisa Alcott non sta tanto nelle ambizioni di Jo, come abbiamo sempre pensato, ma nell’esplicitare quello che la madre le ha trasmesso: che la voglia di cambiare il mondo arriva dalla rabbia e dal senso di frustrazione di cui è fatta la storia delle donne. Piccole e grandi.

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