Un biopic non biopic: la recensione di Hammamet di Gianni Amelio

La fine, la rabbia, il rancore, la storia di Bettino Craxi, un uomo torturato dal diabete in quello che lui chiama esilio e la magistratura chiama latitanza.

Rome Film Fest 2019
Mondadori PortfolioGetty Images

Il protagonista del film Hammamet di Gianni Amelio (dal 9 gennaio al cinema) non si chiama nemmeno Bettino Craxi, ma solo e sempre semplicemente Il Presidente. Del resto, non è necessario che porti quel nome: la perfezione del lavoro del make-up team e Ia favolosa impresa (artigianale ma ispirata, impressionante eppure mai imitativa) di Pierfrancesco Favino fanno rivivere Bettino Craxi come nemmeno le teche Rai. La voce, i gesti, la camminata, tutto: siamo a livelli Gary Oldman/Winston Churchill e forse persino oltre.

Hammamet non è un biopic o, meglio, è un biopic come usano ora: si sceglie un momento della vita del personaggio e ci si concentra su quello (è così anche quella su Judy Garland, per esempio). E, anche qui, il momento scelto è quello della fine, della rabbia, del rancore, della malattia. Mancano, però, quasi completamente dei flashback che spiegherebbero/dovrebbero spiegare perché siamo arrivati a questo punto della storia di questo misterioso Presidente. Il film è fitto di riferimenti sottili e si dà un po’ troppo per scontato che gli spettatori sappiano a menadito le vicende della Prima Repubblica e i motivi della caduta di quelli che un tempo erano stati dei. Insomma, quest’uomo senza nome ma identico a Bettino Craxi, vive ad Hammamet, torturato dal diabete in quello che lui chiama esilio e la magistratura chiama latitanza. Viene visitato da alcune persone del suo passato (un’amante, Claudia Gerini, bravissima attrice qui sottoutilizzata), perlopiù passa il tempo in compagnia della figlia e della moglie (Silvia Cohen, altra bravissima attrice, sottoutilizzata sempre dal nostro cinema). Viene a trovarlo il figlio psicopatico di un ex compagno di partito suicidatosi (pare) nel dopo Tangentopoli: il ragazzo è strano, forse un potenziale assassino/attentatore, forse una specie di amico immaginario che dovrebbe rappresentare il senso di colpa, la coscienza, il rimorso di quest’uomo che è stato così potente.

Pierfrancesco Favino, protagonista di Hammamet
Ernesto RuscioGetty Images

Presa una distanza siderale da ogni considerazione politica sulla figura di Craxi, sull’influenza che ha avuto nella storia della sinistra italiana ma anche sui comportamenti illeciti che lo hanno portato alle condanne in contumacia, Amelio sembra (semplicemente) voler ritrarre il potere umiliato e ferito. Più romanzesco che storico, insomma. Eppure, qualcosa non quadra: l’insistenza con cui si ripete che non esiste il “tesoro” di Craxi è la linea di difesa che è sempre stata dei figli, per esempio. Ormai, quale fosse la verità è anche abbastanza irrilevante, però dispiace che regista e sceneggiatori abbiano rinunciato a un po’ di dialettica su un personaggio così controverso.

Il regista di Hammamet, Gianni Amelio, e Pierfrancesco Favino
Ernesto RuscioGetty Images
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