Il congedo per i papà potrebbe cambiare: come, quando, perché spiegato per bene

La sottosegretaria al Lavoro Francesca Puglisi espone con parole semplici la modifica della legge che ci avvicina di un passettino in più verso la Svezia (e fa bene alla società).

Close-up of a mature man holding a baby girl in arms.
Halfpoint ImagesGetty Images

È in arrivo una modifica del congedo in caso di nascita di un figlio, un tema che ha sempre suscitato un dibattito acceso in un paese come l’Italia (ma non solo da noi) che non sembra ancora pronto a liberarsi da alcune abitudini legate a un tipo di società – e di famiglia a modello unico – che non esiste più. Di questa modifica se ne sta facendo portavoce la sottosegretaria al Ministero del lavoro Francesca Puglisi: “da una proposta nata fra le donne del Partito Democratico, di cui si parlò già nel seminario Towanda Dem del 2018, unita alla direttiva europea che sollecita misure favorire per l’occupazione femminile”, spiega Francesca Puglisi.


“Non bastano le politiche di conciliazione dei tempi di vita e lavoro, se a conciliare sono sempre le donne. Serve condivisione, nella coppia, del lavoro di cura”. In cosa consiste questa riforma? Al momento la legge prevede cinque mesi obbligatori di maternità per la madre, ma la legge n. 92 del 28 giugno 2012 ha istituito anche il “congedo obbligatorio e il congedo facoltativo, alternativo al congedo di maternità della madre, fruibili dal padre lavoratore dipendente anche adottivo e affidatario, entro e non oltre il quinto mese di vita del figlio”. Nel 2016 il periodo è stato aumentato da due a quattro giorni, con la legge di bilancio 2019 i giorni sono saliti a cinque. Per quella del 2020 è stato portato a sette. La nuova proposta prevede un unico congedo familiare di sei mesi, quindi un po’ più lungo rispetto ad oggi, da condividere fra padre e madre. Ma ce lo spiega meglio la sottosegretaria, che se ne sta occupando (e non da sola).

"Io ho 3 figli, un maschio e due femmine", racconta la sottosegretaria Puglisi, "e a volte dico loro scherzando che avrei bisogno di una moglie, per cui su questo argomento so di che si parla, anche ora mi aiuta mia madre. Conciliare lavoro e maternità, prima ancora, non è stata un’impresa semplicissima. Una domanda che si fa solo alle donne in carriera è proprio: come fai a conciliare lavoro e maternità. Ma considerare il lavoro di cura e accudimento un appannaggio delle donne è qualcosa da cui dobbiamo uscire fuori. Questa è una rivoluzione che ci chiede di fare anche l’Europa con una direttiva specifica, altrimenti, ci sono delle conseguenze sociali. Il gender pay gap. la bassa partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro, soprattutto nelle regioni del mezzogiorno d’Italia, fino alle pensioni basse che percepiscono poi dopo carriere lavorative frammentate, sono alcune delle trappole che fanno cascare nella violenza domestica. Alcune donne vi restano imprigionate proprio perché non hanno autonomia lavorativa.

La politica deve fare dei passi avanti molto veloci e realizzare una rivoluzione simile a quella fatta in Svezia, che prevede il congedo unico per padri e madri, perché possa essere condiviso liberamente ed è un congedo retribuito all’80% e il 20% del periodo non può essere trasferito all’altro genitore. Questo non è facile spiegarlo ai media, oggi in molti hanno scritto che l’80% del tempo ricade sulle madri e il 20% i padri. Invece il modello svedese dà una grande libertà su come condividere il periodo del congedo. Per non fare passi indietro rispetto ai diritti già esistenti in Italia, col congedo di maternità di cinque mesi, si potrebbe invece pensare a un unico congedo parentale di sei in modo tale che ne restano 5 e se ne aggiunge uno che rappresenta quel 20%. Sono temi che approfondiremo con le esperte in un confronto con i sindacati e le imprese. La difficoltà principale è far comprendere uno strumento di rottura come questo, nell’abbattimento degli stereotipi sociali secondo i quali debbano essere solo le donne a doversi prendere cura dei figli.

Le reticenze delle donne
. Ci sono donne che non riescono a uscire dal concetto “i figli sono soprattutto delle madri” e che si sentono declassate da questo tipo di riforme. Cosa possiamo dire loro?

"Nessuno, ovviamente, vuole far retrocedere le donne dal piacere dell’accudimento del proprio bambino o bambina nei primissimi mesi di vita; però nel nostro paese accade una cosa molto grave, cioè sta risalendo il numero di donne che abbandonano il lavoro dopo la nascita del primo figlio. A queste rivolgo un appello: attenzione, non fate questo errore! Può sembrare una scelta di libertà, ma nel tempo si può rivelare una trappola, sia per voi che per i vostri figli. Prima di tutto, perché abbandonato il posto, non si rimane al passo, non si aggiornano le proprie competenze e dopo diventa complicato rientrare nel mondo del lavoro che ultimamente si evolve in modo ancora più veloce di prima, sia per la tecnologia, sia perché stiamo per affrontare una transizione verso il sostenibile".

"Con tutto l’ottimismo possibile, non si sa mai cosa ti riserva il futuro, a te e alla famiglia. Inoltre, queste scelte riguardano anche i figli. Non è infrequente che con la crisi di mezza età una coppia decida di prendere strade diverse, e se la donna non è autosufficiente può essere un problema. Non escludiamo anche malattie e quant’altro. Tutte abbiamo delle amiche pentite perché ci stanno passando. I figli poi, maturano meglio se hanno un rapporto equilibrato col padre ma anche quando hanno una propria autonomia frequentando gli asili nido, non è un caso che questo governo nella legge di bilancio abbia investito così tanto nell’abbattimento delle rette per permettere a tutti i bambini e bambine di accedervi, e per metterne a disposizione risorse a quei comuni che non li hanno ancora aperti. È dimostrato che il bambino che ha avuto una frequentazione dell’asilo nido, rispetto a chi sta a casa, ha più successo nel percorso scolastico. Sono politiche amiche delle donne ma anche di tutta la società, attraverso la giusta formazione dei bambini. E alle bambine fa bene vedere la mamma realizzata anche sul lavoro".

Le reticenze degli uomini. “Non ho preso il congedo parentale, nel mio ufficio chi lo fa viene preso in giro dai colleghi perché una cosa per donne”. Quanti uomini lo hanno detto?
"Queste rivoluzioni normative aiutano anche a far maturare molto più velocemente la mentalità. La cultura. Pensiamo alla legge Cirinnà sulle Unioni Civili del 2016, al balzo culturale enorme che ha fatto fare al nostro paese e come ha sensibilizzato sul tema del rispetto per tutti e sulla situazione della comunità Lgbt. Per questo è spesso compito della politica dare una spallata agli stereotipi della nostra società per spingerla a evolvere. Ma attenzione, non è solo un tema culturale: ce lo dice anche la Commissione Europea che si tratta di una questione di crescita economica. Le donne che non lavorano, che oggi sono anche più istruite dei colleghi uomini, sottraggono alla società una preziosa risorsa di capitale umano. Con la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo e col ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano - un tema condiviso anche dalla ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti - ci stiamo impegnando molto per favorire l’occupazione delle donne, soprattutto nel mezzogiorno".

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