“La speranza è una cosa pericolosa”, la recensione di 1917 di Sam Mendes

Quando esce in Italia, perché vederlo, cosa NON aspettarsi.

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Vi state chiedendo se andare a vedere questo 1917 di Sam Mendes? Per me sì. Non solo perché ha ricevuto 10 nomination agli Oscar 2020 (e ne vincerà qualcuno, magari proprio quello al miglior film), non solo perché è tecnicamente interessante, ma perché non è un “film di guerra” bensì un “film sulla guerra”.

In 1917 la guerra è vista come sangue, fango e fuoco. Come sacrificio degli innocenti, zenit della paura, rimescolamento di destini. Ma anche come solitudine e spaventoso silenzio.

Adesso voi mi direte che avete già visto Salvate il soldato Ryan e Dunkirk e quindi di guerre passate, raccontate da grandi registi ne avete avuto abbastanza. Un attimo. Intanto, a differenza dei film di Steven Spielberg e Christopher Nolan, 1917 è sulla Prima guerra mondiale e non sulla Seconda, come da data nel titolo. E poi, Sam Mendes ha scritto e diretto questo film ispirandosi ai racconti del nonno Alfred che, a 17 anni, andò soldato con i fucilieri britannici.

Inoltre, per gli appassionati di tecniche di ripresa, 1917 è un unico piano sequenza (un po’ come Birdman di Alejandro González Iñárritu) e ci porta dentro le trincee della prima guerra mondiale come dentro un videogioco, creando un effetto claustrofobico e ossessivo. In realtà, in parte ci sono degli stacchi, ovviamente. Tuttavia, come va di moda dire oggi, si tratta di un’esperienza “immersiva”. Mendes vuole mostrare l’orrore insensato di una guerra lontana nel tempo eppure vicina a tutti noi, perché seguiamo il punto di vista di un ragazzo qualsiasi, intrappolato in un viaggio dall’esito incerto, quasi un romanzo di formazione concentrato in un’unica giornata.

Siamo infatti per tutto il tempo nello sguardo e nella testa del protagonista, un soldato incaricato di portare un messaggio al di là delle linee nemiche. L’arrivo a destinazione del messaggio potrebbe salvare la vita a 1600 soldati. O forse no.

1917 non è un film retorico, anche i momenti più drammatici e commoventi sono gestiti con attenzione e freddezza. Ed è perfettamente in linea con la filmografia di Mendes che è il regista di American Beauty (la consapevolezza della fine della gioventù), Revolutionary Road (la consapevolezza della fine dell’amore), Skyfall e Spectre (la consapevolezza della fine dell’eroe convenzionale) e questo, che rappresenta la consapevolezza della fine della speranza. Non a caso, un personaggio (non dico chi per evitare spoiler) verso la chiusura del film pronuncia una delle poche frasi dell’asciutto copione, che suona come un slogan per l’intero racconto:

“La speranza è una cosa pericolosa”.

Mendes, ex marito di Kate Winslet, è un regista di formazione teatrale e dirige, anche qui in trincea, con grande maestria. Gli interpreti sono perlopiù poco noti, a partire dal protagonista (il giovane George McKay, lo avete visto come figlio di Viggo Mortensen in Captain Fantastic), ma ci sono tre “camei” abbastanza formidabili affidati ad altrettante star del cinema inglese: Colin Firth, Mark Strong e Benedict Cumberbatch.

Il film esce in Italia il 23 gennaio. Nel frattempo, all’estero, a parte le nomination agli Oscar e la vittoria come miglior film drammatico ai Golden Globes che ha colto molti di sorpresa, 1917 ha raccolto recensioni spaccate a metà. Chi lo considera un capolavoro senza se e senza ma, chi fa le pulci all’operazione: il famoso piano sequenza è finto e non convince, il film è una ricostruzione astratta e fasulla, si affida troppo agli effetti digitali. Datemi retta, vale il prezzo del biglietto.

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