Le finlandesi hanno ancora bisogno degli uomini?

Viaggio nel paese con il livello più alto di emancipazione femminile per scoprire come è successo e se le donne sono davvero felici.

Finlandia donne
Laif/Contrasto

Le elezioni dell’aprile 2019 rappresentano un momento memorabile per la Finlandia. Non stiamo parlando di Sanna Marin, il primo ministro più giovane al mondo, entrata in carica a dicembre. No, parliamo delle elezioni più combattute di sempre, quelle vinte dai Socialdemocratici sui Veri Finlandesi (populisti) con un margine dello 0,2 per cento. Immaginiamo la suspense, la diretta fiume con Sini Karppinen - una sorta di Lilli Gruber lappone -, gli exit poll centellinati fino allo spasimo. Insomma, ci siamo capiti.

Ebbene, ci sono 5,5 milioni di abitanti in Finlandia e - dati ufficiali - 2,5 di loro quella sera erano davanti a un televisore. Sini Karppinen? Neanche per sogno. Il popolo stava impazzendo per Susanna Tapani, l’attaccante di Laitila che ha segnato un goal agli Usa nella finale del mondiale femminile di hockey in programma proprio la sera del voto. Due milioni e mezzo di finlandesi, record di share di tutti i tempi. Altro che Sini Karppinen.

Gli stereotipi vanno maneggiati con cura, a volte tenuti a distanza, ma quando arrivo a Helsinki stanno tutti nel mio bagaglio a mano. Hockey su ghiaccio e donne qui rappresentano una religione e icone di culto planetario. Quella finale ne è la prova. Quando poi alla guida del governo è andata una 34enne (13 ministri su 20 sono femmine) qui hanno sbadigliato, mentre nel resto del mondo le prime pagine trasudavano di stupore e retorica maschilista.

Sono davvero nel paradiso per le donne, come da mezzo secolo recitano tutti gli indici riguardanti la parità di genere?

Il primo testimone oculare è Emma Terho, una mamma 38enne con una laurea in finanza che a 16 anni divenne la più giovane olimpionica del suo Paese. Ovviamente nell’hockey. Le spiego i motivi del mio viaggio e mi osserva come se uscissi dalla foresta con una sveglia al collo. La incalzo: possibile che da bambina, imbracciando un bastone, nessuno le abbia detto che è uno sport da uomini? «No, mai. Come nessuno ha protestato
quando mi sono dedicata alla finanza, territorio generalmente da maschi. Pensi poi che l’hockey femminile quando ero ragazzina non era così diffuso, quindi mi toccava giocare solo coi ragazzi. Ma nessuno ha mai sollevato obiezioni. Cresciamo così, mai esistito il problema».

Ha giocato negli Stati Uniti e in Russia, oggi è membro del Comitato Olimpico e lavora perché altre donne, di altri Paesi, possano ambire a diritti come qui in Scandinavia: «Quanto siamo privilegiate lo capisci viaggiando. A Nižnij-Novgorod, dove ho giocato per un anno, le hockeiste sono idoli, ma perché sono atlete riconosciute. Fuori da quell’ambiente mi hanno fatto capire senza mezzi termini che il posto delle donne è a casa a prendersi cura della cucina».

A Helsinki invece si prendono cura di multinazionali e start-up di successo. Oltre il 50% delle donne sta nei consigli di amministrazione. Il fenomeno del #MeToo qui si affronta con discrezione ma è una questione che riguarda tutti, anche gli uomini.

Minna Parikka è la fondatrice di una linea di scarpe che ha conquistato il mercato finlandese. Disegna calzature con solette a forma di orecchie di coniglio e tra poco lancerà la prima scarpa “vegetale” disegnata con un materiale ricavato dall’ananas. È un caso commerciale, ha quindici impiegati, tutti rigorosamente di sesso femminile. «È difficile assumere un uomo, ci ho provato ma non funziona. Gli uomini, almeno nella mia esperienza, faticano più di noi ad assumersi le responsabilità. Noi ragazze sappiamo affrontare i problemi risolvendoli più rapidamente. E non abbiamo un ego che ci comanda».

Minna, poco più che trentenne, donna in carriera, apre però la prima crepa in questo sistema all’apparenza ideale. Che siano gli uomini a richiedere il rispetto dei diritti?
«Non proprio», mi corregge, «perché devi sapere che anche qui sopravvive un certo maschilismo. Anche se non si dice. Quando ho iniziato avresti dovuto sentire i commenti insopportabili degli imprenditori più anziani. Non credevano che una ragazza potesse capire di business.
Certo, qui stiamo meglio rispetto al Sud d’Europa. La manifattura delle mie scarpe è in Spagna e all’inizio il fornitore neppure voleva trattarci con me. Dovevo alzare la voce. Gli dicevo: scusa, paghiamo regolarmente e siamo in crescita, che problema hai? Inorridiva a negoziare con una donna. Quando mi ha accordato il prezzo richiesto, ha aggiunto che lo faceva solo perché sono molto carina. Pazzesco».

Minna, dotata di energia contagiosa, ha solo un piccolo, grande cruccio: «La nostra indipendenza arriva da lontano, ma sento che l’immagine da super donna finisce col danneggiare la nostra femminilità. Questa è una società poco romantica, flirtare è rarissimo e il fatto che le donne si prendono quello che vogliono quando vogliono, produce generazioni di maschi passivi. Sento che ci stiamo perdendo qualcosa».

E prima di salutarmi mi chiede seria: «Scusi, ma lei trova che io possa intimorire gli uomini?».
Devo fare un po’ di ricerca, prima di rispondere. Minna dice che devo cominciare dai locali di karaoke che in Finlandia spopolano, è lì che ragazzi e ragazze fanno le prove generali. La ascolto e alle undici di sera mi trovo al centro di Helsinki in una specie di bolla antropologica dove giovani muscolosi ricoperti di tatuaggi strapazzano Gloria Gaynor lanciando un grido disperato, cimentandosi in I will survive...

Al karaoke si presentano piccole bande separate tra loro e guardinghe: uomini e donne. Si registrano sguardi in tralice e carne bene in vista a dispetto dei gradi a zero. C’è solo l’alcol per sperare in una tregua.

Allora mi rivolgo a una scienziata, Linda Liukas, una biondina effervescente poco più che trentenne che è pure una celebrità internazionale. Solo qualche anno fa Linda, ingegnere informatico, creava sistemi operativi. Poi a Stanford, vagamente annoiata dal grigio mondo accademico, s’è messa a disegnare pupazzetti ispirati dai software. La volpe per Firefox, il Leopardo per Mountain Leopard di Apple ecc. Ha fatto un crowdfunding per creare un libro per bambini, ha raccolto mezzo milione in una notte e oggi è tradotta in 28 Paesi. Linda conferma la mia percezione (e i timori di Minna) secondo cui uomini e donne finlandesi comunicano poco e male.

«C’è di sicuro bisogno di più contatto umano. Ma rifletta: in Scandinavia sono nate le più grandi innovazioni tecnologiche, passiamo molto tempo al buio e isolati a inventarci Skype oppure Spotify. Siamo figli dell’era Nokia e forse solo oggi capiamo che la tecnologia non basta più. Ho un progetto, una specie di utopia: creare sistemi operativi che rendano la tecnologia meno aggressiva. L’epoca della dipendenza da schermo sta per finire. Per i miei libri potevo fare un’applicazione, mi sono rifiutata. Dobbiamo tornare al libro, agli oggetti che occupano spazio. Forse il telefono sarà integrato nello spazzolino o nella borsa da viaggio, ma siamo alla ricerca di più umanità e di una tecnologia che ci avvicini alla natura. L’opposto di quel che accade ora».

Le chiedo se anche lei (che è single) si sente di intimorire gli uomini. Ci pensa su: «Di sicuro non quelli del mio giro, tutti piuttosto affermati. Ma se ci penso forse sì, alcuni soffrono come me che a 17 anni ho deciso che nessun modello femminile tradizionale mi andasse bene».
È sempre merito del sistema educativo? «Sì e no. La scuola finlandese è eccellente per l’uguaglianza dei sessi e l’autonomia che ti inculca. Ma non è perfetta. Da noi soffriamo la legge di Jante, che è l’atteggiamento sociale della comunità che punisce chi cerca di eccellere, chi non rispetta i ranghi. Sa invece qual è il nostro vero modello? Pippi Calzelunghe, il personaggio creato da quel genio di Astrid Lindgren, che negli anni 40 aveva capito già tutto». Pippi la lentigginosa che solleva un cavallo con una mano e fa impazzire i ragazzini. Tutto chiaro.

«So che per voi è difficile da capire», mi consola, «all’estero manca la flessibilità culturale. In America concepiscono solo due tipi di donne: Hillary Clinton o Kim Kardashian. In mezzo il deserto. Quando ho lanciato la mia campagna di crowdfunding per i libri, mi sono messa una gonna carina e un po’ corta. E tutti a dire: “Di sicuro i libri glieli scrive qualcuno…”».

Le chiedo se davvero il karaoke è il luogo per capire le dinamiche maschi/femmine. Ride di gusto. Mi segnala un locale nascosto nel cuore di Helsinki. Ci vado e quasi non ci sono insegne a indicarlo. È un cocktail bar sofisticato. All’interno, solo coppie che parlano fitto, a lume di candela. Il posto si chiama Liberty or Death. Libertà o morte. Ragazzi e ragazze si guardano dritti negli occhi e sembrano aver fatto la loro scelta. È l’inizio di un altro reportage.

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