Alex Katz, l'uomo che dipinge sua moglie da 50 anni

Nell'intervista in esclusiva il grande artista ci spiega la sua decisione di raccontare la bellezza. E ci dice che senza Ada, la sua musa, sarebbe solo un pittore qualunque della periferia di New York

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Alex Katz

Quando si parla di lui i critici vanno sempre in tilt. Perché a 92 anni Alex Katz è praticamente impossibile da classificare in una corrente artistica (ammesso che sia necessario farlo). Per gli amanti delle cose facili potrebbe essere considerato l’anello di congiunzione tra le due grandi generazioni della pittura americana: quella dell’Espressionismo astratto e quella della Pop Art. Ma non è né espressionista, né tantomeno pop.

Andrea Rossetti. Courtesy Monica De Cardenas

«Dipingo volti di grandi dimensioni e quindi pensano che sia pop: non è così», precisa tra il divertito e lo stizzito. Nato a Brooklyn da una famiglia di ebrei russi fuggita in America dopo la rivoluzione bolscevica, è cresciuto a St. Albans, nel Queens. Sua madre Isa era una stella del teatro yiddish del Lower East Side. «Si faceva chiamare Ella Marion, conosceva sei lingue e fin da bambino mi faceva recitare Edgar Allan Poe», ricorda l’artista. Oggi Alex vive e lavora fra il cottage nel Maine e un luminoso loft, un tempo officina meccanica, all’ultimo di cinque piani di un palazzo nel cuore di SoHo. Il suo laboratorio è separato dalla zona giorno da un lungo corridoio. Da mezzo secolo dipinge qui, accanto alla musa di sempre: la moglie Ada. Conosciuta durante una mostra nell’autunno del 1957, l’ha conquistata, da vero fuoriclasse, dopo averla invitata a un concerto di Billie Holiday. Da quel giorno l’ha ritratta oltre duecento volte, a ogni ora del giorno e della notte e da ogni angolazione possibile. Sì, perché Alex è davvero instancabile. Alto, fisico asciutto, si sveglia tutte le mattine alle 7,30 con una serie di 300 flessioni e 400 sit-up. Poi si infila nel suo atelier e inizia a dipingere. Lavora sette giorni su sette, spesso fino a tarda sera. Un uomo bionico. Lo incontriamo in occasione della sua mostra alla Galleria Monica De Cardenas a Zuoz, piccolo centro a pochi km da Sankt Moritz, in Svizzera. In scena oli, schizzi, disegni e opere su cartone in cui il pittore ha immortalato amiche, ma soprattutto la moglie Ada. Quest’estate, a partire dal 23 giugno, sarà invece il Thyssen-Bornemisza di Madrid a puntare sull’artista americano con una grande mostra, curata da Guillermo Solana e Tomàs Llorens, dove saranno esposti trenta quadri giganti dominati anche stavolta da donne. Mentre nel 2022 sarà la volta del Guggenheim di New York a rendergli omaggio con una delle retrospettive più complete di sempre.

Patrick McMullan

Perché le figure femminili che sceglie sono tutte attraenti? Perché sono innamorato di ognuna di loro. Le donne dei miei lavori rappresentano il mio ideale di bellezza. Credo che il mondo, soprattutto quello di oggi, abbia sempre più bisogno di bellezza.

A proposito, perché ha dipinto così tante volte sua moglie Ada? Perché è la modella perfetta. Attraverso il suo viso volevo sperimentare una pittura figurativa nuova, diversa. C’è stato un periodo in cui Ada aveva una bellezza universale: guardava molti film e i suoi gesti inconsciamente venivano da quell’immaginario. Poi ho continuato a ritrarla negli anni, anche quando è diventata più matura. Ero come un regista che le chiedeva di interpretare ogni volta un ruolo diverso. Ciò che ho sperimentato con lei, l’ho poi applicato ad altri miei modelli. È stata fondamentale.

Cosa le piace del suo viso? Ha il naso piccolo, le labbra carnose. Picasso sarebbe impazzito per lei.

Alterna ritratti di persone a piante rigogliose. Se Ada fosse un fiore? Sarebbe senz’altro una rosa. C’è come un linguaggio comune in quei petali, proprio come nell’aspetto di Ada.

Qual è per lei la più grande differenza fra uomini e donne? Le donne hanno più spirito di adattamento. Gli uomini sono meno malleabili.

Ha passato la gioventù nel sobborgo di St. Albans. Quanto c’è di quel periodo nei suoi quadri? Molto. In casa avevamo tanti dipinti appesi alle pareti. C’erano degli acquerelli che hanno influenzato il mio modo di raccontare i fiori. Ma la cosa che più di tutte si ritrova nei miei lavori è la natura di quei luoghi. Amavo il Queens. Sa, un tempo era un’oasi verde, piena di foreste...

Fatico a immaginare il Queens invaso dai boschi. Eppure era così. Negli anni Trenta l’area era campagna, alla periferia di New York. C’era qualche sobborgo. Ricordo una fattoria. Il contadino poi ha venduto il terreno e hanno cominciato a costruire case. Le strade erano sterrate. Non c’erano centri commerciali, né chiese o sinagoghe.

Nostalgia di quel periodo? Era un momento particolare. I miei vicini venivano da tutto il mondo, soprattutto da Inghilterra e Germania. L’unica cosa che avevano in comune era il loro status sociale.

Andrea Rossetti. Courtesy Monica De Cardenas

Ha sempre dipinto amici benestanti in paesaggi da sogno. Che ne è dell’altro lato della vita, quello dominato da squallore e povertà? Non mi interessa farlo ora. All’inizio realizzavo acquerelli dove c’erano poveri e posti squallidi. Poi ho sentito il bisogno di cambiare, di creare opere nuove. Le situazioni depresse non mi parevano innovative.

I suoi dipinti sono raffinati. Cosa prova la gente quando li ammira? Ognuno legge il mio lavoro in maniera diversa. C’è chi crede sia elegante e chi superficiale. Chi lo considera realista e chi stilizzato. Il ventaglio di emozioni che suscita è ampio.

Come fa a mettere nella sua arte le suggestioni della vita di tutti i giorni? Osservo, interiorizzo e rielaboro, anche inconsciamente. Ho un’idea precisa di come deve essere la mia pittura. Così, quando vedo qualcosa di coerente col mio modo di vedere le cose, è fatta.

È un artista difficile da classificare. Chi l’ha influenzata di più? Da ragazzo impazzivo per Cézanne. Oggi amo gli impressionisti, Matisse, i cartelloni pubblicitari, i film, le stampe giapponesi di Utamaro, le sculture egizie e i lavori di amici artisti.

Che ne pensa della banana appesa al muro da Maurizio Cattelan? È un artista originale. Anche se non ha nulla a che fare con la pittura, ha certamente molto da dire sull’arte e sul suo mondo. No?

Diciamo che ha capacità d’intrattenimento. È coinvolgente, ecco la parola giusta. L’arte deve essere coinvolgente, sa? È un suo dovere.

Come sono cambiati gli Stati Uniti negli ultimi anni? Si legge di meno. Si guardano più immagini e video. Ma è la lingua ad aver subito una rivoluzione. Siamo un Paese che attrae persone da tutto il mondo. Tutti cercano di adattarsi. E noi, per rendere l’approccio meno traumatico, semplifichiamo le cose. È un po’ ciò che è avvenuto in Cina, dove hanno reso la lingua più elementare in modo che possa essere intesa da più persone.

Andrea Rossetti

Quale sogno è riuscito a realizzare? Non mi capacito di dove sono arrivato. Da studente mi ero dato un tempo per diventare artista. Ci sono riuscito. La mia arte è stata apprezzata e ho avuto successo.

E uno non realizzato? Ho suonato il violino per quattro anni, ma non avevo talento. Ho giocato a basket per la Cooper Union School. Ma anche quella non era la mia strada. Due delusioni.

So che adora il jazz, c’è un pezzo che avrebbe voluto scrivere? One O’Clock Jump di Count Basie.

Ha detto: «Dopo aver procreato, il passo successivo è la morte. Ma fra questi due eventi siamo in cerca di qualcos’altro». Ha scoperto l’“altro”? Davvero l’ho detto? Non ricordo. Per me si nasce e si muore. Non c’è nessun “altro”.

Crede in Dio? No. Credo nella cultura. E nel fatto che in noi esseri umani possano convivere sia l’arte, sia la violenza. Siamo come un collage.

E l’artista, che ruolo ha? Ha il privilegio di avere accesso all’interiorità delle persone, rendendola visibile. Non mi sembra poco...

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