Aggiornamento 11 marzo 2020: Harvey Weinstein è stato condannato a 23 anni di carcere in via definitiva dalla Corte Suprema dello stato di New York, dopo il precedente dibattimento della giuria e la prima sentenza. Il giudice James A. Burke ha accolto tutti gli argomenti dell'accusa, comminando a Weinstein 20 anni per gli abusi su Miriam Haley e altri 3 anni per lo stupro di Jessica Mann.

La storia degli anni 20 del terzo millennio sta in tre parole: Harvey Weinstein condannato. Il tribunale di New York ha dichiarato colpevole di stupro e molestie sessuali l’ex produttore della Miramax, confermando di fatto 2 dei 5 capi d’accusa che lo avevano portato di fronte al procuratore distrettuale. Le accuse più importanti, che lo indicavano come sexual predator, vale a dire un maniaco con uno schema preciso di approccio, sono invece cadute e non porteranno aggravanti alla posizione dell’ex tycoon, che rischia di scontare 29 anni di carcere. Una condanna che non passa inosservata e potrebbe determinare l'esito dell'altro processo ad Harvey Weinstein aperto presso il tribunale di Los Angeles, dove due donne lo hanno denunciato per stupro e molestie.

Ci sono volute 6 testimonianze di donne abusate, 26 ore di camera di consiglio della giuria e due anni e mezzo dalle inchieste giornalistiche congiunte di Ronan Farrow sul New Yorker e di Megan Twohey e Jodi Kantor sul New York Times per avere un primo verdetto su Harvey Weinstein. Nell’arringa vincente dell’accusa contro Harvey Weinstein l’avvocata Joan Illuzzi ha sottolineato come l'uomo avesse creato un mondo in cui le donne fossero solo subalterne: meno potere, meno mezzi difensivi, molto più da perdere. L’economia di questo universo di potere si basava sulle donne quali soggetti deboli e fragili, costrette a subire la superiorità del produttore dentro e fuori il lavoro: “Era il capo del suo universo, e le testimoni erano solo formiche su cui potesse camminare senza conseguenze”. A condanna ufficializzata, anche il procuratore distrettuale di Manhattan Cyrus R. Vance ha voluto rilasciare una dichiarazione: “Le donne che hanno testimoniato contro Harvey Weinstein hanno cambiato il corso della storia nella lotta contro la violenza sessuale. La società è in debito con loro. Queste donne hanno parlato con coraggio e prendendosi un grande rischio, e lo hanno reso possibile. Weinstein è un pericoloso predatore sessuale che ha usato il suo potere per minacciare, stuprare, assalire, mettere in difficoltà, umiliare e silenziare le sue vittime”. La replica della difesa di Weinstein affidata all’avvocata Donna Rotunno non si è fatta attendere: sarà appello contro la condanna e anche contro la decisione del giudice di tenere in carcere l’ex produttore fino alla sentenza definitiva, attesa per il prossimo 11 marzo.

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Nonostante le accuse più gravi siano cadute e non sia stata accolta la testimonianza dell'attrice Annabella Sciorra, una delle prime accusatrici assieme a Ashley Judd, Asia Argento e Rose McGowan, la condanna di Harvey Weinstein oggi è una pietra miliare nella cultura contemporanea. Il processo newyorkese è stato un test sul movimento #MeToo, ultimamente al centro di un acceso dibattito sulla sua efficacia. Ne è emerso un concetto importante, cruciale nei due casi di Bill Cosby e Harvey Weinstein: la credibilità delle vittime. In mancanza di stringenti prove fisiche per la lontananza dei fatti nel tempo, la questione centrale riguardava le donne abusate, la situazione in cui erano state abusate e violentate, e le loro parole contro quelle dei molestatori. Il lavoro del movimento #MeToo e le sue versioni locali (#balancetonporc in Francia, #quellavoltache in Italia) ha mostrato questo concetto fondamentale: l’abuso sessuale è legato indissolubilmente all'esercizio del potere attraverso la disparità. "Genere, razza, anzianità di servizio e disponibilità economica" sono le variabili che influenzano un rapporto di lavoro e umano, aveva raccontato la ex assistente di Harvey Weinstein Rowena Chiu denunciando ciò che lei stessa aveva subito.

Molestie, stupri, abusi psicologici possono avvenire anche in un contesto sociale apparentemente elevato e sicuro. Se i possibili predatori e stupratori sono più vicini di quanto si potesse immaginare, con il caso Weinstein si è sbriciolato lo stereotipo della violenza sessuale da parte di sconosciuti nei parchi o per strada: il caso della giornalista E. Jean Carroll che ha denunciato le molestie di Donald Trump 20 anni prima della presidenza USA lo ha sottolineato egregiamente. Il pericolo sono anche le persone note, i datori di lavoro, i colleghi di set, gli amici, gli amanti, i fidanzati. Chiunque si senta potente e invincibile per la sua posizione privilegiata può rappresentare potenzialmente un predatore sessuale, un violento, un molestatore.

La difesa di Weinstein ha provato a smontare la credibilità delle vittime basandosi sul fatto che comunque queste donne avessero continuato ad avere rapporti amichevoli con Weinstein, quando non a fare sesso, anche dopo lo stupro. Nella nuova ottica umana, la denigrazione femminile non ha posto d'azione: la relazione con i propri molestatori può essere molto complessa, dominata da dinamiche difficili da dipanare. “Le persone possono essere stuprate anche da qualcuno con cui hanno fatto sesso consensuale in precedenza. Le donne che sono state violentate possono essere d’accordo nel far sesso con i loro stupratori per proteggere loro stesse” ha specificato la giornalista Alyssa Rosenberg sul WP. Non sono solo parole, ma dati degli ultimi anni in tutto il mondo a convalidare questo schema sinistro: se le violenze domestiche sono un triste quadro, queste dinamiche sono amplificate in tutti quei contesti dove la possibilità di lavorare è strettamente legata alla benevolenza di un capo. L’importanza di questa prima condanna a Weinstein è nel cambio di paradigma culturale: la credibilità delle vittime vale.