“L’Italia è il mio traguardo, il mio balsamo”, Jhumpa Lahiri

Lettera dalla scrittrice Premio Pulitzer: "oggi, domani, dopodomani, siamo tutti italiani".

Jhumpa Lahiri
Leonardo CendamoGetty Images

Tra Jhumpa Lahiri e il nostro Paese l’innamoramento è iniziato diversi anni fa, quando lei venne a vivere per un periodo a Roma, all’American Academy, trasformatosi poi in un una lunga storia d’amore che continua ancora oggi. L’autrice di sette libri pubblicati in Italia da Guanda e vincitrice di prestigiosi premi, tra cui il Pulitzer, decise di viversi quella “storia” prendendo una casa poco lontana dalla trasteverina piazza San Cosimato, imparando a parlare un italiano perfetto e privo di accenti fino a scrivere persino un intero romanzo (Dove mi trovo) direttamente nella nostra lingua, cosa non facile o scontata per un’anglo-bengalese nata a Londra e poi cresciuta negli Stati Uniti. La scrittura - ci disse una delle ultime volte che l’abbiamo incontrata al Festival Letterature di Mantova - non è mai un dialogo con il pubblico, ma con altri scrittori e con altri testi. È per lei un atteggiamento, una condizione, un’abitudine, un viaggio che compie prima di tutto per se stessa, una sorta di isola deserta dove non c’è nessuno se non lei, un luogo necessario per pensare, vedere e quindi scrivere della vita in totale tranquillità. Tutto accade lì, in quella zona e quando scrive, cerca sempre di replicare ciò che vede - la condizione della solitudine assoluta - e per soddisfare una sua esigenza strana e intensa, necessaria per soddisfare chi legge. La voglia di imparare l’italiano e il saperlo usare così bene - tanto da arrivare a pensare in quella lingua e poi a scriverne - è la testimonianza di quel forte amore che la lega all’Italia e arriva ad essere “uno spazio privato” in cui si sente “più libera e alleggerita”. Poi però, come a volte accade, subentra un “imprevisto” che nel suo caso si chiama “distanza”. La Lahiri è stata chiamata ad insegnare all’università di Princeton e si è dovuta trasferire lì con parte della sua famiglia. In continua e comprensibile tensione tra l’esserci e il non esserci, tra l’abitare un luogo e l’andarsene, ha deciso comunque di continuare a vivere quella “storia” nonostante l’Oceano di mezzo. Appena ha potuto, però, è tornata da noi, perché è qui che si sente a casa, è qui che si sente protetta.

In questi giorni di emergenza sanitaria, quella distanza si fa sentire ancora di più e il non esserci la fa sentire piena di angoscia, “la stessa che proverebbe una figlia che non riesce a correre da un genitore gravemente malato per porgere la mano, perché non può farne a meno, perché si sente in dovere di farlo”, scrive in una lunga e commovente lettera che ci ha inviato. Le fa piacere che uno dei suoi due figli che studia proprio a Roma, sia riuscito a raggiungerla nel New Jersey dopo avergli spiegato che “l’Italia in questo momento ha bisogno di meno persone in giro” e che bisogna “dare al Paese tutto il tempo e lo spazio che gli servono per rimettersi in sesto”. L’Italia resta per lei “un traguardo, un balsamo”, e gli italiani le hanno già insegnato tantissimo e adesso continuano a farlo mostrandole come affrontare questo periodo: “con la schiena dritta, con rigore, con un po’ di ironia e sempre con ottimismo, sentendomi felicemente conquistata dal loro atteggiamento”. “Quello che non mi torna – tiene a precisare - è l’atteggiamento di alcuni verso un’Italia attualmente chiusa e colpita da una crisi senza precedenti. Suscita in tanti timore, perfino orrore. Incomprensibilmente, poca compassione. Dal presidente statunitense proprio niente. Io mi vergogno per questo”. “Mi sento ancora protetta dall’Italia, anche da un’Italia in ginocchio, da un’Italia piegata al più assoluto isolamento. È proprio in questo momento che l’Italia mi è vicina, che mi trasmette, nonostante l’oceano e per di più il divieto di Trump, la sua forza e la sua dignità, continuando a trasmettere affetto e consigli per tutelare me e la mia famiglia”.

Pesa davvero molto bene le parole di Jhumpa Lahiri, che anni fa fu anche membro della giuria alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di cui in molti la ricorderanno più bella che mai avvolta nelle creazioni di Armani. Da interprete straordinaria quale è, conferisce alle parole un’eleganza di stile e di forma unici, interpretando il suo essere donna. Di tutto questo ne avrete conferma anche voi rileggendo i suoi libri, a cominciare dal primo, L’interprete dei malanni (Interpreter of Maladies), ripubblicato proprio nelle ultime settimane in occasione del ventesimo anniversario (l’introduzione di Domenico Starnone è la ciliegina sulla torta): nove racconti coinvolgenti con personaggi anglo-bengalesi come lei e con le loro identità frammentate e storie cariche di vita. Tutti i suoi libri non sono racconti autobiografici, ma vengono dalla sua realtà e nascono anche per capire i suoi genitori, per riportare loro un mondo perso e tutta quella sofferenza che era dietro quella scelta di vivere negli Stati Uniti.

"Qualche giorno fa - continua - quando ho rinunciato all’ultimo momento all’idea di venire a Roma in questo periodo, ho pianto a lungo. Ma oggi, qui a Princeton, nella casa dove seguo le notizie in diretta come fossi nel mio soggiorno romano, finalmente mi rendo conto che le distanze fra me e l’Italia non esistono. E sono folgorata dal fatto che l’Italia, anche in una fase così critica, continui ad accompagnarmi e porgermi la mano. Negli ultimi giorni siamo diventati tutti per forza italiani. Il Coronavirus ha smantellato tutti i confini, tutte le distanze”. Si augura di poter tornare presto a Roma e in conclusione si rivolge proprio a tutti noi: “Cari italiani, se non vengo adesso per porgere la mano sappiate che non intendo proteggere me stessa da voi, ma l’inverso. Non avrò mai paura di starvi vicina, solo di perdere i contatti con voi. Da lontano, vi porgo tutta la mia solidarietà e tutto il mio affetto. Tramite le parole, nella lingua che ormai condividiamo, vi ringrazio di cuore per la prospettiva che mi state regalando ancora: l’esempio di come stare, di come fare e come resistere. Insieme”.

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