Giuriamo "Alta Fedeltà" a Zoë Kravitz e alla serie tv dell'anno

Ispirata al cult di Nick Hornby, High Fidelity con la "figlia di" del momento è un gioiellino per sprofondare nella 90s nostalgia.

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Vedere Zoë Kravitz – la figlia d’arte più cool del momento, che a 32 anni non solo firma una collezione di rossetti per YSL, ma è parte del cast di uno degli show più di successo dell’anno come Big Little Lies – interpretare una spiantata proprietaria di un negozio di vinili, sfortunata in amore e costretta a festeggiare i suoi trent’anni in solitudine non è certamente, almeno sulla carta, la scelta di casting più plausibile della storia. Anche se parliamo della ragazza per il cui undicesimo compleanno The Standard Hotel in Hollywood Boulevard ha creato il leggendario Purple Party, quando si comincia a vedere la serie tv High Fidelity (prodotta da Hulu e scritta da Veronica West e Sarah Kucserka) ci si rende conto subito che Kravitz è la scelta perfetta per interpretare Rob(yn), protagonista del romanzo del 1995 Alta Fedeltà di Nick Hornby, nella rilettura aggiornata al presente. Innanzitutto, il gender swap è interessante proprio perché teoricamente impossibile, visto che l’originale è un personaggio così tipicamente maschile che è difficile immaginare la possibilità di trasformarlo in donna. Rob è il nerd maniaco della musica, dominatore di uno spazio di fandom composto principalmente da uomini che esorcizzano le loro insicurezze sociali diventando esperti enciclopedici che sanno riconoscere anche la più sconosciuta b-side del più sconosciuto vinile della band più di nicchia. Una tipologia di uomo che lo stesso Hornby, a distanza di anni, ha preso satiricamente di mira con Juliet, Naked, diventato anche recentemente un film con Ethan Hawke.

Courtesy Photo / Phillip Caruso

Se questo tipo di spazi/spogliatoio (che riguardano non solo la musica ma anche i videogiochi, il cinema e molte altre passioni) nel 1995 erano fisici, oggi si vivono soprattutto online ma la dimensione del negozio di proprietà di Rob, Championship Vinyl, ne riproduce fedelmente le dinamiche in real life: per chi frequenta spazi del genere, la competizione è simile a quella degli esperti di sport e di qualunque altro argomento e ha la tendenza a lasciare fuori dal discorso – persino con violenza verbale – chiunque venga identificato come non esperto. Si tratta di un mondo in cui il gusto personale per la musica pervade la vita quotidiana a un punto tale da diventare una condizione necessaria per avere rapporti con qualcuno, un filtro attraverso il quale si guarda al mondo. Non a caso, le prime scene di questo nuovo High Fidelity ci mostrano Rob mettere in classifica perfino le sue rotture sentimentali, raccontandole attraverso le canzoni che hanno accompagnato le relazioni, e usare la musica come modo per indagare la personalità degli uomini con cui esce. Questa realtà dominata dalle preferenze e dai gusti, in cui è persino possibile classificare le relazioni come se fossero playlist, è stata per così tanto un dominio esclusivamente maschile che infilarsi in questi panni rischia di rendere un’attrice donna poco plausibile. Invece, per una felice combinazione di ottima scrittura e casting azzeccato, dal primo momento in cui appare in scena Rob il suo essere donna non diventa un elemento di discontinuità ma anzi, un valore aggiunto. Incredibilmente a rafforzare questa sensazione sono principalmente le scelte di look, che sembrerebbero una componente lontanissima dal mondo originale di Alta Fedeltà – dato che nel film di Stephen Frears del 2000, il Rob interpretato da John Cusack non solo vestiva malissimo, ma aveva anche un guardaroba limitato a una decina di capi. Molto di questo effetto si deve all’intervento di Colleen Atwood, dodici volte premio Oscar per i costumi e personalmente scelta da Zoë Kravitz per impostare il look dello show, che ha messo a disposizione il suo talento indiscusso per creare costumi che riescono a fondere lo spirito originale del personaggio con una femminilità contemporanea, ma piena di riferimenti agli anni ‘90, in un mix&match dal carattere unico che ha saputo persino fondere finzione e realtà, prendendo a prestito perfino il guardaroba personale di Kravitz: “è stato un sogno che è divenuto realtà. Io e Coleen siamo andate in giro per negozi vintage insieme, io ho portato un sacco di roba mia. Molte delle t-shirts di gruppi musicali ad esempio sono mie. Colleen ha disegnato questa fantastica giacca di pelle che è una specie di omaggio a quella che John indossa nel film”.

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Gli outfit di Rob sono diventati così un modo per evocare sullo schermo tutte le rockstar e le celebrity che negli anni ‘90 hanno incarnato un modello di approccio alla musica al femminile: dalle minigonne di Drew Barrymore e di Liv Tyler in Empire Records, ai cardigan che Courtney Love condivideva con Kurt Cobain, dalle camicie hawaiane che fanno tanto Kim Gordon agli abitini a fiori che Alicia Silverstone indossava nei video degli Aerosmith, il tutto frullato con accenti che fanno riferimento al mondo hip hop (il fatto che Zoë Kravitz sia afroamericana è un altro cambiamento importante per questo adattamento, che non viene sottolineato nel plot ma viene omaggiato da scelte di stile e di dialogo), easter egg per gli amanti del film (la maglietta di Dickie’s, che indossava anche John Cusack) ed elementi molto contemporanei come i mocassini Gucci indossati con il calzino bianco di spugna – altra citazione anni Novanta che chi amava Meg Ryan riconoscerà come un elemento tipico del suo guardaroba – o gli stivaletti platform di Helmut Lang che vengono diretti dal guardaroba di Kravitz. Per molti versi, il look di Rob è un mix contemporaneo e citazionista che non stonerebbe proprio su una passerella di Gucci e che regala al personaggio un’immediata distinguibilità che non vedevamo forse dai tempi del mitico guardaroba di Carrie in Sex and The City: unico e stylish, fusione perfetta di estetica e contenuto, maschile e femminile per un personaggio che è esso stesso quel tipo di mix di forza e fragilità che ritroviamo spesso nelle grandi icone al femminile del rock.

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Gli altri personaggi e specialmente Cherise (variazione sul personaggio incarnato da Jack Black nel film del ‘95 e interpretata dalla super cool Da'Vine Joy Randolph) non vengono comunque trascurati sia nella scrittura che nelle scelte di look, diventando un elemento cruciale per dare sostanza a quella sospensione dell’incredulità in cui la ragazza più cool del mondo viene continuamente lasciata. Certo, la serie è abile nel mostrarci le difficoltà davvero universali di Rob nelle relazioni e farci credere che anche la cool girl per eccellenza può far fatica ad uscire dal personaggio e fare i conti con le proprie insicurezze per aprirsi a una relazione, ma è soprattutto nel rapporto con gli amici, più che con gli uomini, che High Fidelity riesce a fare un passo in più rispetto al film, riuscendo a inquadrare l’egocentrismo di Rob, la sua iper-concentrazione sulle proprie passioni (e fissazioni) come qualcosa che ferisce a tutto tondo le persone intorno a lei. Sembrerebbe banale dire che questa riscrittura al femminile coglie meglio dell’originale le complessità delle relazioni e dei sentimenti, eppure è proprio così perché la Robyn di Zoë Kravitz non soltanto è ben più tridimensionale delle donne di Rob nel romanzo di Hornby – e nel film di Frears, in cui tra l’altro curiosamente una di esse era interpretata da Lisa Bonet, mamma di Kravitz – ma persino di Rob stesso. Nello sforzo di adattare un materiale così iconico, le autrici hanno scoperchiato e stravolto la storia per omaggiarla senza seguirla pedissequamente, creando un mosaico di momenti e riferimenti che come le scelte di look compone un quadro ben più complesso della somma dei suoi elementi. A dimostrarlo c’è anche la meravigliosa playlist ufficiale dello show, allo stesso tempo riferimento meta al tema portante di High Fidelity, omaggio affettuoso e aggiornamento al presente non solo della musica che ascoltiamo, ma anche di come la ascoltiamo: passato e presente che si incontrano, ancora, fino a diventare indistinguibili.

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