Chi è Bipuntato e perché canta il nostro Maltempo interiore

Nel suo primo album mette in versi il mare di Pescara e le facce dei passanti a Roma, e la malinconica (con cui ha imparato a fare amicizia).

bipuntato
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"Ho la sensazione che se anche provassi a scrivere un pezzo più allegro ci sarebbe comunque una vena di malinconia, come in una sorta di festa triste", scherza Bipuntato, all'anagrafe Beatrice Funari, cantautrice romana di cui il 6 marzo è uscito Maltempo, l'album d'esordio. La cifra del suo inizio è dolceamara, ma Bipuntato non è solo una cantautrice che scrive canzoni tristi, è colei che si è esibita sul palco del Rock in Roma insieme a Carl Brave, colei che davanti al pubblico straniero dello Sziget Festival di Budapest è riuscita a catturare il pubblico, nonostante la barriera linguistica. Il suo stile è un misto di pop e R&B, nato strada facendo, attraversando diverse influenze musicali. Dalla fase blues a quella dell'hip-hop romano più underground "I colle Colle der fomento come i primissimi Brokenspeakers". In Maltempo, si trovano tutte le sfaccettature musicali di Bipuntato, dal dream pop al rap cantato di Previsioni, che ad ascoltarla, sembra evocare un temporale, sotto cui però si sta ballando in maglietta. Se la musica varia, la costante è il racconto di esperienze personali, per metabolizzare il vissuto. Tra le prime canzoni di Bipuntato, ci sono Berretti e Bestia, due pezzi un po' sognanti, un po' ironici. "Sai, bisogna sempre dire le cose in un certo modo, essere educati, soprattutto c'è questo stigma per le donne. Invece volevo contraddire questa cosa". In Bestia, parla di quella che chiama, la sindrome di Tomb Raider: "Sai, quando tenti di risolvere qualcosa ma rimani incastrato nello stesso punto, come quando nel videogioco lei correva all'infinito contro il muro senza fermarsi mai".

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Nella canzone che apre l'album Maltempo, Bipuntato dice: “Rincontrarsi a dicembre / Nelle giuste circostanze” e ora, per la sua musica, quelle circostanze sono arrivate.

Come sei arrivata alla forma attuale della tua musica?

Ho avuto diversi input. A 19 anni mi sono trasferita da Roma in Abruzzo, a studiare psicologia a Chieti, perché avevo deciso di non voler intraprendere la carriera da musicista. Vengo da una famiglia di psicoterapeuti, siamo tutti “pane e Jodorowski” quindi volevo fare il lavoro dei miei genitori. Poi, mentre studiavo per un esame di teologia, credo, ho conosciuto Dario, un armonicista, che con il suo gruppo stava cercando una cantante. Così siamo diventati i Fuoricorso blues band. Dopo un anno, ho deciso di interrompere gli studi e sono andata a fare il conservatorio a Pescara. È stata un po' la spinta per tornare a studiare musica. Nemmeno il conservatorio però l'ho concluso, ho sempre avuto un po' di problemi del genere (ride). Quindi sono tornata a Roma, a Trastevere.

È qui che hai cominciato a pensarti come cantante?

Sì, a Trastevere ho rincontrato Bebbo, Ugo Borghetti, che è mio caro amico da molti anni, e da lì ho conosciuto Carlo, Carl Brave. Abbiamo iniziato a collaborare ed è nata seriamente in me l'idea di poter fare un progetto solista. Mi hanno dato la spinta, quel “Bea tira fuori la grinta e fallo, ce la puoi fare” che ci voleva. Già scrivevo pezzi miei, ma mi sentivo in agitazione ad esporre tutto questo mio mondo interiore.

Di cos'è fatto il tuo mondo interiore?

La malinconia fa parte di me, è un po' il mio modo di vedere la vita. Però ho dovuto accettare questa mia parte, così come l'essere un po' asociale, nel senso che mi piace la mia solitudine, il mio spazio, e ho bisogno di difenderlo. Questo umore un po' nostalgico, però è inteso anche come qualcosa di positivo perché può essere molto creativo. Infatti con Maltempo abbiamo voluto giocare tra la metereopatia e il senso di malessere interiore, come se il maltempo fosse uno stato umano, una fase.

"Portami dove non serve parlare / Dove si intravede la linea del mare” canti in Cassetti. Quali luoghi ci sono nel tuo album?

Maltempo l'ho scritto tra Roma e Pescara e c'è un po' di entrambe le città. Ho vissuto 7 anni proprio sul mare, a Pescara che ha questo fascino un po' decadente, infatti era anche una delle città preferite da Pasolini. Lì sono stata delle ore a guardare l'orizzonte. Più che il mare d'estate, il mare in primavera o in autunno, quando non c'è tutta la gente. Roma invece c'è nelle strade. Quando, nelle mie canzoni, dico che cammino e vedo le persone passare. Non ho neanche la patente, quindi sono abituata a camminare tantissimo e intanto mi perdo tra le persone.

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Maltempo quindi è un po' il diario di un'introversa?

Io mi sento un'introversa estroversa, nel senso che dipende un po' dal mio umore. Nelle canzoni racconto di parole non dette e silenzi, però il non detto di cui parlo è... Sai quando ti immagini delle situazioni? Quando pensi: “Ah avrei dovuto dire quella cosa”. Tutto quel mondo che fa parte della mente non è tangibile, ma se lo pensi in qualche modo è reale. Quelle parole vanno a finire in un immaginario che, secondo me, esiste in qualche modo.

Sembra che, di canzone in canzone, tracci il percorso di una storia d'amore in crisi...

Non è una storia sola, sono varie storie che fanno parte del mio percorso, che in qualche modo si uniscono. Le vedo un po' come delle porte lungo un corridoio, il mio corridoio: ne apri una, c'è una storia, la chiudi, ne apri un'altra.

L'ultimo brano, Lascia stare, è un finale amaro

È la canzone più malinconica, quella in cui mi sfogo, infatti nella demo piango, crollo totalmente. Lascia stare è un finale triste, che però può precedere un nuovo inizio più piacevole. L'ho messa in fondo alla tracklist perché arriva a una conclusione: il fatto che io sia "un mostro da evitare".

Perché ti definisci come un mostro?

Beh... la gente che incontro per strada durante queste lunghissime camminate per Roma, i turisti, forse loro mi vedono come un mostro. Dico che sono un mostro da evitare e che è così che mi vede la gente, ma la gente alla fine chi è? Forse sono io che mi vedo così. Vivere con se stessi, conoscersi, è la più grande sfida. Accettare che sono lunatica, malinconica, asociale, accettare quelle piccole ombre che fanno parte di me. Il mostro alla fine c'è, esiste ancora, ma ora lo conosco, è amico mio e ci vado a cena (ride, ndr).

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