Via Zoom Xavier Dolan ci ha ribadito che «il lavoro è sudore» (colpa di un tatuaggio)

Dal 27 giugno nuova chicca del regista canadese: lo abbiamo incontrato virtualmente per farci raccontare la nuova opera.

dolan
courtesy

Premessa ovvia ma mai abbastanza: unico, bello, anticonformista, ribelle, dannato, (ag)graziato. Xavier Dolan è tutto questo e molto altro ancora. È inafferrabile - perché esserlo può risultare banale, cosa che lui, questo è sicuro, non è – è imprevedibile, è sensibile e questo lo ha dimostrato sin da subito, firmando a sedici anni J’ai tué ma mere, il suo primo film da regista, attore e produttore dopo aver debuttato giovanissimo come attore. Da quel momento in poi, il successo è stato immediato: il film ricevette molti riconoscimenti e il suo nome è diventato anche sinonimo di enfant prodige. A 31 anni compiuti lo scorso marzo, “ho ancora moltissime cose da fare e da dire”, dice in video via web dalla sua casa a Montreal, in Québec. “Durante questa quarantena – spiega - non sono stato completamente solo: ho scritto molto e mi sono sentito ispirato. C’è però ancora un clima di forte incertezza e la stessa è cambiata, nel cinema come nel teatro. Non sappiamo quando potremmo tornare a fare film e tutta questa situazione pesa molto anche sulla distribuzione nelle sale”.

courtesy Giuseppe Fantasia

Nel frattempo, il 27 giugno prossimo, con sette film alle spalle in soli dieci anni di attività, esce su Miocinema e Sky Primafila Première Matthias & Maxim, il suo ultimo film, un concentrato autentico di bellezza ed emozioni presentato in concorso al Festival di Cannes e distribuito in Italia da Lucky Red. È la storia di due amici d'infanzia che durante le riprese di un cortometraggio amatoriale si scambiano un bacio. Un gesto solo in apparenza innocuo, perché farà nascere dubbi e ripensamenti fino a cambiare improvvisamente le loro vite. Un film in cui Dolan torna a recitare (non lo faceva dai tempi del bellissimo Tom à la ferme), ma – tiene a precisare – non è stata una cosa voluta. “Ho iniziato a recitare quando avevo quattro anni, ma poi, all’improvviso, il telefono ha iniziato a non squillare più”, dice fissando la telecamera. Indossa una t-shirt bianca e un cappellino blu che gli copre parte dei suoi capelli mossi. Il sorriso è quello di sempre, quello del ragazzo entusiasta della vita che abbiamo incontrato più volte proprio a Cannes e poi a Roma, città che ama molto per vari motivi. “Quando sei un bambino – continua - ti abitui facilmente alle frenesie di un set televisivo o cinematografico. Pertanto, quando non ti chiamano più,

ci resti male come per una pena d’amore.

Per questo ho deciso di scrivermelo un film e l’ho fatto perché volevo scrivere un ruolo per me, essendo un film molto personale che solo io avrei potuto interpretare”. “Fu così che iniziai a scrivere e a dirigere, perché volevo trovarmi dei ruoli adatti. Oggi scrivo una storia che ho voglia di raccontare e se c’è posto per una mia parte, la faccio, altrimenti lascio il posto a qualcun altro”.

In Matthias & Maxime lui c’è, ma – precisa – “non è affatto un film autobiografico”. Quello che lo unisce agli altri suoi film (Gli amori Immaginari, Laurence Anyways e il desiderio di una donna, Tom à la ferme, Mommy, È solo la fine del mondo, tranne La mia vita con John F. Donovan, girato in lingua inglese) è il ritorno all’utilizzo del francese del Québec, “una lingua che assorbe culture di tutto quello che succede lì,

una lingua che non è morta, ma è aperta.

Parlare quel francese – dice - è una grande ricchezza. Non è un francese perfetto, ma molto vivo e moderno, una lingua quasi da sopravvissuti”. Usarla nei suoi film è una forma di libertà sicuramente, ma non solo. “Essere liberi – ripete più volte – è poter scrivere e fare le storie che voglio raccontare, ma anche quando sono indipendente emotivamente e quando ho degli attori o attrici pronti ad aprirsi e a essere generosi sullo schermo per trasmettere le emozioni che voglio raccontare”. Nel film Xavier Dolan riabbraccia temi a lui molto cari come la ricerca della propria identità sessuale, il rapporto tra diverse generazioni e quello con la propria madre. “Il lavoro è sudore” – dice citando la frase di Cocteau che ha tatuata sulla coscia (ha molti tatuaggi, di cui due sotto le braccia dedicati a Harry Potter) – “e tutto deve essere ben organizzato per ottenere il miglior risultato”. “Una lezione che ho imparato da questo film – aggiunge - è che la prossima volta dovrò esaminare la sceneggiatura in maniera più attenta per evitare errori”. Il rispetto è una sua regola di vita e quasi sempre sul set cerca di avere attori che sono persone e prima di tutto suoi amici. “Non ho la parte tossica della celebrità che rende l’essere celebri quasi una malattia”, precisa. I suoi personaggi sono il simbolo di un cinema di grande coraggio, stilistico, sentimentale come umano.

courtesy Giuseppe Fantasia

C’è ancora qualcosa di cui ha paura Dolan? “A differenza di quello che sembra, io non mi considero coraggioso. I veri coraggiosi sono gli attivisti, quelli che scendono in strada e si battono, quelli che manifestano per difendere i diritti propri e degli altri. Nei miei film ho preso spesso delle posizioni e ho preso le parti dei diversi, ma l’ho fatto perché ho voluto aprire la mente e gli occhi alle persone, rendere tutti più tolleranti. Sono tante le cose che mi fanno paura: ad esempio il mondo in qui viviamo, il futuro del pianeta, la solitudine, di morire prima di aver raccontato tutte le storie che voglio raccontare e girato i film che voglio fare. Ho paura di ritrovarmi a vivere in un mondo in cui cinema, arte, teatro e cultura non siano più cose necessarie”. "Durante la pandemia – aggiunge – abbiamo capito che le cose necessarie sono solo quelle di base. Ecco, io in un mondo così non vorrei vivere, ma poi so che la mia passione per il cinema e di comunicare con il pubblico, con cui ho la fortuna di avere un rapporto diretto, è molto più grande delle mie paure e che va al di là di un eventuale successo commerciale del film”.

Prima di salutare, fa una precisazione su una polemica da lui causata in un’intervista del 2015 quando, da giurato a Cannes, disse la sua sulla “Queer Palm”, definendolo “un premio disgustoso” come tutti i riconoscimenti LGBTQ+ e i festival a tematica, secondo lui “ghettizzanti”. “A distanza di anni, dice, mi dispiace per la polemica. All’epoca mi sono espresso forse un po’ troppo volgarmente, perché temevo che un premio del genere andasse a screditare e non ad aiutare il film. Pensavo che non parlare di una certa problematica aiutasse a risolverla, ma non è affatto così. Mi prendo comunque la responsabilità di quello che ho detto e ho fatto e ritengo quel premio importante perché difende i tanti artisti e registi della comunità queer. La diversità è un dato di fatto ed è meravigliosa, ma ricordiamoci che tutte le vite contano, e non solo quelle di una minoranza”.

This content is created and maintained by a third party, and imported onto this page to help users provide their email addresses. You may be able to find more information about this and similar content at piano.io
Pubblicità - Continua a leggere di seguito