Come dal nulla le femministe polacche hanno inventato uno sciopero che può ribaltare tutti

Le femministe polacche vogliono e devono fare la storia. Incontro Marta Lempart, attivista a capo di una rivoluzione che neanche la pandemia ha spezzato

feminist and pro abortion organisation, womens strike demonstrates in front of presidential palace agains recent policies signed by the president of poland, andrzej duda, ahead of presidential election on coming sunday amid coronavirus pandemic in warsaw, poland on june 25, 2020 andrzej duda recently signed a legislation which tightens already one of the worlds most severe abortion law, it happened just after controversial speech of president duda about lgbt communities photo by dominika zarzyckanurphoto via getty images
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Le prossime elezioni presidenziali in Polonia hanno un significato che va al di là dei suoi confini. La posta in gioco è la democrazia stessa, nel quinto paese più popoloso dell'Unione Europea, e potrebbe essere il femminismo a salvarla. Negli ultimi anni Varsavia ha avuto uno dei governi più autoritari dell'Unione, sono in crisi l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e di espressione, la sicurezza delle persone LGBT. Al ballottaggio del 12 luglio si affrontano il presidente uscente, Andrzej Duda, sostenuto dal partito sovranista Diritto e Giustizia, e il sindaco di Varsavia, il moderato Rafał Trzaskowski. Duda sembrava avere un'autostrada davanti a sé, ma con la pandemia, il rinvio delle elezioni e l'ascesa di Trzaskowski, i sondaggi sono quasi pari. Sarà una battaglia voto su voto e i sovranisti polacchi hanno un nemico motivato e potente: le femministe polacche, appunto. Da quattro anni la mobilitazione politica delle donne è diventata una delle principali forze di cambiamento politico e sociale in Polonia, che è anche uno dei paesi più cattolici d'Europa, con un clero onnipresente. Tutto nasce in un piovoso lunedì di ottobre del 2016, quando donne di ogni estrazione ed età, moltissime senza alcuna esperienza di protesta, entrarono in sciopero.

Lo chiamarono lunedì nero, in segno di lutto per i diritti in pericolo.

«Volevamo dare fastidio, volevamo che fosse uno sciopero vero, per questo abbiamo deciso di farlo di lunedì e non la domenica, come è tradizione nella politica polacca», racconta a Marie Claire Marta Lempart, avvocato, imprenditrice e attivista. Marta è la persona che in una settimana, con tutto l'establishment contro e usando praticamente solo Facebook, ha organizzato lo sciopero delle donne il 3 ottobre del 2016. Il motivo era un disegno di legge sull'aborto, che avrebbe reso ancora più restrittiva quella che è già una delle leggi più severe d'Europa. «Non avremmo potuto abortire nemmeno per rischi legati alla salute, una donna sarebbe stata costretta a portare avanti una gravidanza anche se avesse potuto perdere la vista. E venivano criminalizzati gli aborti spontanei». Ci furono oltre 100mila adesioni, nelle grandi città e nei piccoli centri, di ragazzine e donne adulte. Uscirono dalle case, dalle scuole, dalle università, dai negozi, dagli uffici pubblici. La legge fu ritirata, ma la lunga marcia delle donne era appena cominciata.

L’attivista Marta Lempart
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Dallo sciopero del 2016 a oggi ci sono state 1500 mobilitazioni grandi e piccole legate al Women's Strike. Il governo ha provato ad attaccare i diritti sessuali e riproduttivi anche durante la pandemia, ad aprile le donne sono riuscite a scendere in piazza, pur se distanziate. Lempart oggi ha 40 processi penali a carico, prevalentemente appoggiati a vecchie leggi comuniste, e rischia concretamente il carcere. La sollevazione delle donne polacche ricorda qualcosa delle primavere arabe: una rivolta spontanea, dal basso, un'organizzazione orizzontale e i social network come chiave. «Le organizzazioni storiche di sinistra erano contro di noi, loro avevano paura di perdere la faccia se lo sciopero fosse andato male, ma per noi era questione di vita di morte». In una settimana, Lempart e il suo gruppo hanno creato le linee guida (punto fondamentale: la non violenza) e le grafiche da usare, il resto era affidato ai gruppi sul territorio. «Quando mi scrivevano per sapere cosa dovessero fare nella loro città, gli dicevo: non dovete solo partecipare, dovete organizzare». La protesta è stata un template (un giorno, un obiettivo, un tema grafico, un nome) da adattare sul proprio territorio. «Non abbiamo lavorato come un comitato centrale, ma come un help desk per fornire gli strumenti. Troppo spesso la politica e il femminismo sono stati un movimento dall'alto verso il basso, questo ha scoraggiato le persone, il nostro principale cambiamento era considerare i manifestanti degli adulti, responsabilizzarli, sul piano pratico e delle idee».

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Klementyna Suchanow è una giornalista e scrittrice, ha fatto parte degli scioperi dagli inizi: «Questa nuova ondata di femminismo non è accademico, non è teorico, è più concreto, più popolare, ha aperto le porte a donne che non si erano mai riconosciute nelle battaglie del passato». È qualcosa che dice anche Lempart: «Alcune mi hanno scritto: non so se posso partecipare, non sono abbastanza istruita, non so parlare. Era questo il tipo di timori che abbiamo provato a smuovere». C'è posto per tutte, ognuna con la sua storia e il suo grado di elaborazione. Prima del lunedì nero, il femminismo era radicato nelle università e nelle Ong urbane, fuori era il deserto. Dopo è diventato trasversale ai ceti, ai livelli di istruzione, è arrivato nei villaggi, nelle campagne, nelle città minerarie. C'era una battaglia concreta, senza sovrastrutture. In Polonia ci sono 150mila aborti illegali l'anno, sono pericolosi e costosi. Quella restrizione tentata dal governo avrebbe reso la pratica ancora più rischiosa e sempre più cara cara. Come ha detto Marta: era questione di vita o di morte.

La mobilitazione è stata permanente ed è diventata un modello globale per le battaglie femministe. Nel frattempo con le elezioni è arrivato il dilemma di ogni movimento politico dal basso: che rapporti avere con i partiti consolidati? «Abbiamo provato a diventare una forza nel più grande partito di sinistra in Polonia, ma volevano incorporarci, divorarci, così siamo rimaste fuori». Ora la scelta è tra un candidato di destra radicale e uno di destra moderata. Women's Strike non ha espresso un sostegno esplicito a Trzaskowski, ma ha individuato in Duda il nemico numero uno del movimento, che in un'elezione a due è quasi la stessa cosa. «In questo momento il tema principale sulla nostra agenda è la retorica omofoba che si è impossessata della Polonia», racconta Suchanow. «Duda continua ad accostare le persone LGBT alla pedofilia, abbiamo timore per l'incolumità fisica degli omosessuali in questo paese e anche a questo dobbiamo pensare, al momento del voto».

Suchanow prova a guardare oltre il voto: «La società polacca è più progressista della sua classe politica». Alle proteste hanno spesso partecipato gli uomini: «Allo sciopero del 2016 avevano organizzato spontaneamente un battaglione che preparava cibo e tè caldo, una mia amica argentina mi ha chiesto: non è strano che si vedano tanti maschi alle vostre manifestazioni? Ma io ne vado fiera, il corpo è il nostro, ma la vita sessuale e riproduttiva è condivisa, è giusto che si schierino, che si espongano». Sono piccoli segnali, in un paese che vive un momento di grande difficoltà democratica. A maggio Freedom House ha tolto la Polonia dall'elenco delle democrazie solide e l'ha inserita tra quelle deteriorate. Suchanow si tiene ottimista. «Per motivi professionali, conosco bene la storia della Spagna, la transizione dopo la dittatura. Immagino un percorso simile per la Polonia. Oggi mia figlia ha diciassette anni, per quando sarà adulta la Polonia potrebbe essere uno dei paesi più progressisti d'Europa, aperto, colorato e libero. Le basi culturali ci sono». La strada davanti è ancora lunga, ma se succederà, a partire dalle attuali elezioni presidenziali, il merito sarà anche delle donne che contro tutti e tutti decisero di scioperare per difendere il proprio corpo.

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