Abbiamo compiuto un viaggio on the road con Frances McDormand

Presentato a Venezia 77, Nomadland è il nuovo film di Chloé Zhao sull'America ossessionata dalla continua ricerca di ciò che sta oltre l’orizzonte.

frances mcdormand in the film nomadland photo courtesy of searchlight pictures © 2020 20th century studios all rights reserved
Courtesy of SEARCHLIGHT PICTURES

È tornata – anche se, per fortuna per noi cinefili, non se n’è mai andata - e poco importa se oggi non sarà presente qui al Lido per via del Covid, ma solo sul grande schermo. A poche ore dalla conclusione di questa 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, l’edizione più particolare e a suo modo unica di sempre, a scombussolare le carte in tavola è lei, Frances McDormand, straordinaria interprete del film Nomadland, terzo lungometraggio della cinese Chloé Zhao presentato nel concorso ufficiale. Una pellicola da Leone d’Oro, ma - se così non sarà – pazienza, perché tanto – vista l’eccezionalità della sua interpretazione che va ad aggiungersi a quella degli altri protagonisti, veri nomadi che migrano da una parte all’altra degli Stati Uniti campando alla giornata facendo dei lavori precari - andrà agli Oscar e, rima ancora, a festival che ne sono l’anticamera: Toronto, Telluride e New York.

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Quando la incontrammo a Roma, lo scorso novembre al compleanno di un amico in comune assieme al marito Joel Coen, Bill Murray e Paul Thomas Anderson, l’attrice/simbolo di Fargo che, proprio qui al Lido, tre anni fa, presentò Tre manifesti Ebbing Missouri, ci disse che aveva passato diversi mesi con dei nomadi in giro per l’America più difficile e che quell’esperienza fatta “da una ultrasessantenne come lei”, citiamo le sue parole, era stata una delle esperienze più forti ed entusiasmanti della sua vita. Ne abbiamo avuto conferma poco fa quando abbiamo visto questo film che ha interpretato e prodotto, tratto dall’omonimo libro della giornalista Jessica Bruder. L’attrice americana è presente sin dalla prima inquadratura quando entra in scena aprendo lo sportellone di un garage. Siamo in Nevada e lei interpreta Fern, una donna vedova e vittima, come tantissimi altri, del crollo economico di una città aziendale di cui è stato cancellato addirittura persino il codice postale. Sola, senza casa, affetti e soldi, carica i bagagli nel suo furgone e si metterà sulla strada alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale, come una nomade dei tempi moderni.

Joshua Richards

Nomadland è la sua storia e di veri nomadi come Linda May, Swankie e Bob Wells che saranno le sue guide e i suoi compagni. C’è la condivisione, ma anche tanta solitudine; c’è la difficoltà come la spensieratezza accompagnata da momenti di gioia nonostante tutto. Fern si ritroverà a fare qualsiasi lavoro pur di sbarcare il lunario e continuare la sua avventura, dall’operaia ad Amazon alla raccoglitrice di pietre minerarie o di barbabietole fino alla cameriera in un fast food. “I nomadi sono considerati un po’ come i pionieri d’America”, le dirà sua sorella a cena quando cercherà di farle cambiare idea, quando cercherà di riportarla a quella che i più definiscono la normalità. Lei invece no, non accetterà il suo consiglio né l’invito di un un uomo affascinante. Fern/McDormand è una donna ferita, ma forte, uno spirito libero che vuole rimanere tale e lo dimostrerà in ogni modo. La seguiamo muoversi tra lande desertiche e polverose, cibi improbabili come alcuni cantanti che troverà nei bar on the road, vasti paesaggi dell’Ovest americano che omaggiano un mix di artisti da Turner a Rothko e musiche da brividi composte da Ludovico Einaudi.

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“Gli uomini vanno e vengono, le città nascono e muoiono, intere civiltà scompaiono, la terra resta, ma solo leggermente modificata e restano la terra e la bellezza che strazia il cuore, dove non ci sono cuori da straziare”, scrive Edward Abbey in Desert solitaire. Una stagione nella natura selvaggia (Baldini & Castoldi, 2015), un libro trovato per caso e subito amato dalla regista, anche lei a suo modo nomade visto che è nata in Cina, ma ha vissuto per diverso tempo in Europa e ora in Inghilterra. L’uomo è come se fosse quindi un sogno e il suo pensiero un’illusione. Soltanto la roccia è reale come il sole e non è quindi un caso se molti di quei nomadi nel film conservano rocce raccolte durante le peregrinazioni a bordo delle loro case su ruote alimentate dal sole dispensando storie e saggezza. La McDormand ne diventa il simbolo e con esso, di una parte d’America ossessionata, se così si può dire, da quella continua ricerca di ciò che sta oltre l’orizzonte. La vita è on the road, è per strada: descriverne ciò che si prova è parte della sua bellezza, ma per comprenderla veramente al meglio bisogna scoprirla da soli.

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