Se ci recintano la notte, cosa significa un coprifuoco nel 2020

Nuove limitazioni, città esauste e soluzioni da trovare.

frontal view of a skyscraper
Marco_de_BenedictisGetty Images

A marzo, quando c'era l'urgenza di capire la cosa inaudita che ci stava accadendo, andava di moda questo post sul martello e la danza. Il martello era il lockdown, il freno a mano tirato all'improvviso per abbassare la curva dei contagi. Poi sarebbe venuta la danza, giocare a nascondino con il virus, un po' vivere un po' proteggersi, chiudere un quartiere, una città, una provincia o - come nel caso del coprifuoco - la notte, sperando di non sbagliare i tempi. È un compromesso, quindi una scelta che contiene un margine voluto di errore, il lockdown aveva la ragione che hanno gli assoluti e le soluzioni radicali. Il coprifuoco contiene incertezze già nella meccanica un po' dubbia del suo funzionamento pratico: si può tornare a casa? A che ora si deve uscire dal ristorante? E se il tram non passa? Un invito a cena ha un coefficiente allusivo più alto durante il coprifuoco?

Se passo la notte da qualcuno e poi litighiamo?

E poi c'è un'altra meccanica, quella di come le parole entrano dentro la nostra testa. Lockdown abbiamo dovuto impararla da zero, era inedita, fresca, anglofona, maneggevole e non sparava a salve. Coprifuoco invece c'era già, nel retro della nostra mente, evoca un sapore da leggi marziali, i nazisti a Parigi come in L'ultimo metrò di Truffaut, o l'ultimo coprifuoco italiano, che risaliva al 1945, governo Badoglio, seconda guerra mondiale. È una misura meno severa del lockdown, però ha una sua non negoziabile gravità, ti fa pensare agli spari sopra e cose così, infatti nell'ordinanza della regione Lombardia non si parla di coprifuoco, ma di «limitazione agli spostamenti in orario notturno». Però più eviti di dire coprifuoco e più sa di coprifuoco,

l'ansia non la puoi governare igienizzando il linguaggio come le mani al supermercato.

Siamo preoccupati, ma siamo soprattutto esausti, il lockdown era attutito dall'adrenalina, una situazione tutta nuova che ci ha fatto tirare fuori energie emotive che non sapevamo di avere. Era otto mesi fa, sembrano ottanta. Il coprifuoco è un sedativo per le città già stanche, lo ha detto anche Fontana, è una misura principalmente simbolica. Forse nessuno si aspetta un reale effetto sui contagi, sui numeri, sono in arrivo zone rosse, lockdown locali o forse generali, in attesa del vaccino o di Natale. Allora l'attuale coprifuoco sa anche di punizione. Se l'innesco della crisi sanitaria d'autunno è stato (o è sembrato) l'euforia estiva, allora vi recintiamo la notte. Nessuno può stabilire il nesso di causa ed effetto tra le settimane passate a rintracciare gli ospiti del Billionaire ad agosto e le terapie intensive di ottobre, ma sicuramente c'è un filo narrativo tra quelle immagini, quelle polemiche, quelle sciocchezze, e il coprifuoco. È lo Stato che si comporta come il genitore di un adolescente, puoi uscire ma alle undici devi essere a casa, con questa idea che i rappresentanti giuridici del sempre paterno e pacato presidente del Consiglio vadano casa per casa a verificare che i cittadini siano in pigiama e pantofole. Cosa hai fatto durante la prima ondata? Il pane e gli aperitivi su Zoom.

E durante la seconda ondata? Sono andato a letto presto.

C'è da tempo questo sapore di famiglia disfunzionale tra il governo Conte, i presidenti di regione e gli italiani. Nel modo di misurare le parole durante le conferenze stampa per non agitarci, nell'aver sindacato per mesi e sotto forma di decreto sulla natura delle relazioni, su chi fossero i congiunti, le zie sì e gli amanti no, il poliamore forse, anzi no, quello sicuramente no. Abbiamo un lungo catalogo mentale di discorsi alla nazione nei quali la nazione in questione veniva trattata come un gruppo di figli non troppo intelligenti. E contemporaneamente, come in ogni famiglia disfunzionale, gli stessi genitori perdono il controllo di tutto, sbagliano strada, prendono scorciatoie, le scorciatoie sono ancora più sbagliate, la casa non viene messa in sicurezza, entra acqua da tutte le parti, ma voi state calmi e andate a letto presto, ci pensiamo noi. Forse ci saranno anche i delatori, gli stessi che durante il lockdown animavano gruppi Facebook con foto rubate dai balconi, occhio ai visori notturni, alle luci che si accendono, le serrande che si alzano.

C'è infine una visione molto specifica della società che emerge da questa scelta del coprifuoco, che forse è vera, necessaria, ma comunque fa riflettere: stiamo sacrificando la notte perché giudicata la parte meno produttiva della giornata. «L'economia non può permettersi un nuovo lockdown», dice Conte e dicono tutti, mandiamo avanti industrie, trasporti, uffici e servizi e tagliamo il superfluo, cioè quello che succede tra le undici e l'alba. A parte il fatto che c'è un pezzo di economia che vive di notte, redditi di persone che si generano proprio dal «superfluo» di qualcun altro (ed è uno dei grandi rimossi di questi otto / ottanta mesi), ma è comunque interessante questa idea che quando si tratta di ridurre i giri al minimo, quello che rimane sono le funzioni vitali e il lavoro. Coprifuoco è una parola medievale, gli abitanti della città avevano l'obbligo di coprire il fuoco con la cenere per evitare il rischio di incendi. La notte è inutile, è pure pericolosa, la sacrifichiamo da figli obbedienti di famiglia disfunzionale, scettici e sfiduciati, andremo a letto presto, però la notte pure è un bisogno umano, perché la notte appartiene a noi, cantava Patti Smith.

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