Come (non) cambia la violenza contro le donne per una madre e per una figlia

Due artiste attiviste, Silvia Levenson e Natalia Saurin, e tre domande per capire come la violenza di genere stia attraversando il tempo, lo spazio e le generazioni.

uno dei piatti dell'installazione artistica "il luogo più pericoloso" di silvia levenson e natalia saurin
courtesy le artiste

Sono passati 15 anni esatti da Something Wrong, il video che le artiste Silvia Levenson, classe 1957, e sua figlia Natalia Saurin, nata nel 1976, hanno girato insieme affrontando il tema della violenza domestica quando ancora si sentiva nominare poco, e male.

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Adesso c’è un’altra aria, in giro. Di violenza di genere e femminicidio si parla molto di più, spesso anche con efficacia, ma è l’unico passo avanti rispetto a un problema che continua a produrre numeri impressionanti (secondo l’Istat il 13,6% delle donne, circa 2milioni e 800mila italiane, ha subito violenze fisiche o sessuali da parte del partner o dell’ex partner) e che la pandemia ha esacerbato, se si pensa che solo durante il primo lockdown le richieste d’aiuto al numero 1522 sono aumentate del 119% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La denuncia di Silvia e Natalia, nate argentine e cresciute artisticamente e non in Italia, avrebbe dovuto continuare tra l’altro nel cortile di Palazzo Reale a Milano il 25 novembre, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con l’installazione Il luogo più pericoloso, curata da Antonella Mazza e inserita nel palinsesto I talenti delle donne 2020.

Ma a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria alcuni dei circa cento piatti di ceramica con sopra scritte le frasi a doppio taglio del nostro quotidiano, pericolosissime ma travestite da luoghi comuni, hanno potuto solo essere impugnati dalle due artiste e da altre donne che hanno collaborato, e fotografati in piazza Duomo nell’ultimo giorno “libero” prima del lockdown.

Silvia Levenson (qui con Natalia Saurin e altre donne) ha progettato la mascherina con il suo simbolo dell’amore pericoloso per #sinergie: per dar voce alle donne ‘imbavagliate’ dell’Associazione ‘Non sei sola. Uscire dal silenzio. Contro la violenza’ di Biella.
Courtesy le artiste

“Sei mia per sempre”. “Senza di me non sei niente”. “Non lo farò più” devono essere risuonate infinite volte tra le mura delle case del mondo, in questo periodo. Proprio a tavola magari, perché le pietanze servite calde e le stoviglie sono da sempre le prime testimoni dei buchi neri di cui sono intessute le relazioni familiari. Solo che gli spaghetti si mangiano e spariscono, i piatti no, al massimo si rompono in mille pezzi sul pavimento di casa.

In ogni caso chiedere a madre e figlia, due artiste di due generazioni diverse impegnate sullo stesso fronte, il loro rapporto con questi temi era un’occasione troppo ghiotta per non coglierla. Abbiamo scelto tre domande, le stesse, per Silvia Levenson e Natalia Saurin.

SILVIA LEVENSON

Marco del Comune

Qual è stato per te il primo contatto con la violenza in generale?
Il 1976 è l’anno del colpo di stato in Argentina (avevo 19 anni) e della nascita di Natalia. Io facevo attività politica in un partito trotskista, l’idea era cambiare il mondo. Vivevamo nella clandestinità. Sapevamo che i nostri amici scomparivano ma pensavamo, come era accaduto in altre dittature argentine, che sarebbero stati un po’ in prigione e poi liberati. Finché un giorno ho aperto il giornale e ho visto la foto di un mio cugino che era stato ammazzato. Ricordo la sensazione di morte e di sterminio che mi ha invaso. Poi è arrivata anche la presa di coscienza della situazione, quando hanno ucciso una mia zia e tanti altri compagni. Se vieni da un paese martoriato, è facile capire la violenza: c’erano i militari da una parte e c’eravamo noi dall'altra. Era tutto molto netto, nella sua drammaticità. Quando Natalia aveva 4 anni, poi, siamo venuti in Italia.

Qual è stato il tuo primo contatto con la violenza di genere?
Sono una persona ottimista e ho la resilienza dei sopravvissuti, ma certo quando parlo della mia vita, mi accorgo che non mi sono fatta mancare niente. Mia mamma e mio papà si erano separati quando avevo sette anni e mia madre ci ha portati a vivere col suo compagno, che per noi è stato una sciagura. La picchiava. Io e mia sorella… Ci sentivamo noi le vittime, non capivamo perché nostra madre si fosse messa in quella situazione. E nello stesso tempo sembrava quasi un menage normale. Una parte della mia famiglia discende da emigranti russi molto impegnati nel sociale, la parte di mia mamma era di campagna, e quando andavamo a trovarli eravamo abituate a vedere i miei zii che bevevano e diventavano aggressivi o addirittura picchiavano le donne di casa. Non c’era solo l’Argentina cosmopolita e aperta di Buenos Aires. Mi sono sposata a 16 anni per scappare di casa, e dopo sono restata sposata 30 anni con un uomo di 10 anni più grande di me, che è stato il mio compagno e anche un po’ il mio papà, uno che mi ha protetto.

Non ho replicato il modello. Non mi sono scelta un uomo violento. Ho interrotto la catena. L’unico strascico un po’ fobico che mi è rimasto è stato l’ossessione per l’autonomia. Da bambina mi ero fatta l’idea che mia madre fosse rimasta in quella situazione perché non poteva andarsene.

Per te cos’ha a che fare l’arte con la violenza di genere?
Quando ero in Argentina vedevo il femminismo come un movimento molto borghese, un po’ da salotto. Nella mia ingenuità pensavo che prima avremmo dovuto fare la rivoluzione, mettere a posto i nostri problemi economici e poi, solo alla fine, occuparci di quelli sociali. Ma venendo in Italia negli anni 80 sono riuscita a vedere le manifestazioni femministe: mi hanno cambiata. Ho capito che il movimento era riuscito a modificare veramente la vita delle persone attraverso le leggi sull’aborto e sul divorzio e l’abolizione del delitto d’onore.

Però ancora credevo che la violenza sulle donne fosse legata al sottosviluppo, alla campagna, ad ambienti culturalmente poco evoluti. Finché nel 2004, tornata da un viaggio in Argentina, ho trovato una mia carissima amica, un’artista molto forte e in gamba, all’ospedale per le botte ricevute dal suo compagno. L’ho accompagnata a fare la denuncia ed è stato difficilissimo. In un commissariato ci hanno fatto aspettare una vita in sala d’attesa per poi venirci a dire che il commissario non c’era e non si poteva fare la denuncia. In un altro abbiamo aspettato e poi ci hanno detto che stavano imbiancando una stanza… Non siamo riuscite. Ci siamo districate meglio grazie all’appoggio di un’associazione femminista che sosteneva le donne in difficoltà. Lì ho visto di tutto, mi si è aperto un mondo trasversale di violenza. È stato allora che ho iniziato a fare lavori artistici con le bombe a mano rosa: questa è una guerra. Senza tute mimetiche perché e le donne credono di avere il controllo delle loro vite sempre, e invece no.

Fare arte su questo per me significa spostare l’asse dell’attenzione verso il problema: che invece che individuale, personale, intimo deve essere percepito come collettivo, la manifestazione di un aspetto della società, una parte malata che ci riguarda tutti. Con l’arte difficilmente puoi cambiare il mondo, ma lo sguardo sulle cose sì.

Il movimento femminista Ni Una Menos nato in Argentina nel 2015, e che poi si è diffuso in tutta l’America latina e oltre, si dà da fare per questo in modo molto inclusivo. Anche ora, con la pandemia, gruppi di donne artiste vanno nei quartieri e fanno performance adatte a tutte le età e strati sociali. Il mio ideale di arte è quella che non ti dà la sensazione di dover sapere la password.

NATALIA SAURIN

Marco del Comune

Qual è stato per te il primo contatto con la violenza in generale?
In una fattoria con la scuola. Mi ha sconvolto l’idea dell’uccisione di quegli animali, mi sono detta che non potevo mangiare un animale se non mi sentivo in grado di ucciderlo. Da allora sono vegetariana. Per il resto, sono cresciuta in un contesto familiare molto fortunato, in un Paese e in un’epoca in cui non ho sperimentato grandi tensioni o situazioni di violenza. I primi ricordi in merito sono legati a episodi di subdola, a volte insidiosa, violenza di genere.

Qual è stato il tuo primo contatto con la violenza di genere?
Avevo credo sei anni. C’era un amico di famiglia che lavorava nel circo e insegnava acrobatica e arti circensi ai bambini. Mi ricordo che mi faceva fare il ponte e mi toccava. Una sensazione strana di disagio che sono riuscita a raccontare a mia madre solo anni dopo. Anche alle medie avevo un compagno che non perdeva occasione di mettermi le mani addosso. Oppure a 16 anni, eravamo un gruppo di ragazzi via per qualche giorno, dormivamo insieme in una stanza, io ho il sonno profondo e mi sono svegliata perché mi sentivo le mani addosso, non so da quanto andava avanti la cosa. E poi ci sono dei ricordi tipici, ognuna ha i suoi immagino: un tizio sul treno che mi fissava insistentemente e poi mi sono accorta che intanto si stava masturbando. Niente botte ma forse è anche peggio, perché nelle situazioni che giocano sull’ambiguità non sai come reagire, e spesso non reagisci neanche, e ti resta attaccata quella sensazione di impotenza, la interiorizzi. Anche se credi di essere femminista. Mi ricordo una volta in tour, dai 20 ai 30 anni facevo parte di un gruppo underground, le Allun, e ci esibivamo in festival, gallerie, centri sociali, ambienti sempre rispettosi della performance, ma quella volta mentre eravamo in scena un tizio ha iniziato a toccarci, come se potesse disporre dei nostri corpi e della nostra presenza, come se fossimo lì per quello.

Poi certo c’è la violenza domestica, e anche per me è stata determinante l’esperienza dell’amica artista di mia mamma. Quell’episodio mi ha fatto capire molte cose. Per esempio ho smesso di pensare che se stai bene con te stessa, di sicuro non finirai dentro dinamiche sbagliate, rapporti distorti. Non è tutto così bianco o nero, basta un attimo di fragilità per ritrovarti fregata. Il violento è tanto violento in alcuni momenti quanto dolce in altri, e magari hai così bisogno di quella dolcezza da non considerare il resto. Sperimentiamo tutti nel rapporto di coppia delle situazioni in cui se c’è conflitto, chi si sente più debole tende a colpevolizzarsi, giustifica atteggiamenti anche chiaramente sbagliati del partner. Ecco, quel semino autodistruttivo se cade nel terreno giusto può mettersi a crescere, fa radici, si sviluppa.

Per te cos’ha a che fare l’arte con la violenza di genere?
Può contrapporsi alla banalizzazione e alla normalizzazione che spesso ancora riguardano questi temi. Penso alle “tempeste emotive” con cui i giornali giustificano atti di violenza efferata degli uomini nei confronti delle donne. Parole scagliate con leggerezza, che sono in realtà sassi pesantissimi. Mi piace indagare gli stereotipi e le storie che ci portiamo dietro, le fiabe, i miti e le leggende coi loro simboli che relegano le donne a ruoli prestabiliti, che trasmettono chiusure e divisioni a un livello profondo, nel nostro immaginario. La mia generazione deve portare un peso che sembra innocuo ma agisce da qualche parte dentro di noi. Dopo la militanza degli anni 70 e primi 80, a noi tocca lavorare sulle cose sottili che però segnano ugualmente le nostre vite. Si tratta di una lotta che giudica meno e si muove piuttosto sul piano dell’empatia. Sempre di più la questione tra maschi e femmine confluisce in un mondo più largo, anche trans, lesbo, omo, cosiddetto non binario. La lotta contro la violenza di genere è ormai semplicemente questo, una battaglia per i diritti umani.

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