Pietro Algranti #time2share

Il designer ci racconta cosa condividerà per #time2share.

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Pietro Algranti è nato a Livorno nel 1991, si è laureato in Design al Politecnico di Milano, ha collaborato con Costanza Algranti dal 2012 e dal 2014 dirige il laboratorio Algranti LAB. Vive e lavora a Milano, all’Isola, con Trippa, suo fido segretario e cane.

Che cosa puoi fare tu per gli altri in questo momento e condividerai per #time2share?
Mi piacerebbe mostrare agli altri una maniera diversa di vedere le cose. Io sono molto fortunato, ho un lavoro che amo e che mi stimola ogni giorno nel cercare di vedere quello che anche i miei occhi, ad un primo sguardo spesso non vedono. AlgrantiLAB è un luogo dove ogni giorno entrano oggetti strani, materiali vari con superfici che per molti sono da considerare scarti, rifiuti. La più grande soddisfazione è proprio quella di scovare nei segni che il tempo ha lasciato su di essi, delle storie e dei racconti, che credo debbano essere preservati e valorizzati. In definitiva, oggi come oggi, mi piacerebbe riuscire a vedere e far vedere il valore nascosto anche nelle situazioni più critiche (come quella che stiamo tutti vivendo) e trasformarlo in valore aggiunto. Parlando propriamente del contributo a #time2share, pensavo di realizzare un breve video, focalizzando l’attenzione sulla scelta delle lastre e su alcuni dettagli particolarmente belli dei materiali che utilizzo.

Com’è nata questa tua passione?
Come ho già detto, sono fortunato. Ho iniziato a lavorare in questo laboratorio nel 2012, sotto la direzione di mia zia Costanza. Lei viveva e lavorava a Milano già da anni, io invece mi ero trasferito da poco per studiare Design degli Interni, e le chiesi di poter lavorare con lei, affascinato fin da sempre dal mondo del recupero di cui lei era diventata pioniera alla fine degli anni ’90. Mi accorsi subito di amare la parte più manuale di questo mestiere: levigare, ripulire, smussare, far uscire ed enfatizzare i “difetti” (o almeno così sono comunemente noti) dei materiali che lavoravo. Il primo colpo di fulmine furono quindi le "mani in pasta". Col passare degli anni e con lo sviluppo di una consapevolezza più matura ho capito che il mio vero punto di partenza sta nella ricerca, nell’osservazione e nella comprensione del materiale stesso.

Che cosa ti piacerebbe imparare da qualcun altro?
Il giapponese. Ci ho anche già provato, ma con scarsissimi risultati. Con lo strudel di mele, forse potrei avere qualche speranza in più.

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