Don Omar Delasa #time2share

Il sacerdote e fondatore della missione salesiana Tonj racconta cosa condividerà per #time2share.

omar delasa
Courtesy Omar Delasa

Don Omar Delasa, originario di Rogno in provincia di Bergamo, una laurea in medicina, vive e lavora a Sesto San Giovanni come sacerdote ma ogni qual volta gli è possibile vola Sud Sudan dove ha fondato la missione salesiana di Tonj. La prima volta che è andato a Tonj è stato nel 2007 e da allora, con i suoi volontari, ha contribuito a creare un ospedale ostetrico e ginecologico, con 50 letti e una piccola chirurgia, in una zona dove la mortalità infantile tocca punte del 25 per cento e una madre su cento muore di parto. Gli ospedali più vicini sono a sei o dieci ore di auto da Tonj, macchina che poi non ha quasi nessuno. A Tonj guerre e carestie la fanno da padrone ma non fermano Don Omar che va avanti con energia e amore.

Che cosa puoi fare per gli altri in questo momento e condividerai per #time2share?
Mi piacerebbe aiutare le persone ad andare oltre le apparenze e scoprire delle realtà che oltre a non essere scontate, nascondono un fascino tutto loro. Esistono molte vite dimenticate; esistono problemi di cui nessuno vuole farsi carico. Intorno a tutta questa tristezza che spesso prende il nome di esclusione, di povertà, di guerra, di fame, esiste il fantastico mondo dei volontari, quelli veri, quelli che regalano ore, giorni e addirittura anni della loro vita per camminare e donare speranza. Di loro sono pochi a parlare perché forse loro stessi preferiscono così. Mi piacerebbe dare visibilità, dare voce a questo “esercito silenzioso” che cambia la propria vita e insieme quella di molte altre persone. Li ho conosciuti. Ho avuto la fortuna di raggrupparli intorno ad un progetto e oggi l’onore di raccontarveli, di consegnare a voi i loro sogni, di chiedere un aiuto perché il loro impegno a favore dei poveri possa essere ancora più fruttuoso, perché possano continuare a garantire cure sanitarie, istruzione e farsi carico di alcune esperienze e situazioni che non possono rimanere nascoste. Mi piacerebbe farvi conoscere questo mondo, farvi conoscere Tonj, i suoi problemi, il suo ospedale, i suoi bambini, le loro mamme … la possibilità di scavare un pozzo, fare un nuovo impianto fotovoltaico, istituire delle borse di studio, acquistare farmaci, formare il personale sanitario… è quello che posso fare per gli altri ma grazie all’aiuto di molti.

Com’è nata questa tua passione?
Questa passione, che per me è molto più, è una vocazione, è nata per caso. Fin da piccolo ho capito che i poveri e i bisognosi potevano avere un posto di rilievo nella mia vita e nelle mie scelte, sorretto anche dalla testimonianza della mia famiglia, semplice e disponibile per noi figli e per tutti. Vengo da un piccolissimo paese delle montagne bergamasche, dove la gente si conosce tutta e si aiuta a partire dalle piccole cose, dalla condivisione del cibo, fino allo stare insieme per festeggiare e affrontare disgrazie e problemi piccoli o grandi che siano. Sono state un po’ queste le cause che mi hanno portato a scegliere prima la facoltà di medicina e chirurgia e poi la vita consacrata nella congregazione dei Salesiani di Don Bosco. Il Sud Susan in generale e Tonj in particolare sono arrivati dopo, quasi per caso, in seguito ad una richiesta di provare a sperimentarmi in un’esperienza missionaria. Non ho mai amato le cose facili. Mi ha sempre entusiasmato l’avventura, le situazioni complicate; questo non l’ho mai nascosto ai miei superiori che hanno pensato bene, forse per placare un animo un po’ troppo esuberante, di regalarmi qualcosa di davvero straordinario con il quale confrontarmi. Nel 2006, anno della mia prima comparsa nella missione salesiana di Tonj, il Sud Sudan non esisteva ancora. Era una regione del Sudan, come il Darfur con il quale confina, occupata dalle milizie del nord musulmano. Un paese in guerra da 23 anni per ottenere l’indipendenza. Qui ho conosciuto la sofferenza, ho sentito per la prima volta in vita mia il rumore dello scoppio di una granata, ho visto cosa è un’epidemia e come la si può gestire senza un ospedale e con pochissimi farmaci. È nato un amore che non solo continua, ma grazie all’aiuto di tante persone buone ogni giorno cresce. Insieme all’amore è nato un ospedale, delle borse di studio, tanti piccoli e grandi servizi, una marea di pazienti curati, pozzi, molte cose.

Che cosa ti piacerebbe imparare da qualcun altro?
Ho molto da imparare. Mi piacerebbe imparare alcuni mestieri, ma quello che più ammiro e invidio negli altri è quella disponibilità disinteressata che li porta ad essere sempre pronti a fare del bene. Mi piacerebbe essere comprensivo, attento, avere sempre una parola di incoraggiamento, un gesto semplice che sappia infondere fiducia. Mi piacerebbe essere più riflessivo, meno attento a sé e completamente disponibile soprattutto per quelle persone con le quali non è facile stare perché arrabbiate con la vita che è stata forse un po' impietosa nei loro confronti. Mi piacerebbe dare di più a chi ha avuto di meno…e so che il mondo, anche se non fanno rumore, è pieno di queste persone disponibili e impegnate.

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